Urbanizzazione

La tendenza a concentrare un numero crescente di abitanti del pianeta nelle aree urbane ha avuto inizio con la rivoluzione industriale. Fino al XVIII secolo, le città contenevano non più del 10% della popolazione globale, benché non mancassero grandi conurbazioni urbane, alcune delle quali in grado di sfiorare e persino superare il milione di abitanti (è il caso della Roma imperiale, di Costantinopoli sotto Giustiniano, di Angkor intorno all’anno Mille, di Pechino nel Seicento, di Edo nel Settecento). Ma l’economia rurale richiedeva una maggiore concentrazione della popolazione nelle campagne e le città, benché militarmente più sicure, erano estremamente vulnerabili all’interruzione degli approvvigionamenti alimentari, come dimostrano i frequenti assedi. Con lo sviluppo delle fabbriche, l’economia industriale prende a crescere a ritmi molto più sostenuti di quella rurale, garantendo redditi più alti, mentre la meccanizzazione delle campagne e, a partire dal XX secolo, l’introduzione dell’agricoltura chimica, consente di risparmiare molta forza-lavoro nella produzione alimentare, spingendo sempre più grandi masse verso le città. Il potenziamento delle infrastrutture e la nascita di una moderna catena di rifornimento allontana infine lo spettro della carestia, rendendo le città decisamente più sicure.

Già agli inizi del XIX secolo la percentuale di popolazione urbanizzata sfiora il 20% in Inghilterra e il 40% nei Paesi Bassi, le nazioni più avanzate sul piano dello sviluppo industriale e commerciale. Napoli, città che ancora alla metà del XVIII secolo era la più popolosa in Europa, non si riprende invece dall’ultima epidemia di peste, evidenziando in modo plastico che la concentrazione della popolazione nelle città non è più legata a esigenze di sicurezza o di distribuzione di derrate a vantaggio della popolazione più povera, come accadeva a Parigi, a Napoli o a Roma, ma alle migliori condizioni economiche e lavorative. Nel 2007, questo trend ha prodotto uno dei più epocali cambiamenti della storia umana: il sorpasso della popolazione urbana – oltre 3,3 miliardi di persone – su quella rurale. Nel 2050 il 75% della popolazione mondiale vivrà nelle città, e solo il 25% della popolazione sarà in contesti rurali. Se si tiene conto delle stime della Population Division dell’ONU, secondo cui entro metà secolo la crescita demografica mondiale aumenterà di 2,3 miliardi portando la popolazione totale a 9,3 miliardi, è dunque evidente che la crescita della popolazione mondiale sarà trainata in modo pressoché totale, nei prossimi decenni, dalla popolazione urbana.

Verso le megalopoli: una crescita ineguale

Intorno al 1950, New York divenne la prima città a superare i dieci milioni di abitanti, facendo nascere la nuova categoria delle “megalopoli”, di una scala di grandezza superiore alle “metropoli” con oltre un milione di abitanti. Nel 1975 si aggiunsero Tokyo e Città del Messico. Paradossalmente, oggi non esiste nessuna megalopoli in Europa. Londra, la prima città del mondo a superare quota cinque milioni agli inizi del secolo scorso, raggiungerà forse i dieci milioni nel prossimo decennio. A New York e Los Angeles, negli USA, e a Tokyo e Osaka in Giappone, si sono aggiunte nel frattempo numerose megalopoli nei paesi del vecchio gruppo BRIC: San Paolo e Rio de Janeiro in Brasile, Mosca in Russia, Delhi e Mumbai in India, Chongqing, Shangai, Pechino e Canton in Cina. Altre megalopoli sono Il Cairo, Istanbul, Teheran, Karachi, Lahore, Giacarta, Seul, e in Africa Lagos (Nigeria) e Kinshasa (RD Congo).

La concentrazione delle megalopoli in paesi con economie emergenti evidenzia un andamento asimmetrico della tendenza all’urbanizzazione. Nel 2025 le megalopoli previste passeranno da 22 a 36, di cui solo sette nei paesi a economia avanzata. Considerando che la popolazione dell’Africa raddoppierà da quasi a metà secolo, c’è da attendersi una crescita significativa della popolazione urbana in questo continente, tanto che nel 2050 le città africane dovrebbero ospitare ben il 53% della popolazione urbana mondiale, seguite molto indietro dalla Cina (20%). I paesi occidentali, viceversa, salvo rare eccezioni, tendono a invertire la tendenza alla concentrazione. Ciò non deve stupire: da sempre, le grandi città hanno attirato soprattutto le persone più povere, e tanto nell’antichità quanto nell’età moderna le città più popolose erano anche quelle con una maggiore diseguaglianza dei redditi, cosicché, con l’aumentare del PIL pro capite, la pressione demografica nelle grandi città tende gradualmente a diminuire mentre viceversa si assiste al trasferimento di grandi masse verso le città nei paesi più poveri. Se nel 1950 il 53% della popolazione urbana era confinata in Europa e Nord America, nel 2050 questa percentuale crollerà al 9%, a causa del declino demografico europeo e soprattutto all’ascesa di Asia e Africa.

A preoccupare è soprattutto lo sviluppo degli slum, le baraccopoli e i bassifondi ai margini delle grandi città, la cui popolazione è molto spesso priva dei servizi essenziali (acqua corrente, rete elettrica, raccolta dei rifiuti). Gli slum caratterizzano soprattutto le metropoli e le megalopoli africane. In Africa, il più grande esodo dalle campagne verso i sistemi urbani ha avuto inizio negli anni Settanta, continuando senza sosta nei decenni successivi, quando i programmi di aggiustamento strutturali avevano non solo creato un surplus di manodopera nelle campagne, a causa della stagnazione della produttività agricola, ma, ancor peggio, avevano reso le città incapaci di produrre nuovi posti di lavoro. L’urbanizzazione forzata e i tagli statali hanno permesso agli slum urbani di assorbire la nuova popolazione proveniente dalle aree rurali. In generale, in tutto il Sud del mondo, dagli anni Settanta in poi la maggior parte dello sviluppo delle città è avvenuto in baraccopoli. Nel 2003 UN-Habitat diffuse uno studio dal titolo The Challenge of Slums: global report on human settlements, nel quale si prendeva atto che ormai un terzo della popolazione urbana mondiale, oltre un miliardo di persone, vive in slums. Il periodo analizzato dal rapporto è racchiuso tra il 1990 ed il 2001. Un trend che, seguendo le proprie linee di evoluzione, porterà gli abitanti degli slum a una cifra superiore ai due miliardi di individui nel 2030, per lo più concentrati nel sud del mondo.

Città resilienti e sostenibili

Una buona percentuale dell’incremento degli abitanti degli slum è collegata dall’arrivo dei cosiddetti migranti ambientali, costretti ad abbandonare i propri territori, soprattutto nelle zone rurali, perché vittime dei cambiamenti climatici. In un contesto di eventi meteorologici sempre più estremi, peraltro, gli slum risulteranno le aree in assoluto più a rischio: un disastro naturale, come un’alluvione, spazzerebbe via intere abitazioni costruite con materiali di riuso, precarie e, sicuramente, non resilienti. I sistemi igienico-sanitari, già oggi estremamente insufficienti ai bisogni della popolazione, verrebbero completamente interrotti e probabilmente assisteremo a esodi di massa verso nuovi slum. Situazioni simili a quanto descritto sono già oggi riscontrabili in città come quelle del Bangladesh, paese estremamente vulnerabile, la cui popolazione, vittima negli ultimi anni di diversi disastri climatici, è stata costretta a spostarsi nello slum della capitale Dhaka. Ma la fuga dalle calamità ambientali potrebbe essere solo momentanea, considerando che Dhaka è tra le città più pericolose in termini di rischio legato al cambiamento climatico.

Il problema caratterizza pressoché tutte le città del mondo, il cui stato di insostenibilità continua ad aggravarsi a causa dell’erosione di risorse ambientali richieste dalla crescita urbana, dagli effetti inquinanti e congestivi, come ad esempio un modello di mobilità ancora troppo dipendente dalla motorizzazione privata, dall’enorme spreco energetico dovuto alle condizioni di gran parte dell’edilizia urbana. In anni recenti è diventa prassi per molte metropoli e megalopoli adottare piani di adattamento al cambiamento climatico, censendo le criticità presenti (per esempio in termini di dissesto idrogeologico) e monitorando gli impatti dei cambiamenti, al fine di mitigarne le conseguenze. Per molte città interessate all’aumento del livello dei mari, come per esempio quelle nei Paesi Bassi, tali piani si sono già tradotti in grandi opere idrauliche nel tentativo di arginare l’erosione costiera. Al tempo stesso molte città stanno investendo sulla mobilità sostenibile, per ridurre il più possibile l’utilizzo delle auto private; oltre alla chiusura, in Europa, di molti centri urbani al traffico veicolare, si continua a investire in nuove linee metropolitane, in nuove tecnologie per le linee tramviarie e in autobus elettrici, oltre alla promozione della mobilità ciclabile. Sempre in Europa, i servizi di car sharing sono oggi utilizzati da circa 15 milioni di utenti per un totale di quasi 150.000 autovetture disponibili. Secondo le stime, in Italia il solo settore del car sharing ha registrato nel 2023 ricavi pari a 850 milioni di dollari; il numero di noleggi negli ultimi anni è in salita ma non ancora vicino ai livelli pre-covid.

D’altra parte, la densità urbana rappresenta anche un vantaggio in termini di sostenibilità ambientale, perché concentrando in un’area geograficamente limitata una vasta popolazione si riduce il consumo di ruolo e si ottimizza la mobilità dei pendolari, riducendo le emissioni pro-capite. Per esempio, a New York il 40% dei lavoratori usa trasporti pubblici, mentre Los Angeles, che ha una densità demografica molto inferiore, la percentuale crolla all’8% (da qui le celebri immagini di enormi ingorghi stradali). Su questo fronte, l’Europa è molto più avanti: Londra, la più popolosa città del continente, ha un’emissione pro capite di quattro volte inferiore a quella degli USA.

Al tempo stesso, però, in quanto continente più “vecchio” in termini di urbanizzazione, l’Europa ha anche un grande problema con il consumo di suolo. Rispetto ad altre aree del mondo dove gli insediamenti sono concentrati all’interno di grandi megalopoli, in Europa nel corso dei secoli il suolo “naturale” è stato progressivamente consumato in favore di attività antropiche, con tutte le conseguenze che ciò comporta: perdita di biodiversità, maggiore vulnerabilità nei confronti di alluvioni, frane e fenomeni meteorologici estremi, riduzione delle aree boschive con conseguente limitazione della capacità naturale di sequestro dell’anidride carbonica. In Europa si assiste a uno spostamento verso le periferie e le aree suburbane, con una significativa crescita delle città intermedie (I-Cities), centri urbani di medie dimensioni, sempre inferiori al milione di abitanti. Nel decennio dal 1990 al 2000 le I-Cities sono cresciute a un ritmo più veloce rispetto alle altre categorie, pari al 2,7%, rispetto al +2,5% delle grandi città del +1,8% delle megalopoli, ospitando oggi più del 50% della popolazione urbana mondiale in particolare nei paesi occidentali.

Il risultato è che, nonostante il progressivo calo del ritmo di crescita della popolazione europea, aumenta lo sprawl, ossia la dispersione abitativa. Dalla metà degli anni Cinquanta a oggi, la superficie totale delle città europee è aumentata del 78% a fronte di una crescita della popolazione pari al 33%. Ogni anno un’area delle dimensioni di Berlino – circa 1000 km2 – di suolo agricolo o naturale scompare, rimpiazzata da infrastrutture artificiali. In Germania lo spazio abitativo medio pro-capite è salito da 34,9 metri quadri nel 1991 a 46,5 nel 2015.  Diversi paesi, tra cui l’Italia, si stanno dotando di legislazioni per raggiungere l’obiettivo posto dall’Unione europea di un consumo netto di suolo zero per il 2050: per ogni superficie di terreno antropizzata è necessario prevedere la rinaturalizzazione di una superficie di terreno di uguale estensione, in particolare attraverso la riconversione delle grandi aree industriali dismesse, non solo quelle prodotte dalla de-industrializzazione, ma anche dagli effetti della recessione economica, che ha portato alla chiusura di numerosi stabilimenti anche piccoli. L’Agenzia europea per l’ambiente stima che in Europa siano presenti circa tre milioni di aree industriali dismesse. Oggi tutte le città del mondo coprono nel complesso circa un milione di chilometri quadrati; nel 2050 saranno 2,5 milioni. Diventerà quindi urgente individuare strategie in grado di mitigare il consumo di suolo dell’urbanizzazione, soprattutto in considerazione degli effetti dei cambiamenti climatici.

Le smart city

L’idea di applicare all’urbanistica gli sviluppi dell’intelligenza artificiale e dei big data, pur non nuova, ha portato alle prime importanti applicazioni solo nel corso dell’ultimo decennio. Il punto di svolta è rappresentato dall’accordo tra la città di Rio de Janeiro e la IBM per implementare, nel 2010, l’Intelligent Operations Centre (IOC) di IBM nella città brasiliana in vista dei due grandi eventi programmati nel 2014 (Campionati mondiali di calcio) e nel 2016 (Giochi olimpici). Vera e propria plancia di comando della città, l’IOC si basa sull’ottimizzazione delle informazioni provenienti da uffici e dipartimenti municipali diversi attraverso algoritmi di data analysis per ottenere una più efficiente gestione dei servizi urbani; Anche in Italia il mercato delle smart city è in crescita: nel 2022 valeva 900 milioni (+23% rispetto al 2021) di euro e la cifra è destinata a crescere grazie ai fondi Europei del PNRR, con un comune italiano su cinque che ha avviato progetti in chiave Smart. Oltre a controllare lo stato di utilities come gli impianti di illuminazione, l’asfalto stradale e le infrastrutture pubbliche, l’IOC ottimizza i trasporti pubblici cittadini e controlla i flussi di persone per mitigare sovraffollamenti durante gli eventi pubblici e fornire dati fondamentali per il controllo del crimine. Negli anni successivi, le soluzioni di smart city di IBM e del suo principale competitor, Cisco, sono state acquistate da numerose città, anche se molti osservatori hanno evidenziato un eccessivo slittamento della principale finalità di questi servizi verso il controllo del crimine e l’efficientamento della polizia locale. I big data, infatti, sono stati spesso usati per compiti di pre-crimine, con lo scopo di prevedere le aree di una città che saranno più colpite da ondate criminali e ottimizzare il dispiegamento delle forze dell’ordine.

Il Command and Control Centre della Cisco è stato adottato da grandi città come Amburgo, Bangalore, Dubai, Kansas City, e basa la sua forza soprattutto su soluzioni di Internet of Things: l’idea è di dotare di sensori le utilities cittadine in modo da gestire attraverso un’unica cabina di regia i servizi urbani, dalla distribuzione di energia al traffico, dalla logistica alla manutenzione. Strumenti simili sono stati dispiegati da Siemens, con piattaforme di building management per efficientare i sistemi di riscaldamento, ventilazione, illuminazione, climatizzazione, antincendio soprattutto negli edifici pubblici, diventati “edifici intelligenti”. Alcune città hanno preferito adottare soluzioni in house o open source per le loro politiche di smart city, al fine di evitare i costi significativi dei giganti informatici o di rischiare che i dati degli utenti finiscano nelle mani di compagnie private, come potrebbe accadere se la gestione dei servizi urbani fosse affidata a Google (che nel 2019 ha svelato un piano da quasi un miliardo di euro per fare di Toronto la smart city più efficiente al mondo). Barcellona, per esempio, è riuscita a risparmiare 75 milioni di euro di fondi pubblici e creare quasi 50mila posti di lavoro nel settore delle tecnologie smart puntando sull’autonomia tecnologica.

L’enorme interesse per le smart city, trainato in particolare dalla Cina, spinge a prevedere che il mercato del settore raggiungerà i 3000 miliardi di dollari entro il 2025. L’accelerazione è resa possibile da un lato dall’implementazione, nelle città, di reti Wi-Fi più veloci – infrastruttura indispensabile per una smart city – e dall’altro dal crescente mercato della domotica, come mostra il successo degli assistenti intelligenti domestici. In un recente rapporto, il McKinsey Global Institute ha analizzato le applicazioni di smart city in 50 città del mondo per comprenderne l’impatto, stimando una riduzione della mortalità dell’8-10% (in particolare riducendo la criminalità, con un risparmio di quasi 300 vite umane ogni anno a Rio), un’accelerazione del tempo di risposta alle emergenze del 20-35%, una riduzione dei costi sanitari dell’8-15%, un taglio delle emissioni climalteranti del 10-15%. L’efficientamento idrico avrebbe inoltre consentito un risparmio di acqua dell’ordine di 25-80 litri per cittadini al giorno (è noto che la cattiva manutenzione delle reti idriche e gli sprechi degli utenti finali sono tra le principali cause della riduzione della disponibilità di acqua nelle città). Al di là delle evidenti criticità politiche che il modello delle smart city pone – in particolare il grave rischio di delegare funzioni sempre più importanti di una città ad aziende tecnologiche private – la tendenza inevitabile va verso una più ampia applicazione di queste soluzioni, necessarie per poter gestire sistemi sempre più complessi come quelli rappresentati delle grandi conurbazioni urbane in un’ottica preventiva e predittiva, per minimizzare il più possibile i tradizionali disagi dei cittadini, come i guasti delle metropolitane o i blackout, e migliorare la qualità della vita riducendo l’inquinamento dell’aria, la quantità di rifiuti prodotta, gli sprechi energetici.

Il divorzio tra città e campagne

Con l’aumento dell’urbanizzazione, è inevitabile che il tradizionale divario tra città e campagne sia destinato ad accrescersi. Già oggi si osserva una profonda diversità politica nell’elettorato dei due contesti. Nelle elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti, la candidata democratica Hilary Clinton ha preso più voti, ma due terzi delle aree suburbane hanno votato per Donald Trump, candidato anti-establishment, benché (paradossalmente) tra gli uomini più ricchi del paese. La ragione sta nella divisione dei collegi elettorali che tradizionalmente, negli USA, favorisce le aree rurali e piccoli stati con un peso elettorale maggiore. Così anche nelle elezioni di mid-term del 2018 i democratici hanno vinto in tutti i collegi dei grandi centri urbani mentre i repubblicani hanno conquistato l’87% dei distretti rurali. Un analogo problema è stato riscontrato nel Regno Unito, che come gli USA ha una divisione dei collegi elettorali che favorisce il voto della provincia: lì, sempre nel fatidico 2016, il 55% degli elettori della provincia ha votato per la Brexit, mentre nelle grandi città – Londra in primis – hanno prevalso i remain, sebbene non come ci si attendeva alla vigilia. Sembra infatti che l’affluenza delle piccole città sia superiore a quella delle grandi città, dove le persone sono spesso troppo impegnate in altre occupazioni per permettersi di andare a votare.

Diversamente, anche se in Francia le campagne hanno votato in maggioranza per il Front National, la divisione dei collegi premia le grandi città, dove si è concentrato il voto a favore di Emmanuel Macron. Le elezioni europee del 2019 hanno confermato analoghe tendenze in Italia: qui, mentre a Roma il Partito democratico ha superato il 30%, nel Lazio si è fermato al 24%; A Milano il PD ha preso il 36% contro un dato regionale in Lombardia del 23%. Di contro, la Lega si ferma al 27% a Milano ma arriva al 43% nella media regionale. Non è questione di percentuale: città metropolitane e aree suburbane e rurali votano praticamente in maniera opposta in tutto l’Occidente.

Dal secondo dopoguerra a oggi, le persone più istruite lasciano le province per cercare lavoro nelle grandi città, dove si concentrano le occupazioni del terziario avanzato; di conseguenza, in provincia restano le persone meno istruite, che andranno a occupare posti nell’agricoltura, nella manifattura o nel piccolo commercio. Il problema quindi, secondo gli analisti, si nasconde nei livelli d’istruzione: oltre un certo livello, le persone tendono ad avere idee più progressiste, liberali e, per esempio, favorevoli all’immigrazione, mentre un basso livello d’istruzione è spesso associato a xenofobia. Questi pattern non hanno nulla a che vedere con le divisioni geografiche: non sono i posti dove si vive a definire gli orientamenti politici, ma questi posti stabiliscono chi resta e chi se ne va in termini di brain drain, “fuga dei cervelli” verso i centri urbani. Sembra non sia invece vero che la cultura cosmopolita delle città favorisca un’attitudine verso l’apertura mentale: le persone provenienti dalle metropoli che si spostano a vivere in provincia non cambiano le loro opinioni e quindi il loro orientamento politico nemmeno dopo molti anni. È comunque vero che le città favoriscono cambiamenti culturali radicali: prova ne è l’aumento delle famiglie mononucleari, particolarmente diffuse nelle città europee di maggior crescita demografica come Londra e Milano, dove la percentuale di persone che vivono da sole è intorno al 45%.

Se il divario tra provincia e città è stato costante per molti decenni, la situazione si è esacerbata solo negli ultimi anni per effetto della Grande Recessione. A partire dal 2008, le aree suburbane e rurali sono state le più colpite dalla crisi, perché più fragili e meno dinamiche. La perdita di posti di lavoro e il crollo dei consumi ha comportato un generale impoverimento che si è tradotto in un crescente risentimento soprattutto nei confronti della globalizzazione dei mercati e del multiculturalismo, accusato di fungere da veicolo di ingresso di lavoratori stranieri a basso costo. Il divario, finora limitato ai soli paesi occidentali, negli ultimi anni ha iniziato a emergere anche in altri paesi, tra cui Brasile, Egitto, Israele, Thailandia, Turchia. Anche qui le grandi città vedono un elettorato in maggioranza progressista confrontarsi con l’elettorato più conservatore delle aree rurali, segno che la tendenza è qui per restare e caratterizzare il corso dei prossimi decenni.

Scarica il Megatrends Quarterly Report “Italia 2032 – Infrastrutture e città”