Turismo
Se si guarda ai dati di lungo periodo, il turismo si rivela uno di quei fenomeni cosiddetti “esponenziali” le cui conseguenze, sull’intera società, cominciano a farsi complesse. Basti considerare l’andamento del numero di viaggiatori internazionali lungo i decenni: 25,3 milioni (1950); 69,3 (1960); 158,7 (1970); 204 (1980); 425 (1990); 753 (2000); 946 (2010); 1,5 miliardi (2019). Poiché quest’ultima soglia è stata raggiunta con tre anni di anticipo rispetto alle previsioni, si ritiene probabile che la previsione di toccare quota 1,8 miliardi nel 2030 sia conservativa e che per allora saranno superati i due miliardi.
Anche i ricavi, naturalmente, sono aumentati: il turismo e il suo indotto vale il 10% del PIL mondiale, con punte del 15% in Spagna e valori molto alti in quasi tutta Europa (in Italia il 13%). Le stime prevedono che il trend sia ben lontano dal rallentare nel prossimo futuro, tanto che entro il 2030 un lavoratore su nove nel mondo sarà impiegato nel settore dei viaggi e dell’accoglienza turistica e il fatturato raggiungerà l’11,4% del PIL globale.
Le cinque principali destinazioni mondiali – Francia, Spagna, Stati Uniti, Cina e Italia – assorbono oggi il 27% delle presenze turistiche complessive, mentre il 43% della spesa in turismo è coperta dai cittadini di Cina, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia. Tuttavia, con l’aumento della propensione a viaggiare da parte dei cittadini della classe media dei paesi emergenti, e la crescita di attrattività di mete un tempo meno gettonate, anche grazie (in Europa) alle nuove rotte low-cost, il turismo spinge verso una crescente diversificazione. In crescita sono paesi come Australia, Canada, Ungheria, Irlanda, Polonia e Repubblica Slovacca. In calo, per l’Europa, soprattutto Regno Unito e Norvegia.
Per capire come il turismo potrebbe evolversi nei prossimi decenni, è fondamentale esplorare alcuni dei megatrend che hanno maggiori probabilità di avere un impatto sull’universo dei viaggi. Il settore del turismo e le industrie connesse sono parti dell’economia globale, che si presume siano influenzate da una varietà di megatrend. Ad esempio, l’International Air Transport Association (IATA) prevede che la domanda di passeggeri nei prossimi 20 anni sarà influenzata dall’allargamento della classe media emergente nei paesi in via di sviluppo, dalla crescita globale della popolazione, dalla liberalizzazione dei mercati del trasporto aereo e anche dai cambiamenti climatici (IATA, 2016).
I megatrend portano sfide, minacce e opportunità nuove e spesso invisibili, i cui impatti possono variare tra l’economia nel suo complesso e i singoli settori. Possiamo ipotizzare che i modelli economico-sociali relativi al turismo evolveranno in modo significativo tra oggi e il 2040, in relazione a: a) aumento di livelli di reddito e di istruzione nelle economie emergenti; b) invecchiamento della popolazione globale e aumento dei gruppi di turisti anziani; c) riduzione dei consumi di carbonio e transizione energetica; d) nuove tecnologie e sharing touristic economy; e) potenziamento del management delle situazioni di rischio (ambientale, politico e sanitario).
La crescita dei paesi emergenti
Nel 2018 per la prima volta l’Africa ha superato l’Europa in termini di crescita annua del numero di turisti (+9% rispetto all’8% europeo). Naturalmente, in numeri assoluti, le dimensioni non sono comparabili, dal momento che l’Europa ha ricevuto oltre la metà dei turisti del mondo (671 milioni) contro gli appena 63 milioni dell’Africa. Il trend comunque è in significativa crescita, sebbene disomogeneo: cala infatti il turismo nel Nord Africa, a causa delle instabilità geopolitiche, e cresce quello dell’Africa sub-sahariana. Gli analisti prevedono che nel 2030 il 57% del turismo mondiale sarà diretto verso i paesi emergenti, grazie alla crescita dei sottosettori del turismo naturalistico e avventuroso. I paesi africani si sono dimostrati in gran parte capaci di sostenere la crescita dei flussi turistici e il settore cresce a velocità maggiore rispetto alla media della crescita economica annua.
Oggi l’apporto dei turisti provenienti da paesi a basso reddito continua a essere modesto: solo il 3% proviene dall’Africa e un altro 3% dal Medio Oriente; ma il 25% proveniente dall’Asia-Pacifico è trainato in gran parte dai ritmi sostenuti di crescita del turismo internazionale dalla Cina, a dimostrazione che, all’aumentare del reddito medio pro-capite, la propensione a viaggiare cresce in modo direttamente proporzionale. Nello specifico, i turisti cinesi sono cresciuti da 10 milioni nel 2000 a 150 milioni nel 2019; tuttavia, solo il 7% dei cittadini cinesi possiede un passaporto, contro il 40-50% degli europei. Esistono quindi enormi potenzialità di crescita, tanto che già nel 2030 arriveranno a quota 600 milioni/anno.
Rischi imprevisti e resilienza turistica
Nel 2020 l’epoca d’oro del turismo internazionale si è arrestata bruscamente quando l’impatto della pandemia Covid-19 ha condotto il settore a un punto morto senza precedenti. Il turismo è stato sicuramente uno dei settori più duramente colpiti dalla pandemia, soprattutto in termini quantitativi. Secondo l’analisi delle previsioni di UNWTO, il settore ha perso circa il 60% del flusso totale di turisti e stime del 2021 riportavano danni pari a circa 4000 miliardi di dollari a livello globale dall’inizio della crisi sanitaria. Nel 2023 il turismo internazionale ha recuperato l’84% dei livelli pre-pandemia: in tutti i continenti sono stati quasi raggiunti i livelli pre-pandemia tranne che per il continente Asiatico, dove gli arrivi sono arrivati al 61% dei livelli pre-pandemia. La storia del turismo ci insegna che i trend di crescita hanno subito già altre volte diverse battute d’arresto a partire dal XX secolo, quando due guerre mondiali e la terribile influenza spagnola fermarono improvvisamente i viaggiatori nel mondo. Il XXI secolo presenta nuove insidie allo sviluppo del turismo. L’epoca degli attacchi terroristici di matrice fondamentalista avviati, nel 2001, con lo schianto aereo sulle Torri gemelle di New York, hanno accompagnato i turisti per quasi un ventennio, ri-orientandone movimenti e flussi lungo lo scacchiere internazionale. L’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull, nel 2010, costrinse un gran numero di compagnie aeree in Europa alla cancellazione dei voli, per via delle ceneri e delle polveri proiettate in atmosfera, notoriamente dannose per i motori dei jet, con un impatto evidente nel turismo internazionale, benché di breve periodo. Le destinazioni turistiche si sono poi dovute costantemente confrontare con crisi politiche o finanziarie interne, con rivoluzioni civili, battaglie e guerre, o anche con sovranismi e vincoli di frontiera o, ancora, con disastri naturali e focolai sanitari come la sindrome respiratoria del Medio Oriente o l’epidemia di malattia da virus Ebola.
Catastrofi naturali come eruzioni vulcaniche, terremoti e inondazioni di grande portata possono tuttavia compromettere sul lungo termine una destinazione turistica, cosicché la dipendenza dell’economia locale dal comparto turistico può diventare uno svantaggio per la ripresa economica dopo un disastro. È il caso di Haiti, colpita da un disastroso terremoto nel 2010, o delle aree devastate dal maremoto del 2004 nell’Oceano indiano: qui, paesi come Maldive, Thailandia e Malesia sono stati particolarmente danneggiati nelle loro economie nazionali dalla perdita di introiti dal turismo negli anni immediatamente successivi. Così come l’economia di Egitto e Tunisia, i cui flussi turistici sono nettamente calati a partire dal 2015, dopo la Primavera araba e, soprattutto, a causa dell’ondata di attentati terroristici a opera dell’ISIS. La sola Sharm el-Sheik è stata drammaticamente danneggiata dall’attentato al volo Metrojet 9268 nel 2015. L’anno successivo, gli introiti turistici dell’Egitto, pari a 12 miliardi di euro circa, erano crollati del 50%.
Tuttavia, in questi due secoli il turismo ha dimostrato una straordinaria capacità di resilienza. Ad Haiti, già nel 2014 il numero di presenze turistiche aveva superato i livelli pre-tsunami. L’Islanda, appena due mesi dopo la fine dell’emergenza vulcanica, ha visto riprendere i suoi flussi turistici. Nei paesi del Sud-est asiatico, la ripresa è stata solo leggermente più lenta: a partire dal 2010, le presenze in Thailandia hanno iniziato a crescere velocemente, passando dai circa 12 milioni precedente il disastro del 2004 ai 40 milioni attuali. La Francia, sconvolta da un’ondata di sanguinosi attentati nel 2015, ha visto calare l’anno successivo le presenze turistiche del 2,2%, ma già nel 2017 aveva superato i livelli pre-2015 e nel 2020 ha toccato i 100 milioni di presenze. Anche l’Egitto di recente ha visto riprendere in modo significativo gli ingressi di turisti internazionali che nel 2018 si contavano in 11.346.389 nelle sole località del Mar Rosso.
Ciò dimostra che la vulnerabilità ai rischi imprevisti, sicuramente molto forte, è mitigabile in tempi brevi una volta che la percezione del rischio cala tra l’opinione pubblica, soprattutto per le destinazioni a maggiore attrattività e in grado di mettere rapidamente in campo operazioni commerciali capaci di rassicurare il mercato turistico. In ogni caso, la resilienza dei flussi turistici risulta evidente nella capacità di modificare in tempi molto brevi le preferenze di destinazione. La reazione resiliente implica capacità di adattabilità e trasformabilità, che sono le dinamiche che amplificano la capacità dei sistemi turistici di rimanere relativamente stabili o addirittura potenziare le proprie performance dopo uno shock iniziale (Folke et al., 2004). I flussi, semplicemente, si spostano, agevolati dai prezzi bassi delle compagnie aree low-cost in Europa (crescono Bulgaria, Cipro, Malta, Portogallo e Spagna) e dai bassi costi della vita in paesi che negli ultimi anni stanno vivendo un autentico boom, come quelli orientali.
La pandemia Covid-19 richiede un ripensamento dei modelli previsionali di crescita finora utilizzati per il settore del turismo, in cui è mancata l’attenzione a rischi inattesi come quelli della contagiosità e del relativo distanziamento sociale. In questa chiave Novelli et al. (2018) hanno per esempio osservato che molte ricerche sociali sono state dedicate alla gestione delle crisi post-disastro oppure dell’overtourism, ma pochi studi hanno affrontato le crisi legate alla salute nei paesi in via di sviluppo e ancora meno hanno approfondito la minaccia indiretta delle epidemie sulle loro industrie turistiche. Il loro studio sull’impatto della crisi dell’ebola sul turismo in Gambia ha mostrato conseguenze devastanti sull’industria del settore e ha sottolineato l’importanza del deficit di percezione e della mancata preparazione delle destinazioni turistiche e dei turisti stessi nella gestione delle crisi sociali.
Sotto questa angolazione critica la pandemia Covid-19 porterà a un riesame critico del modello di crescita del volume globale dell’industria turistica, per ragioni legate ai rischi a cui abbiamo già accennato. Tuttavia, è possibile proporre un diverso punto di vista, cercando di accettare questo momento storico come un’occasione per riflettere sulla necessità di un cambiamento nell’insostenibilità degli stili turistici attuali. In fondo, il turismo non è che una condizione antropologica. Corollario del processo di civilizzazione, il turismo è lo specchio della società di cui, in questo momento storico, rappresenta il suo disagio. Sfide e previsioni sul turismo non sono dunque semplicemente economiche, ma queste argomentazioni ci permettono di considerare con più attenzione la fragilità della destinazione e i rischi associati a una pressione eccessiva del turismo (Nelson et al., 2010).
Il futuro dell’overtourism
La questione dell’overtourism, ossia del turismo di massa incontrollato in destinazioni turistiche particolarmente affollate, ha iniziato a creare resistenze in città e paesi dove la capacità di assorbimento dei flussi turistici è bassa. Fino a pochi anni fa, Venezia era il caso europeo più noto ed eclatante di overtourism. Nel giro di breve tempo, però, altre destinazioni hanno lanciato l’allarme: da Barcellona ad Amsterdam, da Reykjavik a Napoli, aree urbane che solo recentemente hanno conosciuto il successo come meta internazionale di viaggio. In Islanda il rapporto tra turisti e cittadini residenti ha raggiunto l’incredibile valore di 5,1 contro 1; valori analogamente alti si riscontrano in Croazia (3,3 a 1) e Montenegro (2,6 a 1). In Thailandia il traffico di passeggeri nei sei aeroporti del paese è aumentato del 68% dal 2012 al 2016, creando gravi problemi di congestionamento infrastrutturale. Per tutti questi territori, il turismo si è trasformato in overtourism, ovvero in una minaccia per la sostenibilità ambientale e per la qualità della vita, con il progressivo degrado di quegli attrattori che hanno decretato il successo delle destinazioni, con abitanti sempre più esasperati dalla airbnb-ification di interi centri storici.
Nelle aree metropolitane il rapporto tra turismo e fenomeni di neo-gentrificazione sta diventando un tema di dibattito politico rilevante: le attività commerciali dei centri storici e delle località ad alta frequentazione turistica modificano la loro offerta per intercettare le maggiori capacità di spesa del viaggiatore, con l’effetto di aumentare i prezzi al consumatore, cosicché il costo della vita si impenna. A ciò si aggiungono i processi di sharing economy che hanno trasformato molti aspetti della settore turistico tradizionale con forme di turismo “on demand” (Corbisiero e La Rocca, 2020) e piattaforme di prenotazione online come Uber e Airbnb e altri servizi di economia condivisa come Eatwith o Vayable. Un processo che spinge numerosi proprietari a convertire i loro appartamenti in case vacanza, sottraendoli al tradizionale mercato dei fitti, e costringendo le fasce economicamente più deboli a spostarsi in periferia per la conseguente carenza di alloggi.
Il numero di posti letto nelle città europee è aumentato in maniera spettacolare: a Firenze, il 18% degli appartamenti del centro storico è offerto su Airbnb, a Matera addirittura il 25%. Negli ultimi anni sempre più città hanno iniziato a usare il pugno duro: a Barcellona il governo municipale ha deciso di impedire la concessione di nuove licenze per case-vacanze nelle aree del centro, seguendo gli esempi di New Orleans e Vancouver, dove i residenti dei centri storici sono sempre più ostaggio dei turisti. In Francia diverse municipalità, tra cui Parigi, hanno imposto un limite di affitto della prima casa per locazione turistica a 120 giorni l’anno; Londra, Berlino, San Francisco hanno abbassato questo limite a 90 giorni complessivi, Amsterdam a 30. Si tratta di un fenomeno destinato a crescere: anche così, comunque, il valore della sharing accomodation (i posti letto offerti attraverso portali come Airbnb) ha raggiunto nel 2022 i 40 miliardi di euro.
Sono in fase di sperimentazione strategie più complesse per gestire il fenomeno dell’overtourism. Mentre a Venezia si discute da tempo di chiudere l’ingresso alle enormi navi da crociera, in Croazia la città di Dubrovnik, afflitta da un problema analogo (ma di dimensioni minori) ha preferito lanciare una strategia più integrata, battezzata “Rispetta la città”, a tutela del proprio centro storico patrimonio dell’UNESCO: l’obiettivo è gestire meglio i flussi nella città vecchia, coordinando l’arrivo degli autobus, gestendo in specifiche fasce orarie i tour organizzati dalle navi da crociera, stabilendo standard per il rispetto dell’ambiente e minimizzando il più possibile gli impatti negativi sulla comunità locale. Aumentano inoltre le tasse di soggiorno in molte destinazioni turistiche, mentre la Nuova Zelanda ha applicato una tariffa forfettaria per ogni persona che entra nel paese da destinare e politiche di conservazione.
Altre aree internazionali lavorano sulla destagionalizzazione, attraverso un’offerta turistica più variegata e distribuita lungo tutto l’anno: per esempio la Grecia, caratterizzata da sempre da un turismo perlopiù estivo a vantaggio quasi esclusivo della località costiere e delle isole, ha lanciato negli ultimi anni iniziative di turismo culturale, religioso, di lusso, gastronomico, puntando anche su grandi eventi, festival e convegni internazionali. L’obiettivo di una “dispersione” dei flussi turistici su un’area più ampia spingerà sempre più destinazioni a incoraggiare località meno note e sviluppate, attraverso la promozione del turismo di prossimità o quello più squisitamente responsabile.
Inutile dire che lo sviluppo tecnologico inciderà ancora più profondamente nelle modalità di guardare al mondo dei viaggi post-pandemia. I dispositivi tecnologici non solo hanno già grandemente ampliato la possibilità di reperire informazioni, rivoluzionato il tradizionale concetto di intermediazione (un operatore come Booking.com lavora oggi con oltre 1,1 milioni di strutture ricettive nel mondo) e ridotto conseguentemente l’asimmetria informativa tra produttore e consumatore, offrendo a quest’ultimo la possibilità di generare contenuti propri e di diffonderli in modo pervasivo attraverso gli strumenti social. Hanno anche favorito la nascita di community che, desiderose di praticare un turismo più “immersivo” e meno omologato, hanno fatto letteralmente esplodere il fenomeno dell’ospitalità tra privati che solo in Italia nel 2016 ha riguardato 5,6 milioni di persone. Per non parlare poi dei dispositivi mobile, della miriade di app che hanno trasformato in poco tempo il turista in un soggetto piuttosto competente e indipendente.
Turismo e sostenibilità ambientale
Oggi il turismo contribuisce al totale delle emissioni climalteranti per il 5-8%. La crescita esponenziale dei voli aerei, dei viaggi in auto, ma anche il maggior consumo energetico di un turista medio rispetto a un residente (si pensi ai consumi di una camera di albergo tra frigorifero, dispositivi tecnologici e aria condizionata), contribuiscono a questa percentuale. L’impronta globale delle emissioni di gas serra legate al turismo globale è responsabile di quasi un decimo dei gas serra globali. Fattore chiave dell’impronta eco-turistica, l’industria aerea è ad alta intensità di carbonio e comprenderà una percentuale sempre più significativa di emissioni globali a causa della crescente affluenza e degli sviluppi tecnologici che renderanno le destinazioni più accessibili. Bastano cinque voli tra la città di New York e la California – una rotta interna tradizionale negli USA – per ottenere più emissioni di gas serra pro-capite di quanto ne produca un sola automobile in un intero anno. Sul fronte dell’impatto ambientale, inoltre, crescono i problemi, soprattutto nelle isole, nelle regioni costiere e di montagna; si stima che un turista consumi 3-4 volte più acqua di un residente e il doppio dei rifiuti solidi urbani (già oggi un problema per isole come Malta e Minorca).
Secondo l’UNESCO, inoltre, la metà dei siti del patrimonio mondiale dell’umanità sono a rischio per la crescita dei flussi turistici nel prossimo futuro. Anche gli Stati insulari sono in una posizione critica perché se da una parte si affidano in prevalenza al reddito turistico allo stesso tempo sono piuttosto vulnerabili agli effetti dell’innalzamento dei mari e dei cambiamenti climatici.
Il trend del silver tourism
La reazione all’overtourism spinge fette crescenti di turisti ad alto reddito verso soluzioni lontane dal turismo di massa e scelte di turismo lento, che privilegia mete fuori dai circuiti tradizionali, come aree interne e piccoli borghi. Si tratta di mete destinate a diventare sempre più rivelanti per il cosiddetto “silver tourism”: con il crescere degli anni in buona salute, il numero di anziani viaggiatori cresce costantemente e, dopo aver saturato alcune nicchie di mercato come quella crocieristica, si orienteranno verso nuove offerte turistiche personalizzate che tengano conto dei loro bisogni specifici. I turisti over-60 raggiungeranno nel mondo gli 1,7 miliardi nel 2040 con un aumento dell’89% rispetto al 2015. In Italia questo mercato vale già oggi cinque miliardi di euro per circa 7,5 milione di persone.
L’effetto di questa maggiore propensione delle persone anziane a viaggiare si riscontra già oggi nella continua crescita del mercato crocieristico, il cui mercato è cresciuto dai 15,7 miliardi di euro nel 2010 agli oltre 30 miliardi oggi. Nel 2022 in Europa il comparto crocieristico ha generato 56,4 miliardi di euro, di cui 15,6 miliardi nel nostro paese; l’Italia è il paese, grazie anche ai suoi 60 porti crocieristici e al fatto di essere la principale meta europea di destinazione, ad avere i maggiori benefici dal punto di vista economico dal comparto. I programmi delle grandi compagnie crocieristiche puntano ad aumentare di un terzo la capacità di accoglienza dei passeggeri dal 2020 al 2025, con il segmento di mercato in maggior crescita che riguarda le crociere di lusso su nuove rotte nel circolo polare artico e in Antartide, in particolare come conseguenza dello scioglimento dei ghiacci e della maggiore economicità delle rotte. Tuttavia, l’impatto del Covid-19 ha fermato questi progetti, dal momento che uno dei luoghi di più veloce contagio si sono rivelate proprio le navi da crociera: quasi cinquanta navi sono state costrette alla quarantena, bloccando a bordo, nel corso dei mesi tra febbraio e maggio 2020, oltre 100mila persone. Rendere le navi sicure dal punto di vista sanitario rappresenta ora la principale sfida per consentire al traffico crocieristico di riprendersi da quella che altrimenti si trasformerebbe in una crisi irreversibile per il settore.
Un elemento a favore del silver tourism e quindi della sua sostenibilità anche in tempi di pandemia è il fatto di essere un turismo destagionalizzato: grazie alla possibilità di optare per periodi meno affollati, una promozione maggiormente orientata a questo segmento sarà sempre più tra le opzioni politiche di mitigazione dell’overtourism. I membri più anziani della società possono spesso essere finanziariamente più al sicuro, sia che stiano ancora lavorando o siano andati in pensione. Questo è generalmente vero per i paesi sviluppati in cui il potere d’acquisto è spesso destinato ai viaggi. Con un reddito disponibile soddisfacente, minori responsabilità domestiche, più tempo per sé, i turisti d’argento sono uno dei megatrend del futuro del turismo.
Molti osservatori scommettono anche sulla possibilità che proprio questo segmento di mercato favorirà il decollo delle applicazioni di realtà virtuale e aumentata nel mondo dei viaggi, finora limitate perlopiù alla fruizione museale. Oltre che per evidenti ragioni di limitazione della mobilità, la realtà virtuale e aumentata può infatti andare incontro al cosiddetto “business della nostalgia”, permettendo ai più anziani di godere di simulazioni attentamente riprodotte di una località ai tempi, magari, della loro giovinezza. Con l’invecchiamento della popolazione globale, il trasporto continuo verso e all’interno delle destinazioni è una questione strategica che dovrà essere sempre più affrontata. Progressivamente legate al turismo, l’infrastruttura, le modalità di trasporto e la fornitura di informazioni dovranno essere attentamente progettate e gestite per soddisfare un maggior numero di viaggiatori con mobilità ridotta e limitate capacità di comunicazione, al fine di aiutare i turisti a viaggiare con sicurezza intorno a una destinazione.









