L’arrivo dei partecipanti internazionali è previsto per lunedì 19 marzo. Poi, dal giorno dopo, quattro giorni di full-immersion per discutere ed elaborare proposte e suggerimenti per affrontare cinque grandi sfide per il futuro dell’Europa. Entra nella fase finale il progetto europeo Youth Committee for the Future, finanziato nell’ambito del programma Erasmus+ per il sostegno alla riforma delle politiche e il dialogo strutturato tra cittadini e decisori politici, di cui l’Italian Institute for the Future è capofila. Cinquanta giovani di età compresa tra i venti e i ventotto anni si riuniscono a Napoli per simulare una commissione europarlamentare sul futuro (sul modello di analoghe commissioni che esistono in altri parlamenti del mondo, come in Finlandia) e avanzare proposte, sotto forma di risoluzioni parlamentari, su cinque temi prioritari: il cambiamento demografico, le migrazioni internazionali, l’automazione del lavoro, le democrazie digitali, l’educazione al futuro.

I partecipanti provengono da Albania, Belgio, Italia, Lituania e Spagna e si divideranno in cinque gruppi tematici, dove saranno invitati a ragionare sulle sfide della loro generazione attraverso metodologie di anticipazione e previsione sociale. Mercoledì 21 e nella mattinata di giovedì 22 terranno audizioni di esperti selezionati, due per ogni tema trattato, per entrare più in profondità degli aspetti tecnici dei problemi e ricevere risposte ai loro dubbi. La squadra degli esperti è composta da Mauro Calise, docente di scienze politiche all’Università Federico II; Riccardo Campa, docente di sociologia della scienza e  della tecnologia all’Università Jagiellonica di Cracovia; Elena de Filippo, presidente della cooperativa sociale Dedalus; Vincenzo De Luca, dell’unità ricerca e sviluppo dell’Azienda Ospedaliera Federico II; Alessandra De Rose, docente di demografia all’Università La Sapienza; Carolina Facioni, sociologa all’ISTAT; Andrea Geremicca dell’organizzazione no-profit Impactscool; Rinaldo Mattera, informatico sociale al Centro Studi Democrazie Digitali; Paolo Mossetti, giornalista e scrittore; Bruno Siciliano, direttore del centro interdipartimentale di robotica avanzata all’Università Federico II.

Venerdì 23, presso la Sala De Stefano del PAN-Palazzo delle Arti di Napoli, i partecipanti in plenaria presenteranno le loro mozioni, discuteranno e voteranno gli emendamenti al testo finale della risoluzione, che sarà presentata nel pomeriggio (dalle 16.00) in una conferenza stampa alla quale parteciperanno decisori politici europei, nazionali e locali ed esperti di politica europea. Le attività dei gruppi di lavoro sono ospitate presso la Mediateca Civica Santa Sofia. L’iniziativa gode del supporto tecnico e del patrocinio dell’Assessorato ai Giovani del Comune di Napoli.

Partner del progetto sono lo European Movement Albania, membro del Movimento Europeo Internazionale, attivo tra l’altro in progetti di simulation games, workshop e conferenze con giovani e studenti sui processi democratici europei; il Centre for European Progression, ONG con sede a Bruxelles, che organizza progetti di formazione per giovani europei nel settore delle politiche pubbliche e ha portato a termine lo scorso anno il progetto Erasmus+ “Plus – Politicians Listening to Us” sui temi dell’economia sociale; Apkabink Europa, dalla Lituania, attiva nel settore della formazione e divulgazione sui temi dell’integrazione europea e degli scambi giovanili; la Cánovas Fundación, della Spagna, con sede a Malaga, che organizza ogni anno una Simulacion Parlamentaria Escolar in Andalusia.

Nota: L’Italian Institute for the Future mette a disposizione di un ristretto numero di interessati la possibilità di assistere come uditori (senza possibilità di intervento ai lavori) agli incontri del 21 marzo intera giornata e 22 marzo mattina, nel corso dei quali si terranno le audizioni di esperti selezionati sui temi del progetto; e alla sessione plenaria finale del 23 marzo, nel corso della quale saranno discusse e votate le risoluzioni. Il 23 marzo dalle ore 17.00 si terrà una tavola rotonda/conferenza stampa con decisori politici europei e locali nel corso della quale saranno presentati alla stampa e al pubblico i risultati del progetto e le proposte politiche avanzate dai partecipanti. La partecipazione a quest’ultimo incontro è riservata agli uditori registratisi entro il giorno prima e alla stampa. I lavori si svolgeranno in lingua inglese. Per richiedere la partecipazione, scrivere a d.porpiglia@futureinstitute.it

Partono mercoledì 7 febbraio e proseguono per cinque settimane fino al 7 marzo 2018 i seminari del progetto europeo “Youth Committee for the Future“, che porterà a Napoli nella settimana dal 19 al 24 marzo 50 ragazzi provenienti da tutta Europa per discutere delle sfide di lungo termine nell’Unione europea attraverso la simulazione di una commissione europarlamentare dedicata al futuro. I seminari, aperti gratuitamente al pubblico, sono pensati come tappe di avvicinamento per i partecipanti locali del progetto. Nelle cinque giornate esperti selezionati approfondiranno e discuteranno con il pubblico le cinque tematiche su cui i ragazzi si confronteranno nella fase finale, selezionate dall’Italian Institute for the Future e dai quattro partner europei.

Gli incontri si terranno tutti i mercoledì dalle 15.30 alle 17.30 alla Mediateca Civica e dei Giovani Santa Sofia, in via Santa Sofia 7 a Napoli.

Calendario dei seminari

Mercoledì 7 febbraio

La sfida dell’invecchiamento della popolazione
con:
Roberto Paura – Italian Institute for the Future
Daniela Porpiglia – Italian Institute for the Future

Mercoledì 14 febbraio

La democrazia nell’era digitale
con:
Gabriele Balbi e Paolo Bory – Università della Svizzera Italiana
Vincenzo Luise – Università degli Studi di Milano
Rinaldo Mattera – Università di Napoli Suor Orsola Benincasa

Nell’ambito del seminario sarà presentato il libro Fallimenti digitali. Un’archeologia dei nuovi media.

Mercoledì 21 febbraio

Educare al futuro
con:
Adolfo Fattori – Accademia delle Belle Arti di Napoli
Vincenzo Moretti – Fondazione Giuseppe Di Vittorio

Mercoledì 28 febbraio

La sfida delle migrazioni
con:
Rosa Stella De Fazio – Center for the Future of Europe
Valentina Prisco – Center for the Future of Europe

Mercoledì 7 marzo

Il lavoro nell’epoca delle macchine intelligenti
con:
Valerio Pellegrini – Università di Napoli Federico I
relatore da confermare

L’iniziativa ha il patrocinio del Comune di Napoli ed è finanziata nell’ambito del programma europeo Erasmus+. Per informazioni: segreteria@futureinstitute.it

YCF seminari

Si terrà al CNR Area Ricerca di Bologna il 16 e 17 aprile 2018 il secondo incontro dei futuristi italiani, organizzato dai promotori del primo incontro del 2017 – cattedra UNESCO di Anticipazione dell’Università di Trento, Italian Institute for the Future, nodo italiano del Millennium Project – insieme al CNR e all’Università di Parma. Il tema centrale del meeting sarà il futuro del lavoro, ma saranno affrontate anche altre tematiche legate ai futures studies, alla previsione sociale e agli studi di anticipazione.

Tra i keynote speakers dell’incontro: Luca De Biase, giornalista di innovazione per Il Sole 24 ore; Roberto Cingolani, direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia; Enzo Mingione, docente di Sociologia a Milano-Bicocca; Luigi Nicolais, già presidente del CNR, professore emerito dell’Università di Napoli Federico II; Donato Kinigier-Passigli dell’ ILO-International Labour Organization; Fabiana Scapolo del Joint Research Centre della Commissione europea.

Scadenza per la presentazione degli abstract: 15 febbraio.

Per la partecipazione all’incontro è richiesta la registrazione sul nostro sito.

Scopri il programma

Giovedì 6 luglio 2017, nella splendida cornice del Planetario della Città della Scienza di Napoli, è stato presentato il progetto OrbiTecture-SpaceHub, frutto di un lavoro di due anni da parte del Center for Near Space dell’Italian Institute for the Future. Si tratta di un concept basato su principi ingegneristici e architettonici rivoluzionari per una stazione spaziale di nuova generazione, uno “SpaceHub“, ossia un nodo d’interscambio nei viaggi Terra-Luna e Terra-Marte che si attendono nei prossimi decenni. Superando la concezione tradizionale di assemblaggio di strutture spaziali in orbita (come la Stazione Spaziale Internazionale), OrbiTecture intende promuovere un dibattito sulla possibilità di individuare metodologie innovative e tecnica fattibili per costruire habitat umani nel Quarto Ambiente, lo Spazio, confortevoli non solo per gli astronauti ma anche per i futuri turisti spaziali.

08Alla base c’è l’idea, condivisa dal Center for Near Space, che negli anni 2060-2070, a circa cento anni dall’inizio dell’Era Spaziale e dal primo passo dell’Uomo sulla Luna, le missioni scientifiche su Marte saranno di routine e che, per quella data, lo spazio cis-lunare ospiterà una comunità di un migliaio di persone con un traffico di 100.000 passaggi all’anno per voli di trasferimento tra la Terra e i vari punti di questa città cislunare (orbita terrestre, orbita lunare, punti lagrangiani, suolo lunare). Lo sviluppo di questi nuovi insediamenti umani nel Quarto Ambiente richiederà non solo più elevati standard tecnici e funzionali, ma anche una qualità di vita a bordo paragonabile a quella disponibile sulla Terra. Il design dei sistemi spaziali assumerà pertanto un ruolo ben più rilevante di quanto non sia stato fino a oggi, e il Made in Italy potrà trovare nuovi spazi di espressione; in tale direzione potrà svilupparsi da subito una nuova disciplina in cui confluiranno conoscenze e competenze di carattere ingegneristico, architettonico, ergonomico, fisiologico, ambientale.

14Questa disciplina è stata battezzata OrbiTecture, termine coniato dalla contrazione di Orbital Architecture, con l’intento di coniugare la ricerca architettonica e la tecnologia spaziale – sia quella già disponibile che quella prevedibile per il futuro prossimo – per lo sviluppo di progetti rivolti alla fase più a lungo termine della nuova space economy. Ed è stata applicata dal Center for Near Space allo studio di un concept “planetomorfico” per uno SpaceHub, un nodo spaziale realizzabile nel volgere di una-due generazioni al servizio dell’ecosistema geo-lunare. Un progetto fondato su princìpi radicalmente innovativi rispetto a quelli su cui si basano le attuali infrastrutture spaziali.

La proposta per il futuro SpaceHub è frutto del gruppo di lavoro promosso nel 2015 dal Center for Near Space che ha aggregato via via diversi contribuiti; i principali artefici sono:

  • Coordinamento e Comitato di Redazione: Massimo Pica Ciamarra, Gennaro Russo, Vincenzo Torre,
    con la collaborazione di Roberto Paura
  • Evoluzione Storica e Visioni Futuristiche: Vincenzo Torre
  • Architettura: Guido De Martino, Massimo Pica Ciamarra
  • Sistemi e Tecnologie Spaziali: Mattia Barbarossa, Alessandro Concas, Altea Nemolato, Dario Pisanti, Gennaro Russo, Valentino Scalera
  • Materiali, Strutture e Processi di Fabbricazione: Gennaro Russo, Vincenzo Torre
  • Botanica e Coltivazioni Spaziali: Stefania De Pascale
  • Psicologia e Scienze Umane: Caterina Arcidiacono, Aurora Martina Russo
  • Virtualizzazione e animazione: Roberto Chiaiese, Luca Mastroianni

02Un ringraziamento particolare va ai tanti professionisti, specialisti e liberi pensatori con i quali sono state intrattenute discussioni e confronti, che hanno fornito stimolanti suggerimenti spesso con senso critico. Tra questi, in particolare, Daniela Billi, Giacomo Cao, Mario Coppola, Gianluca Corrias, Antonio Del Vecchio, Francesca Esposito, Gabriele Falco, Enrico Ferrone, Roberto Gardi, Giuseppe Maglio, Raimondo Mancinelli, Giampiero Martuscielli, Ciro Melcarne, Camillo Richiello, Vincenzo Roca, Raffaele Savino, Ernesto Vallerani, Gianmarco Valletta, Daniele Vangone, Paolo Vernillo.

Sono ora disponibili i documenti del progetto, in particolare il Report tecnico accompagnato da una relazione illustrativa, e il numero speciale della rivista internazionale d’architettura Le Carré Bleu (in francese, inglese e italiani) dedicato a OrbiTecture.

Scarica il report tecnico del progetto

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Nella società contemporanea, fortemente caratterizzata da squilibri sociali, problematiche ambientali complesse, contraddizioni dello sviluppo economico, il tema della qualità della vita assume un ruolo di particolare rilevanza. La quality of life (QoL) è oggetto di dibattito in tutto il mondo e le sue prospettive assumono rilevanza crescente nelle scelte politiche. A fronte del fatto che i dati italiani relativi alla soddisfazione sulla propria vita siano solitamente stabili e vedano il nostro Paese in buona posizione rispetto agli altri paesi europei, quando il discorso si sposta sul lungo termine le prospettive non sembrano rosee. In un Paese in cui le generazioni più anziane sostituiscono un welfare carente se non assente e ai giovani la conquista dell’autonomia non è consentita dalla precarizzazione delle carriere lavorative, di quale futuro stiamo parlando?

Insomma: cosa manca all’Italia perché gli Italiani ci vivano bene oggi e nel prossimo futuro? È a questa domanda che intende rispondere il convegno Vivere (bene) nel 2030. Scenari della qualità della vita, organizzato dall’AIQUAV – Associazione italiana per gli studi sulla Qualità della Vita – insieme con l’Italian Institute for the Future e l’Associazione Amici di Città della Scienza. Il convegno è organizzato nell’ambito della XXXI edizione di “Futuro Remoto”, la storica manifestazione di Città della Scienza a Napoli, ed è tra le manifestazioni del Festival dello sviluppo sostenibile promosso dall’ASviS (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) in tutta Italia dal 22 maggio al 7 giugno per promuovere gli Obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU.

Il convegno si terrà venerdì 26 maggio alla Biblioteca Nazionale di Napoli (Sala Rari).

Programma del convegno

Gli ospiti

Registrazione

 

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Quasi sessant’anni fa, nel suo best-seller Future Shock, Alvin Toffler scriveva queste parole, che abbiamo ripreso qualche giorno fa sul nostro magazine Futuri: «Il guidatore che percorre un’autostrada a 35 chilometri all’ora può svoltare più facilmente nel raccordo di uscita anche se il cartello che lo indica è molto vicino ad esso. Quanto maggiore è la sua velocità, tuttavia, tanto più indietro deve essere posto il cartello per dargli il tempo necessario di leggerlo e di reagire. Esattamente nello stesso modo, la generale accelerazione della vita ci costringe ad allungare il nostro orizzonte del tempo, se non vogliamo correre il rischio di essere colti di sorpresa e travolti dagli avvenimenti. Quanto più rapidamente muta l’ambiente, tanto più è necessaria una previsione del futuro».

Questa considerazione così in anticipo sui tempi è oggi più valida che mai in un’epoca di accelerazione costante, quella che Douglas Rushkoff in un libro del 2013 ha chiamato Present Shock. Il concetto di “previsione del futuro” nelle sue due diverse accezioni inglesi – forecast e foresight – ha dominato tutti gli anni Settanta, l’età d’oro dei futures studies, la “futurologia”, per poi entrare in crisi a partire dagli anni Ottanta. Sembrò a molti – ed è quello che tanti oggi rimproverano ai “futurologi” – che le loro previsioni non si fossero avverate. Gli scenari da incubo tratteggiati da Paul R. Ehlrich in The Population Bomb non si sono realizzati, sebbene la popolazione continui ad aumentare; il picco del petrolio preconizzato da tanti e reso celebre dal Rapporto sui limiti dello sviluppo commissionato dal Club di Roma, che metteva in guardia dal rapido esaurimento delle risorse naturali, è stato sempre più posposto nel tempo grazie all’innovazione tecnologica; la fine della crescita costante, negli anni Ottanta e Novanta, sembrava solo un’inutile profezia di Cassandra, che destituiva di fondamento tutti gli allarmi dei ricercatori impegnati a immaginare lo sviluppo sul lungo termine in un mondo con risorse finite.

La diffidenza o persino l’irrisione che a lungo hanno accompagnato gli sforzi seri e rilevanti di tanti studiosi, professionisti e organizzazioni in tutto il mondo impegnati negli studi sul futuro ne hanno fortemente limitato l’incisività. Ciò tanto più in Italia, che pure con il Club di Roma è stata la culla di quel grande movimento che ha portato poi negli anni Settanta alla nascita, perlomeno negli Stati Uniti, di realtà importanti come la World Futures Studies Federation, la World Future Society, l’Institute for the Future. Un’Italia che, a partire dagli anni Ottanta, non ha solo iniziato a dimenticare il proprio ricco e glorioso passato, ma ha perso anche la lungimiranza necessaria per pensare al futuro, rischiando più volte di finire fuori strada a furia di guardare solo il volante.

Le cose oggi stanno cambiando. Un segnale importante, forse decisivo, è quello che viene da Trento, dove dal 7 al 9 aprile scorso si è tenuto, presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’università, il workshop “Anticipation, Agency and Complexity” che ha ospitato il primo meeting informale dei professionisti e studiosi italiani del futuro, in collaborazione con l’Italian Institute for the Future e il nodo italiano del Millennium Project. Un primo, piccolo passo che però ha visto la partecipazione di decine di professionisti provenienti dai settori più disparati, tutti con il desiderio di mettere a fattor comune le proprie esperienze e i propri studi per contribuire a rendere l’Italia un paese più attento alle prospettive di lungo termine. C’era un gruppo di ricerca dell’Università di Bologna che sta lavorando a un progetto europeo rivolto agli studenti di scuola superiore per diffondere la conoscenza dei sistemi complessi e l’alfabetizzazione al futuro; funzionari pubblici della Regione Basilicata che si occupano di pensiero laterale e stanno promuovendo iniziative di gamification per la promozione dei beni culturali; funzionari della Regione Emilia Romagna  che lavorano nell’innovazione sociale; ex startupper formatisi alla Singularity University che hanno deciso di mollare tutto dopo un’exit milionaria per portare avanti un progetto no-profit nelle scuole italiane per la formazione critica al futuro; consulenti della NATO e funzionari di grandi imprese come Leonardo o Unipol che si occupano di anticipazione dei rischi emergenti; docenti universitari da Perugia, Parma, Pescara, Bologna, con background diversi (sociologia, scienze politiche, statistica, architettura, ingegneria) che hanno individuato nella capacità anticipante e nella visione di lungo termine il comun denominatore delle loro diverse attività e ricerche; ricercatori del CNR, che da alcuni anni si è dotato di un centro di previsione per la scienza e la tecnologia; e tanti, tanti altri.

“C’è qualcosa nell’aria”, ha riconosciuto Roberto Poli, padrone di casa, che all’Università di Trento occupa la cattedra UNESCO di Anticipazione e dirige il Master in Previsione sociale. Perché mettere insieme, in così poco tempo e senza grandi proclami, un gruppo tanto variegato e di eccellenza nel vasto panorama di coloro che si occupano a vario titolo di studi sul futuro, è il sintomo della volontà di far uscire la “futurologia” dalla clandestinità, di conferirle una dignità e renderla finalmente in grado di incidere sulle scelte pubbliche di un paese che ha disperatamente bisogno di programmazione di lungo periodo. Il convitato di pietra di questo incontro è stato forse l’evento organizzato dell’Associazione Casaleggio a Ivrea l’8 aprile per ricordare la figura di Gianroberto Casaleggio, a suo modo un futurologo prima che padre intellettuale del Movimento Cinque Stelle: “Sum01”, questo il titolo del convegno, aveva l’obiettivo – secondo Davide Casaleggio – di “capire il futuro” per orientare le scelte politiche dei prossimi decenni. Un’iniziativa con un parterre molto illustre che dimostra l’esigenza di colmare un divario tra due anime: quella di chi pratica l’anticipazione del futuro e quella di chi studia i futuri possibili. Non può esserci l’una senza l’altra: è questo il concetto emerso chiaramente dal meeting di Trento, perché è necessario dare ai futures studies una solidità metodologica per poter riuscire laddove, in passato, la “futurologia” ha fallito. Andare insomma oltre una rappresentazione stucchevole del futuro, esclusivamente tecno-ottimista, o irrimediabilmente pessimista e apocalittica; oltre i TEDx e altre iniziative dello stesso stampo che non vanno oltre la scenografia e non costruiscono percorsi articolati, condivisi e di lungo periodo per l’analisi critica degli scenari a venire.

Segnali positivi non mancano: il nodo italiano del Millennium Project, da anni in quiescenza, ha avviato nuove iniziative; sempre a Trento, oltre al Master in Previsione sociale, è nata –skopìa, la prima startup dedicata all’analisi di scenario per aziende ed enti pubblici, sul solco di tante realtà simili che esistono fuori dal nostro paese; l’anno scorso a Roma è nata l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASVIS) che sta mettendo in rete le iniziative nazionali per lo studio e la promozione degli obiettivi espressi nell’Agenda 2030 dell’ONU, anche attraverso l’elaborazione di nuovi, più efficaci indicatori; l’Agenzia per il Digitale, finora eccessivamente schiacciata su un’idea di innovazione limitata alla banda larga e ultraveloce, sta costituendo una task force per capire come favorire l’applicazione dell’intelligenza artificiale nei servizi rivolti ai cittadini; e il già citato progetto Science&Technology Foresight del CNR, lanciato nel 2013, che da allora ha portato avanti una notevole serie di workshop con la partecipazione di esperti per prevedere i principali trend tecnologici nel medio e lungo termine.

Ciò che occorre ora è mettere a sistema queste e tante altre esperienze affinché i professionisti e gli studiosi italiani dell’anticipazione possano conoscere le iniziative condotte da ciascuno, avviare collaborazioni, fare massa critica all’interno del processo decisionale locale e nazionale. Un primo passo sarà quello di avviare percorsi di formazione condivisa, perché per costruire una solida disciplina dell’anticipazione è necessario partire dalle basi, dal framework concettuale e dalle metodologie. Quest’anno sarà pubblicato l’Handbook of Anticipation, frutto del primo convegno internazionale sul tema organizzato sempre a Trento nel 2015: uno strumento importante per consolidare i pilastri su cui l’azione comune degli anticipatori dovrà fondarsi. Successivamente, nella primavera 2018, il percorso avviato negli scorsi giorni giungerà a una tappa importante con un congresso pensato per rispondere a tre esigenze: il networking, la disseminazione di competenze, sperimentazioni e attività formative, e la divulgazione verso il largo pubblico. Un’iniziativa che potrà essere replicata annualmente per favorire la costruzione di un network nazionale consolidato e riconosciuto nell’ambito dell’anticipazione.

Infine, una doverosa precisazione terminologica. Sempre più anche noi dell’Italian Institute for the Future abbonderemo i termini finora impiegati nella nostra attività – futurologia, futures studies, previsione, foresight – per adottare quello di anticipazione. L’elaborazione intellettuale intorno a questo concetto è ormai sufficientemente matura da consentirci di adottarlo come principio-guida della nostra attività di ricerca, formazione e divulgazione. Come ha spiegato con un ottimo esempio Roberto Poli, l’anticipazione è quella predisposizione che ci porta a uscire di casa con un ombrello se le previsioni del tempo portano pioggia; la previsione potrà anche rivelarsi sbagliata, ma intanto ci siamo attrezzati per tempo. L’anticipazione guarda al futuro con gli strumenti propri della previsione sociale, ma senza avere alcuna presunzione di fare della futurologia una scienza; elabora piuttosto strategie per il presente, con lo scopo di favorire il perseguimento degli scenari preferibili ed evitare che quelli peggiori possano realizzarsi. Nel fare ciò non disdegna nemmeno di alimentarsi di utopie (e non a caso al tema delle “utopie del domani” abbiamo dedicato le Conversazioni di Futurologia dello scorso anno), perché l’utopia è un modo di immaginare organizzazioni sociali differenti dall’oggi, un “processo motivazionale” che ci mostra altre possibilità rispetto a quelle esistenti. L’utopia, insomma, come “anticipazione di una storia diversa”, sempre nelle parole di Poli, che – aggiungiamo – tocca a noi contribuire a costruire.

Da molto tempo diverse organizzazioni nel mondo si occupano di Marte e di cosa significherà andare di persona sul pianeta rosso. Poi, da quanto il presidente Obama ha annunciato il programma NASA di portare uomini sulla superficie di Marte attorno al 2030, e SpaceX ha svelato il suo piano per una più massiccia “colonizzazione” nei prossimi decenni, le attività di queste organizzazioni stanno vivendo una stagione di grande fermento.

L’argomento primario è ovviamente l’impatto sull’uomo di una missione lunga circa due anni tra andata, permanenza e ritorno sulla Terra, e la capacità dell’uomo di affrontare l’impresa senza particolari rischi. Si stanno pertanto diffondendo a livello mondiale campagne di simulazione della permanenza umana in condizioni marziane. In questa direzione, le organizzazioni Exosphere, Mars Without Borders e Mars Academy realizzano periodicamente la Mars Analog Astronaut Simulation. Il concetto di “astronauta analogico” sta a sottolineare il coinvolgimento diretto di persone reali e non di modelli matematici di simulazione o di robot antropomorfi.

2017 02 21 Locandina_GiordaniCome centro di competenza sullo Spazio dell’Italian Institute for the Future, il Center for Near Space è naturalmente interessato e attivo in questo settore, legato al suo obiettivo di stimolare e incoraggiare lo sviluppo dell’Astronautica Civile, attraverso la diffusione della cultura spaziale tra i giovani e il grande pubblico e conseguentemente dell’idea che lo Spazio non è più materia solo per astronauti iper-specializzati addestrati per fare esclusivamente ricerca, ma è il Quarto Ambiente dell’umanità, come lo definì l’insigne napoletano Luigi Napolitano oltre 30 anni fa.

Con questo obiettivo, IIF con il coinvolgimento di CNS ha siglato recente un protocollo di intesa con Exosphere, accademia di formazione cilena in via di espansione in altre parti del mondo; l’accordo prevede di sviluppare insieme attività di diffusione della cultura e di training specie verso le nuove generazioni. I due collegamenti con Pedra Branca, aperti al pubblico e patrocinati dal Distretto Aerospaziale della Campania, che si sono tenuti nei giorni 21 e 23 febbraio rispettivamente dagli istituti “Francesco Giordani” di Caserta e “Augusto Righi” di Napoli con la “Mars Analog Astronaut Simulation”, rientrano proprio in questo programma.

La “Mars Analog Astronaut Simulation” è costituita da una settimana in un campo base a Pedra Branca (Florianópolis), in Brasile, simulando una missione su Marte. Il laboratorio vede un equipaggio di quattro astronauti analogici ‘pionieri’ entrare in un ambiente che riproduce un possibile habitat marziano, per simulare le attività operative e scientifiche di una base sul Pianeta rosso. I membri della Mars Crew 1111 sono: la Commander professoressa Susan Jewell, i giovanissimi Ahmed Louidiyi, ingegnere biomedico marocchino di 23 anni e Natasha C. Braga, 18enne brasiliana appassionata di astronomia, l’americano Nicholas A. Carlough, fondatore dell’Astroekistics Institute. I pionieri condurranno anche alcune missioni al di fuori della base per simulare la raccolta di campioni di terreno, osservazioni scientifiche e missioni di soccorso medico.

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Dopo i saluti iniziali dei Proff. Antonella Serpico e Nicola Albanese dell’Istituto Giordani e del Prof. Ciro Melcarne dell’Istituto Righi, e l’introduzione del Prof. Luigi Carrino, presidente del DAC, i due eventi hanno visto la presentazione dei progetti del CNS da parte del direttore, ing. Gennaro Russo. La vision del CNS è che tra circa 50 anni si andrà su Marte come oggi si va in orbita, e che per questo l’umanità avrà realizzato una “città spaziale”, un insediamento nello spazio cis-lunare (ovvero tra la Terra e la Luna) di diverse centinaia se non qualche migliaia di persone. L’astronautica civile offrirà mezzi di accesso allo spazio molto più frequenti e quindi economici di quanto non sia oggi, con decine di migliaia di passeggeri l’anno. Il CNS sta studiando una stazione spaziale denominata SpaceHub con le funzioni di molo di attracco, hangar di manutenzione e rifornimento, laboratorio spaziale e resort per le 100 previste a bordo. Ma il CNS sta studiando/supportando anche progetti di mezzi di avvicinamento allo spazio come il velivolo suborbitale HyPlane, che può lanciare da 80-100km di quota un secondo stadio per la messa in orbita di piccoli satelliti. E ha messo a punto un programma di volo con aerei da turismo (aviazione generale) che, attraverso opportune manovre, consente di provare l’esperienza di essere astronauti anche se solo per pochi secondi, ma a costi bassissimi.

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Durante i collegamenti, la comandante Susan Jewell ha spiegato il programma della simulazione, sottolineando che alcuni problemi tecnici e logistici hanno imposto il rinvio della sperimentazione. Ne ha approfittato per raccontare le problematiche affrontate nelle simulazioni precedenti e qualche esperimento particolare in programma. La Jewell si è soffermata su aspetti di “Triage, Search and Rescue & Evacuation”, ovvero di come determinare la priorità di trattamento di pazienti feriti o ammalati su Marte, di come cercare e riportare dispersi in una stazione marziana e di come evacuare la stazione in caso di pericolo. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che si stanno già studiando e mettendo a punto protocolli operativi per quando l’uomo sarà su Marte.

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I collegamenti hanno visto la partecipazione dell’italiana Ilaria Cinelli, Mars analogue astronaut, laureata a Pisa e attualmente dottoranda in Irlanda, già ingegnere di missione della simulazione MDRS Crew 158 (2016) sotto il comando della Jewell. Cinelli ha sottolineato come l’aspetto della fisiologia, che più di altri necessita di soluzioni prima di inviare uomini su Marte, sia la demineralizzazione delle ossa. Altri effetti, come quelli sul sistema neurovestibolare, cardiovascolare, sulla massa delle cellule rosse, e sulla redistribuzione dei fluidi e degli elettroliti, vengono recuperati in tempi più o meno brevi. E ha illustrato le contromisure attualmente usate e quelle in sviluppo.

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Le domande degli studenti dei due istituti si sono concentrate tanto sugli aspetti fisiologici che su quelli programmatici delle future missioni su Marte, del tipo: quando si potrà andare su Marte? L’uomo potrà contaminare la superficie marziana? Come si potrà vivere a una temperatura di -62°C come quella che si raggiunge sul pianeta? Quali sono i pericoli dell’esplorazione marziana? In quanti anni potranno esserci colonie marziane o spaziali? Quanto concretamente le simulazioni a terra contribuiscono alla preparazione di un’effettiva missione umana per Marte?

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Entrambi gli eventi sono stati occasione per parlare anche di alcuni gruppi di ragazzi che il CNS sta seguendo nell’ambito del suo programma EduSpace. Si tratta di ragazzi provenienti dai due istituti che hanno raggiunto risultati importanti nell’ambito di prestigiose competizioni mondiali. Una studentessa del Giordani, con il team Space4life, sta concorrendo al concorso Lab2Moon lanciato dal TeamIndus nell’ambito del Google Lunar X Prize per mandare sulla luna un esperimento chiamato Radio-Shield; il gruppo di cui fa parte è già stato preselezionato tra tremila team nel mondo e ammesso nella short list dei 10 migliori, dalla quale sarà poi scelto a marzo l’unico esperimento che andrà sulla luna. Il team SpaceLinguine, composto da alcuni ragazzi del Righi, ha vinto invece alcune settimane fa ha il Campionato del Mondo di Zero Robotics, organizzato dal MIT in collaborazione con NASA ed ESA, prevalendo su oltre 160 team da ogni parte del mondo.

In occasione della presentazione del nuovo numero della rivista FUTURI, dal titolo “Governare il progresso”, l’Italian Institute for the Future organizza un incontro per discutere delle conseguenze sociali, etiche e politiche della rivoluzione genetica e biotecnologica.

Nel suo libro Our Posthuman Future (2002), il politilogo Francis Fukuyama definì l’ideologia transumanista “l’idea più pericolosa del mondo”, per la sua volontà di impiegare l’ingegneria genetica per trasformare radicalmente la specie umana e permetterle di superare i suoi limiti biologici.

Ora che questo futuro postumano sembra più vicino, grazie a tecniche rivoluzionarie come la Crispr e nuove ricerche per l’estensione radicale della speranza di vita, che politiche possiamo mettere in atto per massimizzarne i benefici e ridurne i rischi?

Ne discutiamo con Maurizio Balistreri, ricercatore di Filosofia morale presso l’Università di Torino, partendo dal suo ultimo libro Il futuro della riproduzione umana (ed. Fandango), e con Emmanuele Jonathan Pilia, direttore esecutivo dell’Associazione Italiana Transumanisti e fondatore di D Editore, con cui ha appena pubblicato in Italia il fondamentale testo di Aubrey de Grey La fine dell’invecchiamento. L’incontro è presentato da Roberto Paura, presidente dell’IIF.

L’appuntamento è per giovedì 23 febbraio alle ore 16.30 presso la sede dell’Editoriale Scientifica a Palazzo Marigliano, via S. Biagio dei Librai 39, Napoli.

Sono passati 500 anni da quando Thomas More coniava il termine utopia e tutto l’immaginario ad esso collegato: il grande sogno di un futuro diverso, di società ideali in cui gli uomini convivono pacificamente e in armonia, ha nutrito la nostra Storia fino all’avvento della società post-moderna, in cui è stata prefigurata la “morte delle utopie”. Ma è davvero così? Quest’anno l’Italian Institute for the Future ha organizzato un ciclo di quattro incontri per discutere delle utopie del domani e del modo in cui possono stimolarci a immaginare e costruire futuri diversi e migliori. Quattro serate pensate per riscoprire il ruolo e l’importanza delle utopie nella nostra società e tornare ad appropriarci di una capacità di aspirare al futuro.

Le conversazioni di futurologia si terranno ogni venerdì dal 18 novembre al 9 dicembre in quattro location esclusive di Napoli: lo Spazio Guida, la Libreria Iocisto, la Libreria Ubik e il Lateragorà al Teatro Bellini. Luoghi di cultura dove discutere e riflettere di mondi possibili e, magari, realizzabili.

Un evento in collaborazione con: Centro Studi Città della Scienza, D Editore, Future Fiction, Giovani Federalisti Europei, Guida Editori, Iocisto, Laterzagorà, Quaderni d’altri tempi, Ubik Napoli, Unione degli Universitari.

Programma delle conversazioni

 

Si è tenuto lo scorso 4 ottobre a Napoli, presso la Biblioteca Storica di Ingegneria alla Scuola Politecnica e delle Scienze di Base dell’Università Federico II, il seminario di Roger C. Hunter, direttore NASA per il programma “Small Spacecraft Technology”. Il Dr. Hunter è stato il program manager della famosa missione Kepler della NASA, che ha recentemente avuto notevole risonanza sui mezzi di stampa e di informazione per la scoperta di numerosi esopianeti nella Via Lattea, al di fuori del nostro sistema solare. Il telescopio Kepler è stato lanciato nello spazio nel 2009 con un vettore Delta da Cape Canaveral ed è ancora oggi in orbita intorno al Sole, puntando con sofisticati strumenti ottici un incredibile numero di stelle della nostra galassia per identificare pianeti potenzialmente abitabili con caratteristiche simili alla Terra. Ad oggi più del 70% degli esopianeti classificati è stato identificato e confermato grazie a questo telescopio.

Dr. Roger C. Hunter, NASA

Dr. Roger C. Hunter, NASA

Il seminario, organizzato dal Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Napoli Federico II e dal Center for Near Space dell’Italian Institute for the Future, ha suscitato l’interesse di oltre cento studenti e ricercatori, affascinati dagli argomenti trattati non solo per i contenuti ingegneristici, scientifici e tecnologici, ma anche per gli aspetti sociali, culturali e filosofici.

Ad introdurre la conferenza è stato il professore Raffaele Savino dell’Università di Napoli Federico II, esperto di tematiche spaziali, che ha ricordato come questo sia un momento particolarmente interessante per l’esplorazione spaziale in Europa e nel mondo. Nei giorni scorsi si è conclusa positivamente la missione Rosetta dell’Agenzia Spaziale Europea, che ha portato dopo un viaggio di oltre 12 anni e 6 miliardi di chilometri la sonda Philae sulla cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko. E nella seconda metà di ottobre entrerà nella sua fase cruciale la missione europea ExoMars, con il distacco dell’orbiter dal modulo che attraverserà l’atmosfera marziana per poi “ammartare” sulla superficie del pianeta rosso e inviare sulla terra, attraverso l’orbiter, i dati scientifici rilevati. Altri interessanti programmi in corso negli Stati Uniti comprendono la missione Osiris-Rex, lanciata meno di un mese fa, che raggiungerà l’asteroide 101955 Bennu nel 2019 per eseguire studi ed il prelievo di campioni di materiale da riportare a terra per la successiva analisi. Senza dimenticare i programmi di cooperazione internazionale per l’utilizzo dell’orbita bassa, le iniziative commerciali tra cui i programmi di Space X e di altri privati come Sierra Nevada che stanno radicalmente cambiando la visione di accesso e utilizzo dello spazio.

Il Dr. Hunter e, da sinistra, i Proff. Raffaele Savino e Antonio Moccia, Dipartimento Ingegneria Industriale.

Il Dr. Hunter e, da sinistra, i Proff. Raffaele Savino e Antonio Moccia, Dipartimento Ingegneria Industriale.

Dopo l’intervento del professor Savino, il professor Antonio Moccia, direttore del Dipartimento di Ingegneria Industriale della Federico II, ha rimarcato il fatto che la scuola aerospaziale napoletana ha una lunga tradizione di attività aerospaziali cominciata con gli storici programmi di esplorazione polare del generale Umberto Nobile e proseguite con Luigi Napolitano, autore di numerosi esperimenti in microgravità. Successivamente Moccia ha illustrato brevemente le principali linee di ricerca del Dipartimento sottolineando come da sempre la scuola aerospaziale napoletana sia attiva in filoni quali la microgravità, l’aerotermodinamica ed il telerilevamento.

Ha preso dunque la parola l’ing. Gennaro Russo, direttore del Center for Near Space, centro di competenza dell’Italian Institute for the Future. Uno degli obiettivi primari del Centro è stimolare la nascita e la crescita in Italia dell’Astronautica Civile, ovvero di un settore commerciale con tanto di imprenditori privati capace di rendere lo spazio accessibile e fruibile per tutti. Per fare ciò è indispensabile diffondere il più possibile la conoscenza e la consapevolezza di ciò che significa “spazio”, e di quanto questo sia molto più raggiungibile di quanto non di creda. Ispirare i giovani ed attrarli verso le attuali attività spaziali è un must, non meno di quanto non lo sia stato agli albori dell’aviazione civile nella prima metà del secolo scorso.

Il Dr. Hunter con l'Ing. Gennaro Russo, Center for Near Space

Il Dr. Hunter con l’Ing. Gennaro Russo, Center for Near Space

Roger Hunter ha entusiasmato la platea raccontando il significato della ricerca di pianeti simili alla terra in una porzione della regione della Via Lattea più vicina a noi. Si tratta di una zona in prossimità della costellazione del Cigno dove sono state monitorate con continuità oltre 140.000 stelle. Grazie al programma Kepler, cercando periodiche diminuzioni di luminosità delle stelle, si è passati dai tre esopianeti conosciuti nel 2009 prima del lancio della sonda agli oltre 5000 candidati pianeti oggi catalogati. Molto interessante è l’aver scoperto che quasi la metà di questi pianeti è caratterizzato da una dimensione che non ha riscontro tra i pianeti del sistema solare. Quasi a dire che è il sistema dove viviamo ad essere un’anomalia!

Durante i sette anni di vita della missione fin qui passati, i tecnici e scienziati della NASA hanno dovuto affrontare dei problemi tecnici per niente insignificanti. Il fatto più eclatante è stato che due delle quattro ruote di inerzia – sottosistemi utilizzati per il controllo fine dell’assetto della sonda e quindi per il puntamento accurato del telescopio – si sono guastate a distanza di circa sei mesi l’una dall’altra. Sembrava che la missione fosse destinata a concludersi anzitempo con la perdita di ingenti risorse. E invece gli specialisti hanno trovato il modo di procedere; sfruttando il vento solare sono riusciti a garantire una sufficiente accuratezza di puntamento tale che il telescopio ha continuato a prendere immagini e raccogliere dati.

Una recentissima scoperta di Kepler di particolare curiosità ed importanza è quella di un corpo celeste delle dimensioni di Giove che orbita intorno a due stelle nella costellazione del Cigno. Così, ancora una volta, la fantascienza è diventata realtà; il riferimento è ad alcune scene immaginate molti lustri fa da George Lucas nel suo Star Wars in cui la vita su un pianeta extrasolare era illuminata da due soli. Immaginate che in quella situazione, oggi dimostrata essere reale, la nostra ombra non è più sola, ha rilevato Hunter!

Un altro importante aspetto evidenziato dal Dr. Hunter è il tempo. Tutte le osservazioni di Kepler sono relative ad oggetti risalenti a migliaia di anni luce di distanza; quindi, qualunque deduzione possiamo fare sull’abitabilità di eventuali esopianeti, essa è relativa a situazioni ampiamente passate.

La gremita Biblioteca Storia di Ingegneria dell’Università di Napoli Federico II

La gremita Biblioteca Storia di Ingegneria dell’Università di Napoli Federico II

Ma molte sono le domande aperte che facilmente passano dalla sfera scientifica a quella filosofica: questi pianeti potrebbero essere (stati) abitati da specie viventi? Cosa dobbiamo intendere per specie viventi? Dato che le osservazioni basate sulla tecnologia odierna sono relative a passati assai remoti, come potrebbero essersi evoluti questi altri mondi? Sono domande destinate a restare senza risposta per lunghissimo tempo ancora, anche se l’umanità sta facendo passi enormi verso lo spazio e sappiamo per certo che il primo uomo e la prima donna che metteranno piede su Marte sono già nati.

Dopo la presentazione dell’ospite della NASA, il convegno è stato caratterizzato da un interessante dibattito fra i partecipanti con numerose domande tecniche, scientifiche e filosofiche. Siamo soli nell’universo? Quasi certamente no, ma con le tecnologie odierne non abbiamo alcuna possibilità di raggiungere il più vicino degli esopianeti rilevati. Missioni come Kepler sono costose? Certo, ma molto meno di quanto si pensi: 500 milioni di euro, ovvero una caffè e mezzo per ogni statunitense! L’eventuale arrivo su uno di questi esopianeti da quale bandiera dovrebbe essere caratterizzato? Sarebbe certamente un passo enorme per l’intera umanità e perciò dovrebbe sicuramente essere accompagnato da simboli generali della specie umana come le placche imbarcate sulle sonde Pioneer 10 e 11 ad inizio degli anni ’70.

La conferenza ha rappresentato un’ulteriore dimostrazione della vivacità della comunità spaziale napoletana e della Campania che, nell’attuale tendenza dei giovani ad emigrare verso altri paesi, è un segnale evidente della necessità di ampliare la sfera di influenza non solo agli addetti ai lavori (ingegneri aerospaziali, professori, ricercatori, dottorati e studiosi post-doc) ma anche professionisti di altre discipline (fisici, architetti, umanisti), giovani in senso ampio, studenti delle scuole secondarie, entusiasti dello spazio. Siamo comunque felici di poter confermare che lo spazio riesce ancora ad attrarre l’attenzione del pubblico generale, rappresentando fonte di grande ispirazione.

Il Center for Near Space incontra la NASA da sinistra: Vincenzo Torre, Roberto Paura, Gennaro Russo, Roger Hunter, Raffaele Savino

Il Center for Near Space incontra la NASA
da sinistra: Vincenzo Torre, Roberto Paura, Gennaro Russo, Roger Hunter, Raffaele Savino