Religioni
Le credenze religiose costituiscono uno degli aspetti essenziali della mentalità. I mutamenti della mentalità collettiva, sebbene molto lenti, producono cambiamenti radicali sul lungo termine, come è evidente se si osservano i cambiamenti nei modelli famigliari, nei ruoli di genere, nell’etica globale. Le credenze religiose hanno inoltre un impatto significativo sulle tendenze alimentari, a causa di particolari prescrizioni consuetudinarie (tipiche di tutte le grandi religioni), sui flussi internazionali, a causa dei pellegrinaggi verso i luoghi sacri, sulla geopolitica: molti dei conflitti di faglia che caratterizzano le tensioni interne e internazionali di diversi Stati hanno una radice religiosa.
A lungo, la tendenza peculiare degli ultimi decenni al riguardo è stata considerata la secolarizzazione, frutto di quel fenomeno che il sociologo Max Weber ha definito il “disincanto del mondo”, grazie al successo del paradigma positivista, che ha lasciato pochi margini a spiegazioni metafisiche, fideistiche o soprannaturali del mondo. Come conseguenza della secolarizzazione, Nel 2019 solo 46 paesi proclamavano nelle loro costituzioni una “religione di Stato”. Nel mondo cristiano, si segnalano i casi di Costa Rica, Liechtenstein, Malta, Monaco e Città del Vaticano per la religione cattolica, l’Inghilterra (ma non il Regno Unito) per la religione anglicana, Tuvalu per il calvinismo, e i paesi scandinavi (Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia) per la religione luterana. Paradossalmente, questi ultimi risultano tra i paesi con il più basso tasso di credenti al mondo, confermando che spesso la conservazione di “Chiese di Stato” ha più un carattere tradizionale o di identità nazionale che di reale espressione di fede religiosa. La secolarizzazione ha favorito la netta separazione tra confessioni religiose e leggi dello Stato, alimentando l’ateismo. Oggi circa 1 miliardo e 200 milioni di persone non dichiarano affiliazioni religiose. Ciò non significa che si tratti di soli atei o agnostici. Secondo la General Social Survey del 2018 negli Stati Uniti, i non-religiosi sono diventati per la prima volta il gruppo più numeroso nella popolazione, ma circa tre quarti di coloro che si dichiarano atei e nove agnostici su dieci sono aperti all’esistenza di fenomeni soprannaturali, incluse credenze come l’astrologia, la vita dopo la morte, l’esistenza di esseri soprannaturali.
In anni recenti, pertanto, i sociologi della religione hanno iniziato a parlare di un ritorno del religioso sotto forma di nuove spiritualità, suggerendo la possibilità di scindere la dimensione religiosa (in declino) da quella spirituale (in crescita), e ipotizzando nuovi modelli di interpretazione di queste tendenze. Raimon Panikkar ha parlato per esempio di “secolarità sacra”, ossia il tentativo di definire una fede religiosa conforme all’epoca e al pensiero secolare, mentre Richard Kearney ha coniato il concetto di “ana-teismo” (da Ana-theos: “verso Dio”), un ritorno al religioso fondato però sulla ricerca personale e sull’abbandono di dogmi tradizionali.
I trend delle grandi religioni
L’evoluzione futura delle religioni mondiali può essere solo parzialmente prevista attraverso le proiezioni demografiche. In considerazione del calo della popolazione nei paesi occidentali e della crescita degli abitanti in Africa e in alcuni paesi arabi ( 2), si prevede che entro la metà del secolo i cristiani aumenteranno dai 2,3 miliardi attuali a 2,9 miliardi, restando comunque intorno al 31% del totale della popolazione mondiale. L’Islam crescerà da 1,8 miliardi attuali a 2,8 miliardi, raggiungendo o forse addirittura superando il cristianesimo come maggiore religione mondiale (dal 24,1% odierno al 30% del 2050). Gli induisti, attualmente circa 1,1 miliardi, saliranno a 1,4 miliardi principalmente per l’aumento della popolazione in India (resteranno intorno al 15%), mentre i buddisti resteranno stabili intorno ai circa 500 milioni attuali (7%), a causa del declino demografico di Cina, Giappone e Thailandia. Oggi esistono inoltre circa 400 milioni di persone che praticano religioni popolari o tradizionali, a cui si aggiungono fino a 60 milioni di aderenti a religioni meno praticate, come i sikh, i bahá’í e i giainisti, i cui numeri dovrebbero restare stabili. Gli ebrei, attualmente 14 milioni, dovrebbero salire nel 2050 a 16,1 milioni superando così per la prima volta dopo oltre un secolo la cifra precedente alla Shoah (15 milioni circa). Nel complesso, le persone affiliate a religioni organizzate passeranno da circa 6 miliardi attuali a 8,1 miliardi nel 2050: una crescita 23 volte maggiore di quella dei non affiliati, che passeranno da appena 1,2 miliardi di oggi a 1,25 miliardi nel 2050, con un declino in termini percentuali dal 16% della popolazione mondiale odierna al 13%.
Se si astrae dalle proiezioni demografiche, diventa decisamente più difficile azzardare previsioni. Un terreno interessante è quello della Cina, il paese con il maggior numero di persone ufficialmente atee o agnostiche, ma in cui è in corso da qualche tempo un enorme revival religioso che favorisce in particolare le confessioni protestanti. Nel 2006 quasi un terzo dei cinesi ha dichiarato che la religione riveste un ruolo importante nella propria vita. Il numero di cinesi cristiani protestanti è oggi di circa 115 milioni, i cattolici sono circa 10-12 milioni. Sono nate confessioni molto radicali, come il culto della Chiesa di Dio Onnipotente (3-4 milioni di fedeli), basato sulla convinzione che Gesù si sia reincarnato in una donna cinese, che iniziato la sua predicazione nei primi anni Novanta. La Chiesa cattolica, inoltre, sta da tempo cercando di normalizzare i rapporti con Pechino, con cui il Vaticano ha siglato un accordo provvisorio nel 2018, allo scopo di superare lo scisma tra la chiesa sotterranea e quella ufficiale controllata dal partito. È difficile prevedere gli effetti delle conversioni, dato che non sono ipotizzabili grandi conversioni di massa come quelle che hanno caratterizzato i primi secoli delle principali religioni. Alcune previsioni parlano di circa 40 milioni di conversioni al cristianesimo, contro 106 milioni di cristiani che lasceranno la fede, la maggior parte a favore della non affiliazione religiosa. La situazione della religione in Europa nel 2050 vede circa un quarto della popolazione (23%) senza affiliazione religiosa, mentre la percentuale di persone di religione islamica passerà dal 5,9% del 2010 all’8% nel 2030 fino al 10,2% nel 2050 considerando una continuità degli attuali flussi migratori in ingresso e il tasso di fecondità. In assenza di migrazione, la quota di musulmani in Europa nel 2050 salirebbe all’8,4%. Gli induisti saliranno a 2,7 milioni (0,4%), i buddisti cresceranno dagli attuali 1,4 milioni a 2,5 milioni.
Il futuro del cristianesimo e della Chiesa cattolica
Da diverso tempo il cristianesimo è interessato da uno spostamento del suo baricentro verso i paesi non-occidentali. Nel 2050 il 72% dei cristiani abiterà in Africa, Asia e America latina. I cattolici resteranno maggioritari, ma perderanno quasi certamente quote percentuali, in particolare a causa della rapida ascesa del pentecostalismo. Oggi i cattolici costituiscono più della metà del totale dei cristiani e a livello mondiale sono il 17,5% della popolazione, a cui fa seguito il 5,6% di protestanti, il 3,6% di ortodossi, l’1,3% di anglicani, e una percentuale intorno al 5% di altre confessioni (tra cui battisti e pentecostali, il cui numero è difficilmente stimabile, riguardando spesso persone che formalmente appartengono ad altre confessioni maggiori). Alla metà del secolo si stima che i cattolici in Europa passeranno, sul totale dei cattolici del mondo, dal 24 al 14%, l’America del Nord al 12 al 9%, l’America latina dal 25 al 22%, l’Asia al 13% come oggi, mentre l’Africa salirà al 42%, spostando decisamente in questo continente il baricentro della cattolicità.
Sulla base di questi scenari, la Chiesa cattolica da tempo si interroga sulla sua evoluzione futura. Sotto l’attuale pontificato di Francesco, la curia romana – che tiene le redini della Chiesa mondiale – è stata sottoposta a un processo di riforma, con lo scopo di ridimensionarne i poteri, mentre il collegio cardinalizio è stato profondamente mutato nella sua composizione per provenienza geografica: al maggio 2020, 93 cardinali su 223 (41,7%) provengono da paesi non occidentali. Si è cercato inoltre di rafforzare il principio della “sinodalità”, ossia un ricorso più frequente all’istituzione del Sinodo dei Vescovi, voluta da Paolo VI nel 1965 in risposta alle pressioni del Concilio Vaticano II per un ruolo più attivo del collegio episcopale al governo della Chiesa. L’obiettivo di una governance più collegiale si scontra inevitabilmente con le tendenze ancora presenti all’ultramontanismo, ossia alla centralità assoluta del pontefice, sancita nel 1870 nell’ambito del Concilio Vaticano I con il dogma dell’infallibilità papale.
La tendenza alla sinodalità dovrebbe accompagnarsi, secondo le richieste del fronte “riformista” in seno alla Chiesa, a un ruolo più attivo dei laici, come già previsto dal Concilio Vaticano II. In seguito alla re-introduzione del ruolo di diacono permanente (che consente a uomini sposati di ricoprire funzioni essenziali nelle parrocchie, subito sotto al sacerdote, l’unico a poter celebrare l’eucaristia e confessare i fedeli), in Europa e Nord America si è avuto un significativo aumento di queste figure, da 7.654 nel 1980 ai circa 40.000 di oggi (in tutto il mondo sono circa 48.000). Diverso è il problema delle vocazioni al sacerdozio: anche se il numero di seminaristi, dopo aver toccato un minimo alla fine degli anni Settanta (63.882 nel 1978) è oggi di circa 115.000, il numero è di nuovo in calo dal 2012 (120.000). In Italia nel 2021 il numero di seminaristi era pari a 1800, nei dieci anni che vanno dal 2009 al 2019, la flessione è di circa il 28%. Il problema è particolarmente sentito in Europa, dove i seminaristi sono appena il 14% del totale, molto al di sotto del “tasso di sostituzione” dei sacerdoti attivi. Sotto il pontificato di Francesco sono state istituite due commissioni con l’obiettivo di studiare la possibilità di far accedere al ruolo di diacono anche le donne; sebbene infatti i diversi pontefici a più riprese abbiano decisamente escluso la possibilità di ordinare donne sacerdoti, aumentano le pressioni delle donne consacrate per un ruolo più attivo nella Chiesa. Di recente alcune donne hanno iniziato ad assumere posizioni apicali nella curia romana, un’autentica rivoluzione, mentre in Germania ci sono forti richieste anche dal collegio episcopale per un’apertura più radicale attraverso l’istituzione del diaconato femminile e persino, per alcuni, del sacerdozio femminile (ciò si spiega con la maggiore contaminazione reciproca tra cattolici e luterani in Germania).
Di fronte a queste tendenze riformiste, una parte del mondo cattolico è oggi più che mai attraversato da correnti ultra-tradizionaliste, il cui obiettivo è quello di rovesciare il processo di modernizzazione avviato negli anni Sessanta con il Concilio Vaticano II. Si tratta di una parte del più ampio movimento di contro-secolarizzazione iniziato negli anni Novanta come conseguenza delle incertezze sociali prodotte dalla modernizzazione in buona parte del mondo, non solo occidentale (e che caratterizza, come si vedrà, anche l’Islam). Oltre allo strappo della Fraternità San Pio X di Marcel Lefebvre, solo in parte rientrato sotto il pontificato di Ratzinger (Lefebvre, che non accettava la svolta post-conciliare, aveva ordinato vescovi senza l’autorizzazione di Roma, finendo scomunicato), il neo-tradizionalismo contemporaneo ha una forte connotazione politica ed è alimentato da gruppi politici negli Stati Uniti e in Europa contrari all’eccessiva attenzione della Chiesa verso temi sociali, a un supposto “rilassamento” sui temi etici (aborto, matrimoni gay ecc.) e più in generale a una presunta distanza dalla Tradizione apostolica, fatta coincidere con la Chiesa postridentina conservatrice. Il pontificato di Francesco, enfatizzando l’esigenza di riconoscere la “fine della Cristianità”, intesa come coincidenza di potere temporale e spirituale sul mondo, e di promuovere un cristianesimo più vicino ai poveri e ai bisognosi, si è posto in netta rottura con questi orientamenti. Secondo alcuni osservatori, ciò potrebbe provocare nel corso dei prossimi anni e decenni un nuovo scisma nella Chiesa.
Lo scenario scismatico è adombrato anche da coloro i quali osservano l’enorme distanza tra la concezione della Chiesa in Africa e quella – decisamente più progressista – in Europa. Si sostiene che il cattolicesimo africano sia molto più ostile nei confronti di temi come il ruolo delle donne nelle parrocchie o l’accettazione degli omosessuali, compromettendo il tentativo della Chiesa di instaurare un dialogo più aperto con la modernità. Ciò non è del tutto vero, dal momento che gruppi cattolici a favore dei diritti LGBT sono attivi non solo in Europa, ma anche in paesi non occidentali come Hong Kong, Messico, Nigeria, Singapore, Thailandia, allineandosi alla tendenza verso un maggiore empowerment delle comunità gay. La necessità di adattare il culto liturgico ai diversi contesti culturali è stata prevista dal Concilio Vaticano II, a partire dalla sostituzione del latino con le lingue nazionali nelle celebrazioni, ma incontra oggi nuove resistenze, sulla base di una supposta superiorità della cultura del cattolicesimo latino medievale e controriformistico che dovrebbe essere adottato sic et simpliciter nel resto del mondo.
Il Sinodo dell’Amazzonia del 2019 ha accelerato il processo di inculturazione del cattolicesimo, per renderlo più adattabile ai diversi contesti. Sul lungo termine, la spinta va verso l’abolizione di una liturgia uniforme, delle nomine dei vescovi locali da parte di Roma, della formazione uniforme dell’ordine sacerdotale stabilito dalla curia, forse a favore della nascita di “patriarcati” locali, come un futuro patriarcato africano in grado di gestire in modo più autonomo le specificità locali in Africa, anche allo scopo di riunire sotto un’unica egida le chiese copte e quelle ortodosse etiopiche. Questo scenario è alimentato anche dai continui sforzi degli ultimi pontificati di sanare il Grande Scisma e riunire nuovamente cattolici e ortodossi, riconoscendo le specificità dei patriarcati ortodossi e riducendo di conseguenza la centralità del pontefice (a cui comunque sarebbe riconosciuta una superiorità). La riunificazione, per quanto difficile, potrebbe essere strategica in funzione di un contenimento della crescita del movimento pentecostale nel mondo. Di recente però nuove spinte scissionistiche sembrano ombreggiare intorno alla chiesa cattolica. I motivi sono diversi, ma la punta dell’iceberg è sempre la volontà di costruire una chiesa sempre più progressista da parte dell’attuale pontificato. Al centro dello scontro c’è un documento, preparato dal Dicastero per la Dottrina della fede e firmato dal papa intitolato Fiducia supplicans (2024), che ha provocato forti resistenze per la sua apertura alle benedizioni verso coppie “irregolari”, incluse quelle omossessuali.
L’ascesa del pentecostalismo e dei movimenti carismatici
Nato negli Stati Uniti e nel Galles nel primo decennio del secolo scorso, diffusosi prepotentemente a partire dal secondo dopoguerra, il pentecostalismo non è che una nuova versione di quelle correnti spirituali che hanno da sempre percorso la storia del cristianesimo, un tentativo di ritornare a una presunta purezza primitiva, in questo caso rappresentata dalla discesa dello spirito santo sugli apostoli il giorno di Pentecoste. I pentecostali predicano una nuova età dello Spirito in cui i doni carismatici che lo spirito santo concesse agli apostoli tornano a disposizione di tutti: la glossolalia, ossia la capacità di parlare lingue sconosciute; la capacità di profetizzare, di convertire o di guarire attraverso l’imposizione delle mani; la possibilità di entrare in qualsiasi momento in contatto con lo Spirito, in una specie di stato di trance. Nell’epoca della morte di Dio, i pentecostali tornano a un Dio visibile, che si manifesta quotidianamente tramite miracoli e apparizioni. Il disinteresse verso le questioni teologiche (una reazione all’eccessiva astrazione della teologia post-conciliare), la spontaneità che aggira le paludate gerarchie ecclesiastiche e i loro riti ieratici, le messe spettacolari in grado di riempire i più grandi stadi del mondo, la capacità di servirsi con spregiudicatezza dei mezzi di comunicazione di massa fondando radio e tv satellitari, tutto ciò ha garantito la spettacolare crescita del movimento pentecostale nel mondo.
La sua controparte cattolica è costituita dal movimento carismatico, nato alla fine degli anni Sessanta come risposta e al contempo reazione al Concilio Vaticano II. In Italia la sua incarnazione è il Rinnovamento nello Spirito. Si tratta di una vera e propria gemmazione dal neo-pentecostalismo protestante, segnale di un’americanizzazione del cattolicesimo che si contrappone alle mediazioni liturgiche e in generale alla liturgia tradizionale, a favore di un rapporto diretto con la divinità. Tra i cristiani rinati (born again), sia pentecostali che carismatici, è presente una forte enfasi sul sé, sulla capacità di usare la fede per migliorarsi, e l’abbandono di ogni vocazione al cambiamento sociale o alla riforma culturale o spirituale. Si richiama piuttosto l’aspetto “magico”, eccezionale della religiosità primitiva, fatta di guarigioni e apparizioni miracolose, in base alla convinzione che quella fosse l’autentica esperienza religiosa, poi annacquata dai formalismi liturgici che hanno svuotato il cattolicesimo della sua componente carismatica.
La loro crescita ha impatti significativi sulla società. Pentecostali e carismatici non hanno mai nascosto la loro simpatia verso politiche conservatrici, soprattutto negli Stati Uniti (dove gli evangelici hanno da sempre uno stretto rapporto con i teocon) e in Brasile, anche se con l’aumentare del fenomeno c’è da attendersi un allargamento del pluralismo ideologico. L’antropologo Olivier Roy vede in questi movimenti un ritorno a una dimensione superstiziosa e culturalmente svuotata della fede religiosa, destinata ad aumentare – insieme al proselitismo – intolleranze ed estremismi. Questi movimenti promuovono inoltre la cosiddetta “teologia della prosperità”, in radicale opposizione al pauperismo del cristianesimo tradizionale. L’idea di fondo è che l’arricchimento personale sia una dimostrazione del favore di Dio e perciò vada perseguito con convincimento. Spesso le megachiese neo-pentecostali (i cui costi di costruzione spesso sfiorano i dieci milioni di euro, pagati dai fedeli) ma anche gruppi carismatici si fondono con il cosiddetto New Thought americano, secondo cui è possibile ottenere particolari favori attraverso la preghiera e la meditazione (o la cosiddetta “legge di attrazione”), in particolare il successo professionale ed economico. Testo cardine della teologia della prosperità è Vida com abundancia (1990) del vescovo Edir Marcedo Bezerra, fondatore dell’Igreja Universal do Reino de Deus. Nel cattolicesimo è stata diffusa dall’Opus Dei, promossa da Giovanni Paolo II a prelatura personale in particolare in funzione anti-comunista. In Cina le Chiese di Wenzhou, controparte cinese del pentecostalismo, sono promosse da imprenditori locali.
Anche se le statistiche di solito li inseriscono nelle più tradizionali categorie di “protestanti” e “cattolici”, o “altre chiese”, c’è accordo sul fatto che abbiano superato i 500 milioni intorno all’inizio di questo secolo e raggiungeranno gli 800 milioni entro il 2025, circa il 32% del totale dei cristiani. Si tratta di stime basate sui trend demografici: nel 2050 un terzo dei cristiani nel mondo sarà concentrato in soli 6 paesi (Stati Uniti, Brasile, Messico, Filippine, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo) dove già oggi il fenomeno pentecostale-carismatico è più massiccio. Basti pensare che nel solo Brasile tra il 1965 e il 2005 i cattolici sono scesi dal 90 al 67% della popolazione non per una crescita dell’ateismo, ma per la spinta delle conversioni dei new born, i “rinati” nella nuova fede. I fedeli pentecostali brasiliani possono contare su un rapporto pastore/fedele 17 volte superiore al rapporto sacerdote/fedele della Chiesa cattolica. Nei prossimi anni si assisterà a una diffusione di queste chiese anche in Europa (dove finora il movimento è stato modesto) grazie alla crescita dei fenomeni migratori dall’Africa, il continente dove l’ascesa dei pentecostali è più rapida, con un tasso del 27% di crescita annuo. Lo spostamento del baricentro del cattolicesimo verso i paesi in via di sviluppo si spiega soprattutto nei termini di una battaglia per contenere l’avanzata del movimento carismatico e pentecostale nelle aree di tradizionale penetrazione della Chiesa.
Il futuro dell’Islam
In modo analogo al cristianesimo, la religione islamica ha dovuto subire nel corso del Novecento la crescita del processo di secolarizzazione, avviando un complesso e difficile dialogo con la modernità. A differenza del cristianesimo, tale dialogo non ha dato i frutti sperati da coloro che – soprattutto in Occidente – si attendevano una radicale trasformazione in senso laico e progressista dell’Islam. In quest’ottica sono state spesso lette le Primavere arabe, considerate a torto da diversi osservatori l’inizio di una fase di modernizzazione dei paesi musulmani. Il punto di divergenza tra le traiettorie del cristianesimo e dell’islamismo è probabilmente da rintracciarsi nel fallimento del nazionalismo arabo che, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, ha ridato forza all’islamismo politico, laddove invece nel frattempo il cristianesimo si spogliava progressivamente dalle sue pretese di dominio politico. Dal tempo in cui Maometto stabilì il Califfato fino al 1924, uno o più califfati avevano sempre garantito la continuità del connubio religioso-politico dell’Islam. Dal momento in cui Mustafa Ataturk, nel suo processo di modernizzazione e laicizzazione della Turchia, abolì l’ultimo califfato, l’Islam iniziò un faticoso tentativo di convivenza con il modello di Stato-nazione, ulteriormente consolidatosi negli anni della Guerra fredda, ma senza ottenere risultati soddisfacenti. Da qui l’inizio del “grande riflusso” del nazionalismo arabo: la rapida modernizzazione dell’Iran fu sospesa dalla rivoluzione khomeinista nel 1978-79; in Egitto il presidente Anwar Sadat, affidandosi ai Fratelli musulmani, iniziò a prendere le distanze dall’Unione sovietica accelerando l’islamizzazione dell’Egitto e facendo, nel 1980, della sharia la principale fonte della legislazione; in Pakistan la nuova costituzione del 1973 prevedeva la creazione di un consiglio islamico per verificare l’uniformità tra leggi civili e religiose, rendendo l’educazione religiosa obbligatoria e vitando il consumo di alcol; dal 1979 la guerra in Afghanistan iniziò ad assumere forti connotazioni religiose, che avrebbero portato all’emergere dei talebani (gli studenti delle scuole coraniche) e alla loro successiva presa del potere.
Dopo il fallimento delle Primavere arabe, si sono acuite le tensioni tra islamismo politico e forze nazionaliste. Ciò è evidente soprattutto in Egitto, dove i Fratelli musulmani sono stati oggetto di feroci repressioni da parte del regime militare di al-Sisi. Ma identiche tensioni si riscontrano in paesi come l’Iran e la Turchia. Tuttavia, l’idea che l’Islam stia andando incontro a una nuova fase di radicalizzazione – idea alimentata dalla ripresa del terrorismo islamico negli anni dell’ISIS e del suo tentativo di restaurare il “califfato” – si scontra con tendenze opposte. Nel 2013 l’8% degli arabi si dichiarava “non religioso”, ma nel 2018 la percentuale era salita al 13%. Nell’Islam si assiste, certamente, alla crescita di forme più fondamentaliste e carismatiche, analogamente al processo di espansione del pentecostalismo e dei born again nel cristianesimo; ma queste varianti – il salafismo, la Jaamat Tabligh, il neosufismo – sono il prodotto della contro-secolarizzazione, di una scissione della religione dal suo contesto culturale di origine che trova facile sponda soprattutto nei paesi dove la convivenza con la modernità non si è realizzata in modo compiuto, come per esempio in Francia. Qui, a partire dal 2015 si assiste a un’ondata di attentati di matrice salafista compiuti da cittadini di seconda o terza generazione, cresciuti in contesti di marginalizzazione socio-economica in cui fondamentalismo religioso e criminalità comune si fondono.
In anni recenti sono aumentati gli attentati da parte di cittadini occidentali contro persone di religione islamica, così come sono aumentati i casi di intolleranza e discriminazione. Gli stessi governi europei hanno avviato campagne di repressione dell’islamismo politico, tra cui l’Italia si è distinta per il gran numero di espulsioni di imam e soggetti a rischio, mentre quasi ovunque sono stati tagliati i finanziamenti a organizzazioni che promuovono il fondamentalismo islamico. In Francia è in atto un tentativo di “riconquista” di intere enclavi islamiste. Nel Regno Unito, dove il numero di musulmani raddoppierà da 2,9 milioni del 2010 a 5,6 milioni nel 2030 (passando dal 4,6% all’8,2% della popolazione), la Brexit è stata giustificata anche sulla base della volontà di contenere l’ascesa dell’Islam. In assenza di nuovi modelli di convivenza e integrazione, il radicalismo religioso potrebbe crescere in Europa e alimentare nuove ondate di attentati terroristici sia da parte islamista che da parte del cosiddetto “suprematismo bianco”.
Nuove religioni
È un luogo comune sostenere che negli ultimi mille anni non siano emerse nuove religioni di rilievo come il cristianesimo e l’islamismo. Le correnti più in crescita di queste due grandi religioni sono tutte nate molto di recente, come si è visto; a ciò va aggiunto il mormonismo, nato dopo la rivelazione ricevuta da Joseph Smith nel 1830 con il Libro di Mormon e la successiva fondazione della Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni, che contava nel 2019 non meno di 15 milioni di fedeli e un’enorme influenza politica negli Stati Uniti. Tra le nuove religioni con il più alto numero di fedeli c’è la fede bahá’í nata nella metà del XIX secolo per iniziativa di Bahá’u’lláh (7 milioni), la Chiesa di Scientology fondata da L. Ron Hubbard negli anni Cinquanta (di cui è difficile stimare il numero di fedeli), il Daesoon Jinrihoe in Corea del Sud (non meno di 50.000 fedeli) e numerosi altri cosiddetti “nuovi movimenti religiosi” (NRM), spesso definiti anche spregiativamente “culti” o “sette”. Tra questi culti figurano anche religioni fittizie o fantastiche (fictional religions), come nel caso dello Jedismo ispirato ai film di Star Wars, o addirittura religioni satiriche come i pastafariani, alcune delle quali sono anche riuscite a ottenere un riconoscimento giuridico (per es. la Chiesa missionaria del Copismo in Svezia).
Più rilevante è senza dubbio la diffusione delle “religioni da esportazione”, forme moderne di religioni tradizionali che esistono unicamente nella loro forma esportata al di fuori dei contesti culturali di provenienza, come il Neobbudismo promosso a livello mondiale dalla Soka Gakkai o il Neoinduismo esportato dal movimento Hare Krishna nonché da guru come Sri Aurobindo o Osho Rajneesh. L’enorme successo dello yoga in Occidente ne è la spia più evidente. Il revival spirituale contemporaneo è associato anche al successo della New Age a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, alla spiritualità ecologista, al neo-paganesimo, al New Thought. Più recentemente, aspetti spirituali se non addirittura escatologici sono stati individuati nel transumanesimo, movimento filosofico associato alla cybercultura e alla ricerca sull’intelligenza artificiale, che propugna il potenziamento umano e l’ibridazione con le macchine per conseguire l’immortalità (mind-uploading). Secondo il filosofo e futurologo Yuval Noah Harari, la religione del futuro sarà il datismo, un culto del digitale e dei dati di cui la Silicon Valley rappresenterebbe la nuova chiesa. Datismo e transumanesimo hanno diversi punti in comune e suggeriscono la tendenza verso una spiritualizzazione del progresso tecnologico.
Infine, l’ascesa di teorie complottiste o pseudoscientifiche, considerate da diversi studiosi la fucina dei milieu cultista da cui sono nate le più moderne sette occidentali, potrebbe generare nuovi culti estremisti. L’idea che i destini del mondo siano nelle mani di una ristretta cabala di potenti non è nuova (risale almeno alle teorie sui gesuiti, poi rilanciate dalle accuse dell’abate Barruel sul complotto giacobino, dai Protocolli dei Savi di Sion antigiudaici, fino alle moderne teorie sul New World Order o ai rettiliani di David Icke), ma la sua resistenza attraverso le diverse epoche potrebbe rappresentare la spia di un desiderio di semplificazione della realtà attraverso la creazione di entità metafisiche onnipotenti e onniscienti, un processo molto simile a quello che sociologi e antropologi ritengono essere alla base della nascita delle religioni.









