Sistema internazionale
“I nuovi nazionalismi in un mondo aperto” è il titolo scelto dall’Associazione Internazionale di Scienza Politica per il suo congresso mondiale annuale che avrebbe dovuto tenersi nel luglio del 2020 ma che, con lo scoppio della pandemia del Covid-19, è stato sospeso come buona parte delle attività umane. Il tema individuato per l’incontro annuale dei politologi e degli studiosi di relazioni internazionali aspirava a enfatizzare una questione al centro dell’agenda di ricerca contemporanea, cioè il ritorno dei nazionalismi, i quali, in Europa, prendono anche o forse soprattutto i caratteri dell’euroscetticismo. Tuttavia, il ritorno di quello che sembrava un fenomeno politico tipico della prima parte del Secolo Breve si scontra con la realtà di una interconnessione transnazionale complessa a livello produttivo, finanziario, politico-istituzionale, sociale e tecnologico. Basti pensare che i due terzi del commercio mondiale avvengono attraverso le catene globali del valore. Al contempo, il ritorno dei nazionalismi emerge in una fase di riassetto strutturale del sistema internazionale, in cui il mondo unipolare a guida statunitense, emerso dopo il crollo dell’Unione Sovietica nei primi anni Novanta, sembra ormai dover cedere definitivamente il passo a un sistema multipolare in cui nuove potenze emergenti, la Cina innanzitutto, vanno consolidandosi come attori internazionali di primo livello. In un più ampio scenario in mutamento, Alcune delle “regioni” attraversate da maggior fermento sono, indubbiamente, quella che approssimativamente comprende Medio Oriente e Nord Africa (MENA), protagonista di un decennio di rivolte, transizioni politiche, guerre civili e conflitti internazionali, la questione Ucraina che tiene banco a livello internazionale e i vari contesti di crisi in tutto il mondo (Etipopia, Yemen, Nigeria, Afghanistan, Libano) da considerare che quasi tutti sono sviluppati nella zona più meridionale del pianeta. Lo scenario globale, dunque, è in una fase di riassestamento tra trasformazioni economico-politico e interdipendenze complesse.
In questo capitolo analizzeremo dapprima il livello internazionale nella sua fitta rete di interconnessioni economiche e produttive che più di altro ne hanno definito dinamiche ed interazioni. Dedicheremo poi un breve focus all’area MENA, non solo per il suo protagonismo nell’ultimo decennio, ma anche perché da sempre particolarmente sensibile agli eventi e alle trasformazioni in corso nelle aree più industrializzate del pianeta (cfr. Trentin, 2014). In conclusione, una quasi inevitabile riflessione su come la pandemia del nuovo coronavirus potrebbe (ri)definire gli scenari del prossimo futuro.
La sfera globale tra interconnessione economica e nuovo multipolarismo
In questo paragrafo proveremo a tracciare una panoramica della sfera globale prendendo in considerazione due linee direttrici principali: le catene globali del valore (global value chains, GVC), cioè uno dei principali fattori della globalizzazione, e la questione dell’assetto multipolare del sistema internazionale.
Per catena globale del valore (o della produzione) si intende una struttura reticolare complessa caratterizzata da un flusso di merci, servizi, capitali e tecnologie che attraversa i confini nazionali. Una catena globale del valore implica anche che le diverse fasi della produzione siano segmentate in regioni diverse a seconda del costo del lavoro e dell’apporto specifico di conoscenza e tecnologia. La fase di crescita più intensa delle GVC è riscontrata nel periodo 2000-2007, con una flessione seguita alla crisi globale del 2008 e una ripresa a ritmi meno intensi. Tuttavia, come notato in precedenza, i due terzi del commercio mondiale passano attraverso le GVC. Secondo uno studio coordinato dall’Organizzazione mondiale del commercio nel 2019, sono due i megatrend che caratterizzano l’economia globale oggi. Il primo è in realtà un set di tre processi interconnessi e riguarda in particolare i paesi in via di sviluppo: la formazione di una classe media, l’aumento del potere di acquisto, lo sviluppo di una rete commerciale intra-regionale in Asia. Il secondo megatrend è l’aumento della digitalizzazione della produzione. L’impatto delle tecnologie digitali può condurre, nel tempo, a un tendenziale aumento sia dell’automazione che dell’integrazione commerciale: in generale, sono i settori a più alto contenuto tecnologico a costituire il cuore delle GVC.
L’impatto della globalizzazione va misurato anche in relazione ai cambiamenti nel mercato del lavoro, una delle principali dimensioni dove si verificano le trasformazioni e gli effetti della globalizzazione. In relazione alle economie avanzate, se, da un lato, si è assistito a una tendenziale concentrazione di attività ad alto valore aggiunto (tecnologia avanzata, servizi finanziari e assicurativi, marketing, ricerca e sviluppo), dall’altro assistiamo a una stagnazione decennale del livello salariale medio e alla perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero, mentre i redditi da capitale o dei lavoratori quali amministratori delegati e manager sono aumentati. Ciò sta avendo già importanti ripercussioni sulla stabilità dei sistemi politici occidentali, ed è alla base del ritorno di forme di “protezionismo nazionalista”. In relazione alle economie in via di sviluppo, queste tendono ancora a caratterizzarsi per processi produttivi labour-intensive e a basso contenuto tecnologico aggiunto. Tuttavia, il flusso di tecnologie, la formazione di una classe media in Asia e l’aumento della dimensione regionale del commercio possono invertire, nei prossimi 10-20 anni, la direzione della globalizzazione verso un assetto più integrato a livello regionale e meno dipendente da produzioni a basso contenuto tecnologico e basso costo del lavoro, spingendo, al tempo stesso, le economie più sviluppate a nuove forme di reindustrializzazione. Del resto, già nel 2017 l’allora Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker aveva definito la re-industrializzazione dell’Europa come una priorità.
Il secondo elemento da tenere in considerazione concerne le trasformazioni del sistema internazionale. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica (1991), gli Stati Uniti erano emersi come l’indiscussa potenza egemone globale, al contempo proiettando il modello di democrazia capitalista come l’unico capace di garantire sviluppo economico e pace. L’ordine liberale internazionale si è incentrato, così, su istituzioni quali il libero commercio, istituzioni multilaterali, valori liberali, regimi democratici. Ma qual è, oggi, lo stato dell’ordine liberale internazionale e quali sono i suoi possibili scenari futuri? È opinione consolidata tra gli analisti internazionali che l’ordine liberale internazionale attraversi una fase di crisi e trasformazione. Le sfide dell’ordine liberale sono innanzitutto interne. Donald Trump, ad esempio, propone una politica economica tendenzialmente neo-mercantilista e incentrata sulla svalutazione delle istituzioni multilaterali internazionali. La Brexit, d’altro canto, sottolinea anche in questo caso il ripiegamento nazionale dell’ex potenza coloniale inglese. Ma Trump e la Brexit sono l’effetto, più che la causa, degli squilibri strutturali dell’ordine liberale internazionale e di processi quali finanziarizzazione, globalizzazione, e/o l’interventismo statunitense in diversi scenari globali tra i quali, soprattutto, quello mediorientale.
La dimensione interna della ridefinizione dell’ordine liberale si accompagna a quella esterna. In altre parole, è inscindibile dall’ascesa di nuove potenze, come la Cina, capaci di proiettare i propri interessi (e costruire alleanze) oltre i confini nazionali. In questo quadro, non è semplice tracciare una panoramica dei possibili scenari futuri, che dipenderanno da numerosi fattori contingenti. Nell’arco di 10-20 anni, diversi fattori potranno pesare nel consolidamento del cambiamento della struttura del sistema internazionale: l’isolazionismo statunitense, sempre più “egemone riluttante”; il declino delle istituzioni multilaterali; la crisi dei valori democratico-liberali prima di tutto in occidente; la disgregazione dell’Unione Europea, anche in tal caso sotto il peso delle crisi socio-economiche e degli interessi nazionali; il rafforzamento della regione asiatica come potenza commerciale.
Il Medio Oriente tra instabilità e “nuova guerra fredda araba”
Sempre più nell’ultimo decennio lo scacchiere mediorientale latu senso è stato caratterizzato da crescente incertezza sistemica e volatilità delle alleanze (lo si può dedurre dall’attuale e perenne conflitto israelo-palestinese) securitizzazione delle identità etnico-settarie, assenza di un grande egemone regionale e crescita dell’influenza degli attori non-statali (si pensi a Hezbollah, Hamas e gli huiti) seppure in un contesto che, paradossalmente, resta prevalentemente stato-centrico. Tutti trend che hanno contribuito significativamente non tanto al cambiamento di un ordine regionale, quanto al cambiamento all’interno di un ordine regionale (Del Sarto, Malmvig e Soler i Lecha, 2019). In questo contesto si è intensificata la rivalità geopolitica tra Arabia Saudita e Iran, troppo spesso ridotta semplicisticamente a un antagonismo sunniti-sciiti, e in questa “nuova guerra fredda araba” si è anche delineata una dimensione tutta infra-sunnita, riverberatasi con il suo seguito di proxies e alleati regionali nei conflitti in Iraq, Siria, Bahrein e Libia. Inoltre, è venuta meno la salienza dell’antisionismo nell’agenda politica dei governi arabi a cui ha fatto da contraltare un riavvicinamento tra Israele e Golfo.
Guardando alla regione MENA nel suo complesso, si possono identificare almeno sei principali tendenze che emergono nell’ultimo decennio. Si è andata innanzitutto consolidando una tendenza alle alleanze che il politologo Soler i Lecha (2017) ha definito “liquide”, sempre più mutevoli e meno coerenti rispetto al passato e di conseguenza meno affidabili. Aspetto ancora più interessante, tali alleanze si strutturano di volta in volta attorno a singoli dossier, risultando spesso in contraddizione rispetto ad altri aperti in parallelo, la cui chiave esplicativa è da ritrovarsi nelle mutevoli percezioni della minaccia e nelle considerazioni strategiche dei singoli attori anziché nelle affiliazioni settarie. Ciò ha iniettato nel sistema una dose considerevole di crescente volatilità, instabilità e aggressività, complice anche il timore di molti regimi di cadere a seguito delle ondate rivoluzionarie della cosiddetta primavera araba del 2010-11. Quanto alle alleanze internazionali, gli attori locali hanno appreso in maniera incrementale a diversificarle aumentando la loro capacità negoziale, sfruttando reciproche rivalità e approfittando della maggiore disponibilità sul “mercato” di possibili partner oltre a Stati Uniti ed Europa.
Realpolitik e considerazioni strategiche circa l’equilibrio di potenza hanno relegato in secondo piano l’elemento settario, che pure resta un aspetto rilevante nella definizione degli scenari geopolitici regionali, anche se tra notevoli contraddizioni. L’antagonismo tra sciiti e sunniti, i due principali rami dell’Islam, è apparso come una chiave di lettura sempre più limitata. Basti pensare, ad esempio, all’alleanza tra Iran, Hezbollah e il regime siriano di Assad con i sunniti di Hamas in chiave anti-israeliana o al conflitto infra-sunnita tra Qatar/Turchia e Arabia Saudita. Con la caduta di alcuni regimi autocratici nel 2011 e l’avvio delle transizioni in Nord Africa con traiettorie molto diverse, la cosiddetta “ondata verde” – ovvero la vittoria degli islamisti alle prime tornate elettorali post-rivoluzionarie in Marocco, Tunisia ed Egitto – aveva in qualche modo sancito l’affermazione della Fratellanza Musulmana (l’organizzazione ispiratrice) come attore transnazionale e campione del cambiamento politico in atto. È soprattutto a seguito del golpe militare egiziano contro il presidente islamista Morsi democraticamente eletto che si è aperta una confrontazione ideologica tra Qatar e Turchia da una parte (a sostegno della Fratellanza e a supporto del cambiamento politico da quest’ultima rappresentato), e l’asse Arabia Saudita-Emirati arabi-Egitto dall’altra (il fronte anti-fratellanza musulmana per lo status quo). Uno scontro che è stato descritto come una “guerra fredda intra-sunnita” nella più ampia cornice della “nuova guerra fredda araba” che ripropone, riarticolandolo, il confronto ideologico tra repubbliche rivoluzionarie vs monarchie conservatrici degli anni Cinquanta e Sessanta, rispettivamente a guida egiziana (col progetto panarabo e nazionalista nasseriano) e saudita.
Con i nuovi conflitti in Siria, Libia e Yemen, è cresciuto il numero degli attori non-statali – che siano minoranze etniche, gruppi tribali, organizzazioni terroristiche, milizie o mercenari – che contendono allo stato e ai suoi apparati di sicurezza il monopolio territoriale e dell’uso della forza. Se, da un lato, le primavere arabe hanno messo a nudo la fragilità di alcuni regimi, hanno anche confermato la resilienza di altri, soprattutto in Marocco, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati. Ugualmente resiliente sembra essere l’impostazione stato-centrica di ascendenza westfaliana dell’ordine regionale con una forte componente militare e autoritaria, e ciò nonostante l’emergere di importanti attori non-statali. Inoltre, si noti che, paradossalmente, anche questi attori non-statali, almeno all’origine, comunque ritornano all’idea di stato come identità e forma di organizzazione: il più noto tra tutti, il sedicente stato islamico (ISIS) così come il “quasi-stato” degli insorti Huthi nello Yemen del nord.
La “disconnessione” tra regimi e popolazioni – l’elefante nella stanza che non è stato più possibile ignorare con le primavere del 2010-11 – anziché ridursi nel corso di questi anni sembra essere aumentata. Ciò è evidente nel dilagare delle proteste nel 2019 in Sudan, Algeria, Libano e Iraq che, in una qualche versione delle primavere arabe 2.0, hanno rivendicato la necessità di un più profondo cambiamento del sistema economico oltre che politico. Del resto, le richieste del 2011, soprattutto nella loro dimensione socio-economica, sono rimaste largamente inevase, come testimoniato dal persistere di manifestazioni e movimenti anti-austerity, sovranisti, o anti-corruzione in paesi come Tunisia, Marocco o Giordania in questo decennio. Altro elemento tangibile dello iato governanti-società è il divario – nella retorica e nella prassi – tra le rispettive priorità rispetto a storiche questioni: si noti, ad esempio, come la questione palestinese abbia perso di rilevanza nell’agenda politica di vari governi arabi, pur restando un forte catalizzatore sociale nei rispettivi pubblici.
L’intensificazione della rivalità tra Iran e Arabia Saudita non si è tradotta in bipolarismo, ma lascia ampio spazio a un sistema regionale multipolare estremamente frammentato e competitivo, in cui tradizionali potenze regionali sono andate perdendo la loro influenza (Libia e Siria, l’Egitto seppur in misura minore), se ne sono imposte di nuove (Qatar ed Emirati) e altre già esistenti si sono consolidate (Arabia Saudita, Iran, Turchia e Israele).
Quanto agli attori internazionali nella regione, si è assistito al ritorno in forze di Mosca – una presenza interrottasi con il crollo dell’Urss – cui ha fatto da contraltare il forte ridimensionamento dell’influenza di Washington. Nel solco della politica di graduale disimpegno in Medio Oriente avviata da Obama si è inserita anche l’amministrazione Trump: si pensi, ad esempio, alla decisione di non intervenire in Siria o al più recente accordo con i talebani nel febbraio 2020 per il ritiro del contingente americano in Afghanistan dopo 18 anni di guerra. Con il progressivo “ritiro” degli USA, si è delineata più chiaramente la volontà della Russia di riempire il vuoto di potere in Siria e non solo, ed è andata progressivamente incrementando anche la presenza economica cinese, attraverso investimenti, prestiti e scambi commerciali. Non soltanto le tensioni tra USA e Cina sono state per quest’ultima un ulteriore incentivo di espansione nella regione, ma, a seguito della crisi finanziaria del 2008 che ha colpito molto più Europa e Stati Uniti, le economie mediorientali hanno optato per una maggiore diversificazione delle loro relazioni commerciali, in cerca di maggiore stabilità e minore dipendenza da partner “tradizionali”.
I futuri scenari globali e l’impatto della crisi pandemica
Il divenire storico è puntellato di eventi capaci di accelerare delle tendenze socio-strutturali palesi o latenti, o imprimere al percorso storico pieghe inattese. Nel 2020, per la prima volta nella storia moderna e su scala globale, ci siamo trovati di fronte all’interruzione di molte attività produttive e sociali. Nel tempo sospeso e nello spazio stravolto della quarantena globale, le società si sono interrogate sul loro futuro.
La pandemia del Covid-19 (coronavirus) può essere considerata, a buon diritto, uno di questi – rarissimi – eventi. L’esercizio della previsione di scenari futuri globali, dunque, non può non tenere conto dell’impatto di questa nuova e imprevista condizione e dei possibili futuri che essa potrà concorrere a generare. In questa sezione, ritorneremo su due fattori sistemici globali: (i) la dimensione socio-economica e la politica economica internazionale; (ii) la struttura del sistema internazionale. Leggiamo queste due dimensioni alla luce di reciproche interazioni complesse, che si snodano in un orizzonte spaziale multilivello che considera la dimensione nazionale, quella regionale, e internazionale.
La pandemia del Covid-19 ha innescato la recessione economica più violenta dal periodo della Grande Depressione negli anni Venti e Trenta del Secolo Breve. Recessione che, annodandosi alla congiuntura negativa del 2019, ha toccato, sia pure in modo diseguale, tutte le economie del mondo. La recessione ha manifestato un effetto dirompente su molti settori economici, in primis turismo, viaggi, ospitalità, agricoltura e industria manifatturiera, senza contare le piccole attività commerciali come negozi, bar, ristoranti, o palestre. Al contempo, la pandemic economics, se così possiamo definirla, ha accellerato quei processi di automazione e ‘smaterializzazione’ del rapporto lavorativo, incoraggiando forme di smart working e lavoro telematico (Tooze, 2020). Questi processi non sono stati privi di effetti e conseguenze di ordine sistemico. Una prima tendenza, già consolidata nell’era della globalizzazione, si è verificata nell’ulteriore concentrazione di capitale, rafforzando così il ruolo, anche politico, di piattaforme quali Google, Facebook, Amazon su cui autori come Zuboff (2019) riflettono da tempo. Ma, accanto alla ridefinizione dei rapporti e dei processi produttivi, è soprattutto la prospettiva della disoccupazione di massa (probabilmente uno dei principali effetti della recessione), a rappresentare uno degli scenari più ricchi di implicazioni negli anni a venire. Implicazioni politiche, o meglio, inerenti alla stabilità dei regimi politici occidentali. Se, infatti, gli stati, le istituzioni europee e quelle internazionali non saranno all’altezza delle trasformazioni sistemiche in atto, verosimilmente la crisi di autorità e legittimità già in corso, soprattutto nell’Unione Europea, potrà favorire cambiamenti di regime in direzioni che dipenderanno dall’equilibrio delle forze in campo, se cioè progressive o regressive.
Analoga riflessione si può estendere alla regione nord-africana e mediorientale dove la pandemia è arrivata, in molti casi, in contesti devastati dalla guerra o conflitti semi-permanenti (Yemen, Siria, Libia, Palestina) o in un momento di forte contestazione popolare delle élite al potere (si pensi soprattutto a Libano, Iraq e Algeria), colpendo società già provate da elevata precarietà e caratterizzate da forte alienazione politica per l’incapacità dei governi di fornire risposte adeguate a crescenti rivendicazioni socio-economiche. Alla luce di ciò, seppure le restrizioni imposte dalle precauzioni sanitarie e le quarantene hanno segnato una battuta di arresto delle manifestazioni di piazza nel breve periodo, vi sono elevate probabilità che gli effetti economici della pandemia vadano a esacerbare quel fervore latente dando nuova linfa al malcontento popolare. Più che mai, la legittimità dei regimi dipenderà dalla loro capacità di evitare il dilagare del contagio e gestire la crisi, ma anche e soprattutto di assorbirne gli shock economici.
La dimensione della politica economica internazionale sarà centrale anche nel determinare gli equilibri politici negli spazi (multilivello, integrati) nazionale, regionale e internazionale. Se c’è un aspetto che la pandemia ha evidenziato con forza è che il virus non conosce barriere e che, in una realtà così interconnessa e percorsa da crisi veramente globali, agire in maniera scoordinata se non addirittura opposta riduce, anziché migliorare, l’efficacia della risposta. Eppure, sembra aver prevalso la tendenza a risposte atomizzate. In questo senso, la questione della globalizzazione, o meglio della possibile de-globalizzazione, sarà una delle direttrici per comprendere il mondo che verrà. La contraddizione si intensifica, in sintesi, tra l’integrazione produttiva-finanziaria transnazionale e le pressioni competitive dei mercati internazionali da un lato, e il bisogno, ormai esplosivo, di tutela da parte di quelli che sono stati in passato definiti come i “perdenti” della globalizzazione neo-liberale. Questo, come già sottolineato in precedenza, ha avuto e potrà avere sempre di più sbocchi politico-istituzionali molto diversi: da una sfiducia generalizzata nel modello del mercato liberale (neo-liberalismo progressista) al consolidamento del neo-mercantilismo con tinte nazionaliste à la Trump, fino alla rottura costituzionale di regimi politici nazionali o regionali, come nel caso dell’Unione Europea. Ciò dipenderà anche dalla risposta alla crisi in atto.
Nel 2008 gli stati sono intervenuti con massicce dosi di risorse pubbliche per salvare il sistema bancario da fallimenti generalizzati (elemento che, tra le altre cose, ha anche determinato una impennata dei debiti pubblici); nel caso della crisi corrente, un intervento pubblico per sostenere il sistema bancario-creditizio in aggiunta al mix riforme strutturali/austerità – in sintesi, la risposta dell’Eurozona alla crisi del 2008 – avrebbe importanti conseguenze negative in termini sociali e politici, e verosimilmente potrebbe condannare l’Unione Europea a una crisi di legittimità e consenso irreversibile, consolidando al contempo vecchie e nuove linee di frattura nazionali (e nazionaliste). Viceversa, interventi basati sul sostegno alle fasce sociali più colpite anche attraverso forme di reddito universale, alle attività produttive, e una inversione della logica dell’austerità permanente potrebbe favorire la (traballante) tenuta democratica in Europa, stante la necessità oramai indifferibile di potenziare le istituzioni democratiche sovranazionali come il Parlamento europeo.
Ancora una volta, la regione MENA fornisce spunti interessanti di riflessione sulla necessità di rimettere in discussione modelli economici consolidati negli ultimi decenni che hanno aumentato gli oligopoli e la forbice sociale nei singoli paesi, alimentando frustrazione e malcontento. Le misure di austerità condizionali alla ricezione di pacchetti di aiuto e linee di credito del FMI – a partire dai famosi Piani di aggiustamento strutturale cui hanno fatto ricorso i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente per far fronte alla crisi economica negli anni Ottanta e Novanta – hanno rivelato tutti i loro limiti e quelli del “ritiro” dello stato in ambito sociale anche in risposta alla sfida demografica, non ultimo nella crescita della disoccupazione e del settore informale in parallelo ad indicatori macroeconomici spesso positivi. A fronte di capacità e sistemi economici e produttivi molto diversi nella regione, per far fronte alla crisi sanitaria e alle sue conseguenze, tanti governi aumenteranno la loro spesa pubblica e con essa la spirale del debito. Senza contare gli spillover negativi che lo stop della produzione manifatturiera in Europa e l’ombra della recessione che si prospetta hanno e avranno su tutte quelle economie fortemente dipendenti dalle esportazioni e importazioni europee, dal settore del turismo e dalle rimesse degli emigrati.
Tali scenari vanno, come già anticipato, letti anche nella più generale ridefinizione del sistema internazionale. La crisi dell’ordine liberale internazionale, il declino dell’egemonia statunitense (invero già preconizzata numerose volte nelle scorse decadi) e il mondo multipolare (o multiplex, nella famosa definizione di Achariya, 2017) sono elementi già ampiamente teorizzati dagli analisti delle relazioni internazionali. Appare, al contempo, sempre più evidente che la pandemia recente abbia consolidato la proiezione internazionale della Cina. Pur essendo l’epicentro iniziale del virus, e alla luce di non pochi dubbi sulla gestione iniziale dell’emergenza, la Cina ha mostrato una inedita capacità di reazione e di intervento globale. Il soft power cinese, in altre parole, è riuscito, attraverso la fornitura di materiali medici e personale sanitario, ad aumentare il “feedback internazionale” del consenso del gigante asiatico. Non solo: secondo le stime del FMI già citate, se gli Stati Uniti ha perso nel 2020 il 5,9% del PIL e l’area euro il 7,9, la Cina ha registrato “solo” una crescita economica dell’1,2%. Questo, oltre a consolidare il ruolo globale della Cina attraverso le relazioni commerciali, potrebbe anche spingere policy makers e opinione pubblica internazionale a riconsiderare più attentamente il modello economico misto pubblico-privato sotto l’egida del pubblico e di forme di economia pianificata. In altre parole, la transizione egemonica potrebbe investire anche il rapporto tra capitalismo e democrazia così come articolatosi in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale nella due varianti welfarista-keynesiana e neo-liberale.
In conclusione, la crisi pandemica ha aperto scenari inediti. Metodologicamente, è utile specificare che, potenzialmente, sono infinite le possibilità di interazioni tra variabili e fattori intervenienti che, nel medio e lungo periodo, possono determinare solo uno tra i molti futuri possibili nelle relazioni globali. A ogni modo, diverse tendenze appaiono essere, oggi, in via di consolidamento; l’interazione tra queste concorrerà a tradurre su un piano reale il mondo post-coronavirus. Tra queste, ci appaiono oggi in essere: la crisi politica e socio-economica dello spazio europeo alla luce dei problemi strutturali dell’architettura dell’UE e delle nuove fratture emergenti; la crisi dell’egemonia liberale internazionale; la proiezione internazionale della Cina anche in qualità di leading force nella lotta alla pandemia; il possibile consolidamento di forze politiche antisistema, perlopiù nel campo delle destre; la crisi del paradigma dell’economia di mercato e della capacità, di questa, di garantire uno sviluppo stabile e socialmente sostenibile, così come possibili nuove ondate di proteste nell’area MENA che accresceranno l’instabilità regionale.









