• 12 Maggio 2014

Non chiamateci visionari: un resoconto del convegno “Spazio senza frontiere”

Non chiamateci visionari: un resoconto del convegno “Spazio senza frontiere”

Non chiamateci visionari: un resoconto del convegno “Spazio senza frontiere” 685 358 Roberto Paura

Se volessimo prendere solo come metro di paragone la cronaca di questi giorni che sta smuovendo il settore spaziale italiano – l’arresto del presidente dell’ASI Saggese, il braccio di ferro sotterraneo tra accademici e militari per il controllo dell’industria spaziale nazionale, la rosa di nomi per il nuovo presidente messa in un cassetto per dare tempo al ministro di partecipare alle elezioni europee, i piagnistei delle industrie aerospaziali che cercano di elemosinare gli spiccioli elargiti da Roma – il convegno organizzato l’8 e 9 maggio scorsi da Space Renaissance Italia con l’ambizioso titolo “Spazio senza frontiere: un mondo più grande è possibile” rappresenta davvero una ventata di aria fresca. Finalmente si è tornati a parlare di prospettive di lungo periodo e di progetti ambiziosi, a partire dall’Hyplane, il progettato velivolo per il turismo spaziale (o, come ha suggerito il giornalista scientifico Giovanni Caprara, per l’astronautica privata) avanzato dall’Università di Napoli e sposato da Space Renaissance, che vi sta lavorando insieme ai dipartimenti di ingegneria aerospaziale di Roma, del Politecnico di Torino e di quello di Milano, che al campus di Bovisa ha ospitato il congresso.

Obiettivo principale, la presentazione del Piano Strategico di Space Renaissance Italia (sintetizzato da Gennaro Russo nel primo numero della nostra rivista FUTURI) che non include solo il progetto dell’Hyplane ma anche una roadmap per il turismo spaziale attraverso tappe specifiche (l’azione “Enjoy the Experience”), la divulgazione dell’umanesimo spaziale (“Outreach”), la realizzazione di una vera e propria Space Renaissance Academy dedicata all’alta formazione e percorsi di approfondimento nelle scuole (azione “Education”), nonché un’ampia commistione con le arti (“Artistic View”) che il congresso di Milano ha voluto sottolineare con il recital per tenore, flauto e arpa “Ad una stella” dell’Ensemble La Variazione – Elena Cecconi al flauto, Filippo Pina Castiglioni tenore, Paola Devoti arpa – che attraverso l’interpretazione di brani classici dedicati alle stelle, ma non solo, ha provato a definire in musica il concetto di un “nuovo umanesimo”.

Si parte dal concreto perché, come ha detto anche Sergio Chiesa, docente al Politecnico di Torino, sarà l’avionica ipersonica che questo progetto rilancia a spingerci a tornare nello spazio. Tornare, sì, perché seppure oggi la presenza umana nell’orbita bassa della Terra è continuativa dagli inizi del secolo, lo spazio autentico, quello geo-lunare, è rimasto orfano della presenza umana. Al congresso di Space Renaissance, di cui l’Italian Institute for the Future è stato co-organizzatore, si è discusso anche, non a caso, delle strategie migliori per tornare nello spazio. A indicare la via è stato soprattutto il professor Rodolfo Monti dell’Università di Napoli, che, dall’alto della sua lunghissima esperienza nei programmi spaziali americani, ha criticato gli obiettivi indicati dalla NASA (asteroidi, Luna e Marte) e ricordato che l’obiettivo primario dev’essere quello di una vera e propria colonizzazione dell’orbita terrestre, da cui sarà poi possibile lanciarsi più facilmente nel viaggio verso la Luna, Marte e oltre, senza essere costretti a partire ogni volta dalla Terra e dal suo pozzo gravitazionale. In linea con quest’obiettivo anche i relatori che hanno ricordato l’esigenza di ripulire l’orbita terrestre dalla spazzatura spaziale, che un film spettacolare come Gravity ha avuto il merito di porre all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. In tal senso la compagnia italiana D-Orbit ha dominato la scena con il suo ambizioso progetto per dotare tutti i futuri satelliti e vettori di dispositivi che li trasferiscano poi in un’orbita “cimitero” a fine vita, o ne permettano la sicura disintegrazione in atmosfera: ambizioso ma concreto dato che un primo prototipo è già andato in orbita. L’Italia, ancora una volta, dimostra di possedere un elevatissimo know-how nel settore spaziale, come ha ribadito Maria Antonietta Perino di Thales Alenia Space ricordando il contributo italiano all’abitabilità del “quarto ambiente”.

Il ritorno nello spazio a partire dal contributo dei privati, nel solco della grande rivoluzione aperta dal Dragon di SpaceX e dal Cygnus di Thales, a cui farà certamente seguito la Virgin Galactic e altre grandi compagnie che già scalpitano per andare in orbita, avrà tuttavia un senso solo se sarà compiuto in un’ottica nuova. Abbandonate le grandi motivazioni geopolitiche della prima corsa allo spazio, dobbiamo evitare una seconda corsa allo spazio dettata dal mero sfruttamento economico e commerciale. L’espansione della nostra civiltà nello spazio è un imperativo, come ricorda Adriano Autino, presidente di Space Renaissance International: un imperativo dettato dalla limitatezza delle risorse naturali della Terra e dall’abbondanza di risorse che offre lo spazio. Non dobbiamo espanderci in un’ottica di colonizzazione, ma tenendo a mente l’obiettivo di una convivenza sostenibile con il quarto ambiente. La Terra, spiega Autino, non è malata, è incinta: l’umanità deve iniziare a lasciare la sua culla per avventurarsi nell’oceano cosmico, come già invitava Carl Sagan e come oggi rilancia Stephen Hawking. Un imperativo “antropico”, come lo abbiamo definito noi dell’IIF, nel presentare il “programma antropico” su cui intendiamo lavorare nei prossimi anni in collaborazione con Space Renaissance e altri soggetti per garantire la sopravvivenza sul lungo periodo della civiltà umana. Una sopravvivenza che può avvenire solo attraverso l’espansione nello spazio.

In questo senso determinante è stato l’apporto, alla conferenza, di esponenti provenienti da realtà al di fuori del settore aerospaziale. L’Associazione Amici di Città della Scienza, e lo scrittore Paolo Aresi, hanno ricordato il ruolo decisivo che la fantascienza ha avuto nel promuovere il sogno spaziale. Senza la fantascienza, tante delle persone che hanno portato alla realizzazione del Programma Apollo avrebbero fatto altro nella vita. Un rilancio del sogno spaziale passa necessariamente per un ruolo determinante che la fantascienza deve tornare ad avere nella formazione delle nuove generazioni. Come ha giustamente sottolineato Autino, l’apporto degli umanisti spaziali, dei futuristi e dei transumanisti nel congresso di Milano ha gettato le basi per un nuovo ampio movimento d’avanguardia, visionario negli obiettivi ma assolutamente concreto negli strumenti da adottare per realizzarli. Un’avanguardia che deve assumersi l’imperativo morale di portare l’Italia e l’intero pianeta oltre i suoi confini, perché “un mondo più grande è possibile”!

1 commento
  • Future Fiction 18 Maggio 2014 a 13:26

    Mi ha fatto enormemente piacere veder citato il ruolo della SF nel presente e futuro dell’avventura spaziale… Sfortunatamente, la fantascienza sta soffrendo, un po’ per via della concorrenza di un presente troppo “futuristico”, un po’ per via di un certo provincialismo della cultura fantascientifica europea. Tuttavia, un plauso a chi ha il coraggio di mischiare nuovamente scienza e fantastico, portarli a parlare e ragionare insieme: Gibson, Dick, Asimov ed altri maestri ci hanno insegnato che il dialogo tra la scienza ed il fantastico è spesso la culla del futuro. E lo spazio è solo una delle frontiere.

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