Integrazione europea
Oltre a essere un progetto politico tra i più ambiziosi della storia contemporanea, l’Unione Europea rappresenta una complessa istituzione sui generis. Cimentarsi nella sfida di immaginare scenari relativi all’integrazione europea e al futuro del continente Europa tout court è sempre impresa ardua; tentare di delineare il futuro dell’Unione Europea nell’era post-Covid19 appare ancora più difficile. In questo capitolo, al fine di riflettere circa i possibili scenari futuri relativi al vecchio continente, saranno presi in considerazione diversi livelli di analisi, concernenti: (a) il sistema internazionale; (b) le dinamiche di leadership tra gli Stati Membri dell’Unione; (c) i partiti politici nazionali (in modo particolare per soffermarsi su quelli populisti e di estrema destra); infine (d) elementi specifici della complessa architettura sulla quale si basa la governance dell’UE e delle sue istituzioni.
Tre scenari per la politica internazionale
Per districarci attraverso un’analisi su differenti livelli, possiamo partire da un’interessante lettura fornita da Vittorio Emanuele Parsi. Nel suo recente Vulnerabili: Come la pandemia cambierà il mondo. Tre scenari per la politica internazionale (2020), l’esperto di relazioni internazionali ha proposto tre scenari possibili per il mondo post-Covid-19, soffermandosi a ragionare in maniera approfondita circa il futuro dell’Unione Europea. Ogni scenario è delineato da Parsi attraverso l’uso di un’eloquente immagine storica:
1. Scenario Restaurazione: nel primo scenario, lo status quo della politica internazionale post pandemia risulterebbe sostanzialmente inalterato. In particolare, l’Unione Europea, proprio come nell’ultimo decennio, dimostrerebbe per l’ennesima volta una spiccata capacità “omeostatica”. Passata la fase emergenziale e sanitaria della pandemia, si ritornerebbe a un “business as usual”, basato tuttavia su un equilibrio europeo particolarmente fragile e precario. I nodi problematici strutturali, emersi a partire dalla crisi finanziaria globale del 2007-2008, verrebbero, ancora una volta, soltanto sfiorati grazie a costose politiche di tipo tecnocratico, sia a livello nazionale che sopranazionale (vedi austerity). A livello di integrazione europea si confermerebbe l’approccio minimalista sponsorizzato dalla Germania, consistente nel fornire il minimo necessario a mantenere lo status quo, senza sostanziali passi in avanti né indietro. Questo scenario viene evocativamente denominato da Parsi “Restaurazione”, per l’illusione delle grandi potenze europee riunitesi a Congresso a Vienna nel 1815, di ritornare all’Europa precedente alla Rivoluzione francese del 1789.
2. Scenario Fine dell’Impero Romano: nel secondo scenario i processi di globalizzazione subirebbero una forte contrazione, con una riduzione dei flussi dei beni e con uno svuotamento progressivo del ruolo delle istituzioni internazionali e della governance multilaterale (in relazione al ruolo della multinazionali nella global value chain, cfr. Dembinski, 2009). Si assisterebbe a un ripiegamento verso gli Stati-nazionali, limitati tutt’al più entro sfere di influenza regionali, ove le grandi potenze come Stati Uniti, Cina, Brasile o Russia si ritroverebbero ad agire con agende ridimensionate e attraverso alleanze liquide ad hoc. Per quanto concerne l’Unione Europea, essa giungerebbe al capolinea, internamente travolta dai partiti populisti, in particolar modo quelli a matrice nazionalista e di estrema destra, i quali avrebbero gioco facile a imporre la propria concezione identitaria e dualistica della politica basata sull’immagine dello “strongman” autoritario e paternalistico.
3. Scenario Rinascimento: infine, il terzo scenario vede nella pandemia una possibilità storica di invertire lo status quo e il corso delle cose: come accaduto dopo la Grande depressione degli anni Trenta e soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, la ricostruzione consentirebbe la rinascita attraverso riforme strutturali per troppo tempo rimandate. La crisi attuale rappresenterebbe quindi una modalità, del tutto inaspettata, per l’Unione Europea di riconciliare i valori della democrazia con gli eccessi del libero mercato, passando attraverso una riduzione delle disuguaglianze economiche.
Le difficoltà di un “Rinascimento” europeo
Dei tre scenari delineati da Parsi, mettiamo da parte per momento i primi due (sostanzialmente non buoni per il futuro), per concentrarci invece sul terzo, tentando di comprendere quali siano le reali possibilità che il progetto di integrazione dell’UE rinasca in senso più democratico ed egualitario. Ci troviamo subito di fronte a un paradosso: affinché l’UE rinasca più democratica, più egualitaria e sociale è necessario che la pandemia di Covid-19 inneschi profondissimi mutamenti socio-economici. Insomma, per modificare il problema strutturale dell’UE, l’aver anteposto la crescita economica alla sicurezza e alla giustizia sociali, sarebbe fondamentale un fortissimo shock esogeno (cfr. Ferrara e Bruno, 2019). Lo storico Walter Scheidel, autore di The Great Leveler (2017), ha argomentato che una riduzione delle disuguaglianze socio-economiche è già avvenuta numerose volte nel corso della storia a seguito di shock esogeni, attraverso uno sconvolgimento dell’ordine sociale e una redistribuzione su vastissima scala della ricchezza privata ( 5). Scheidel identifica quattro tipi di shock violenti in grado di produrre un “livellamento”: rivoluzioni, guerre mondiali, caduta degli Stati e pandemie.
Shock violenti sono stati di massima importanza nel disgregare l’ordine stabilito, nel comprimere la distribuzione del reddito e la ricchezza, nel restringere il gap tra ricchi e poveri. Nel corso della storia documentata, i livellamenti più potenti sono invariabilmente derivati dagli shock più poderosi. Quattro differenti tipologie di lacerazioni violente hanno appiattito le disuguaglianze: guerre con mobilitazioni di massa, rivoluzioni, fallimenti degli stati e pandemie letali (Scheidel, 2019: traduzione dell’autore)
Se per Scheidel eventi violenti o pandemie sono la condizione esclusiva attraverso cui avviene il livellamento delle disuguaglianze economico-sociali, per l’economista Thomas Piketty essi rappresentano una delle possibili cause. Piketty, nel suo celebre Il Capitale nel XXI secolo (2013), pur non essendo altrettanto radicale, ha infatti individuato negli eventi catastrofici e accidentali un possibile motore a favore della redistribuzione del capitale privato:
Il fatto che la concentrazione della proprietà del capitale sia oggi, nei paesi europei, molto inferiore a quella della belle époque, è in larga misura la conseguenza combinata di eventi accidentali (gli avvenimenti drammatici degli anni 1914-1945) e dell’introduzione di strumenti istituzionali specifici, in particolare nel campo dell’imposizione fiscale sui capitali e sui redditi. […] Tuttavia è possibile fin d’ora arrivare a una conclusione chiarissima: sarebbe illusorio pensare che esistano, nella struttura della crescita moderna o nelle leggi dell’economia di mercato, forze di convergenza capaci di portare naturalmente a una riduzione delle disuguaglianze patrimoniali o a una stabilizzazione in qualche misura armonica. (Piketty, 2014)
Piketty ha sottolineato il ruolo giocato sia da fattori endogeni (regime di forte crescita economica; fiscalità progressiva; ecc.) che da fattori esogeni. In particolare, in assenza di (i) un’alta crescita economica e (ii) un regime di fiscalità internazionale veramente progressivo, l’unica forza capace di agire contro la concentrazione delle ricchezze rimane l’azione degli eventi accidentali. È ben noto come il regime di fiscalità progressivo sia almeno al momento una riforma impensabile nell’Unione Europea ed è improbabile che si assista ad un ritorno agli alti livelli di crescita economica quali quelli del trentennio 1945-75. Passiamo tornare ora ai primi due scenari, ben più probabili rebus sic stantibus.
L’Unione Europea tra capacità “omeostatica” e assenza di strategia
I primi due scenari proposti da Parsi sono complementari, e possono coesistere per un determinato periodo di tempo. L’elemento tecnocratico contraddistingue lo scenario “Restaurazione”, così come l’elemento specificamente populista è la cifra dello scenario “Fine dell’Impero” (cfr. Bruno, 2018). Sebbene la pandemia di Covid-19 sia un evento eccezionale e del tutto inaspettato, tale da sconquassare equilibri e assetti geopolitici, è molto probabile che l’Unione Europea continui a “persistere” per inerzia, almeno per alcuni anni, piuttosto che invertire la rotta verso una rinascita. Come abbiamo precedentemente affermato, la capacità “omeostatica” dimostrata dall’UE a partire dal 2008 a oggi rispetto alle ripetute crisi è notevole. La domanda che dobbiamo porci è quindi la seguente: per quanto tempo potrà essere efficace la superficiale azione di “tamponamento” delle istituzioni UE rispetto agli effetti socio-economici della pandemia, senza riforme di rilievo? Per quanto tempo ancora l’approccio “minimalista” della Germania potrà accompagnarne l’inerzia? In effetti l’approccio tedesco alla governance europea, tanto caro alla cancelliera Merkel, se da una parte ha permesso, a oggi, all’UE di non disintegrarsi, si è basato sul fornire il minimo necessario alla sopravvivenza dell’Unione durante eventi critici (dalla crisi economica finanziaria del 2008, a quella successiva dell’Eurozona, passando per la crisi dei migranti e dei richiedenti asilo del 2014-2017, fino alla pandemia di Covid-19; cfr. Bruno e Finzi, 2018).
Insomma, da più di un decennio l’UE è segnata da crisi socio-economiche, migratorie e politiche (ultima la Brexit) e da una leadership “senza infamia e senza lode” della Germania. Inoltre, il crescente disimpegno degli Stati Uniti sotto la presidenza di Trump a livello di governance multilaterale avrebbe potuto rappresentare – secondo alcuni analisti – l’occasione buona per l’UE di emanciparsi e continuare il processo di integrazione (soprattutto in ambiti come la sicurezza); tuttavia si è dimostrato piuttosto verso il contrario. In modo particolare, successivamente alla Brexit del 2016, la politica europea degli Stati Uniti è risultata anzi divisa nel vecchio continente. L’Europa rischia quindi seriamente di mancare ancora una volta un’occasione utile, una risposta veramente unitaria alla pandemia di Covid-19, per non affossarsi completamente.
La prossima ondata di populismi: l’Europa tra paura, frustrazione e retrotopia
Nei prossimi anni paesi come Italia, Spagna e Francia rischiano di essere internamente travolti da una nuova ondata populista e di estrema destra, ancora più poderosa di quella che, avvenuta nell’ultimo decennio a livello internazionale, ha portato al potere i vari Trump, Bolsonaro e Johnson (a oggi Cas Mudde, tra i massimi studiosi di populismo, ha contato ben quattro ondate di populismo radicale di destra a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale). Per i partiti populisti di estrema destra in Europa il disastro economico e sociale post-Covid rappresenta l’humus ideale per cavalcare frustrazione e rabbia. Dopo un’iniziale perdita di supporto dovuta all’effetto rally round the flag (l’aumento temporaneo del consenso per gli esecutivi a seguito di eventi catastrofici o conflitti) e al profilo basso dovuto ad agende governative basate sulla competenza tecnico-scientifica (cfr. Bruno e Downes, 2020), la destra radicale populista europea avrà la possibilità di riorganizzarsi ed eleggere a capro espiatorio un’ampia pletora di attori istituzionali, politici e sociali, sviluppando almeno tre tipologie di narrazioni:
i) La narrazione dell’UE tecnocratica, a guida tedesco-olandese e il ritorno allo Stato-nazione: le istituzioni UE, nonché alcuni Stati Membri come Germania e Paesi Bassi saranno eletti a bersaglio principale. Le prime saranno descritte come inutili e costose burocrazie tecnocratiche, mentre i secondi come incapaci di mostrare solidarietà nel momento del bisogno. L’uscita dall’Unione e il ritorno a uno Stato-nazione forte e paternalista, a guida autoritaria, sarà considerata la sola via d’uscita.
ii) La narrazione dei governi incapaci e complici dei tecnocrati di Bruxelles: i governi moderati saranno dipinti come incapaci di farsi valere a livello europeo e soprattutto saranno accusati di non aver destinato abbastanza fondi per la fase di recovery (causa connivenza con l’UE) nonché di aver bloccato le attività produttive nei prolungati lockdown.
iii) La narrazione della “guerra tra poveri”: gli immigrati e i richiedenti asilo, infine, saranno facilmente additati come intenti a sottrarre risorse ai già indeboliti sistemi di Welfare nazionali, sottraendole agli italiani resi indigenti dalla pandemia (cfr. Bruno, 2020).
Senza tralasciare che, con un’Unione Europea allo sbando e gli Stati Uniti sempre più a indirizzo isolazionista, i partiti populisti e di estrema destra europei potranno puntare sul crescente supporto di paesi quali Russia e Cina per ottenere risorse e guadagnare consensi in termini elettorali. Insomma, ancora una volta le facili narrazioni populiste potrebbero avere successo nell’allettare quei ceti sociali indeboliti dalla pandemia, aggiungendosi alle già nutrite file degli scontenti della globalizzazione così come è stata declinata negli ultimi decenni. Scontenti del presente, incerti circa il futuro, si guarderà indietro al passato. Una delle ultime lezioni di Zygmunt Bauman è stata proprio che allorché il futuro appare incerto e pauroso, l’uomo contemporaneo è tentato dall’idealizzare il passato (la “retrotopia”), vagheggiando magari il ritorno a Stati-nazione autoritari ed autarchici, guidati da uomini forti, e a società identitarie e pre-multiculturali (Bauman, 2018).
Il vulnus del sistema decisionale dell’UE: Europa sovranazionale vs Europa intergovernativa
“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”, scriveva Antonio Gramsci dal carcere nel 1930; questa considerazione pare essere particolarmente attuale ed emblematica della difficile condizione in cui versa l’Unione Europea (cfr. Balibar, 2016).
Le crisi multiple degli ultimi decenni (della sicurezza, economico-finanziaria, dell’immigrazione, sanitaria) non solo hanno reso evidente il fallimento dell’idea dello stato basato sull’autosufficienza, ma hanno confermato, ancora una volta, quanto gli stati siano oggi più che mai interdipendenti, legati da rapporti economici, politici e sociali tali per cui i comportamenti di un Paese, o anche solo di una comunità, hanno conseguenze su altri. L’interdipendenza deriva dalla complessità dei rischi e dei problemi che la società del XXI secolo si trova ad affrontare e che richiedono soluzioni che gli stati nazionali, da soli, non sono più in grado di offrire. Questo pone, però, nuovi interrogativi su dove risiedano ormai la sovranità e il potere di decidere, ossia su quali siano gli attori in grado di governare processi che ormai superano la dimensione locale e nazionale. L’Unione Europea potrebbe, senza dubbio, svolgere un ruolo fondamentale in questa partita, ma, come vediamo, continua a mostrarsi incapace di dare risposte adeguate ed efficaci. Perché? Quali sono i suoi limiti? Perché quelle che sono crisi esogene finiscono poi per diventare crisi interne dell’UE? La risposta, condivisa da gran parte del mondo accademico, sta nella debolezza decisionale dell’Unione, debolezza che deriva dall’assetto istituzionale sorto con il Trattato di Maastricht del 1992.
Gli anni Novanta hanno segnato un momento di svolta in Europa: finita la Guerra Fredda con la caduta del muro di Berlino nel 1989, si avviò il processo di unificazione della Germania, che suscitò non pochi timori da parte degli stati membri dell’allora CEE. Nonostante le ostilità della Gran Bretagna, prevalse il sentimento dell’allora presidente francese Mitterrand, secondo il quale un rafforzamento dell’integrazione europea sarebbe stato sufficiente a bilanciare l’influenza della Germania unificata. Con il Trattato di Maastricht si decise, pertanto, di donare una nuova architettura istituzionale al progetto europeo, trasferendo a livello sovranazionale una serie di politiche nuove, definite “sensibili”, quali la politica estera, economica, sociale, della sicurezza, immigrazione e giustizia. Tuttavia, per queste politiche si decise di applicare un regime decisionale ben diverso da quello comunitario che regolava il mercato unico, ossia il regime intergovernativo. Mentre, infatti, nell’Europa sovranazionale del mercato unico il Consiglio dei ministri prende decisioni a maggioranza insieme al Parlamento europeo, divenuto ormai co-decisore nel processo decisionale, nell’Europa intergovernativa delle nuove politiche, invece, sono i governi nazionali che, pur trasferendo tali politiche a Bruxelles, continuano a controllarle attraverso l’organismo preposto, ovvero il Consiglio dei ministri e il Consiglio europeo dei capi di stato e di governo che decide perlopiù all’unanimità. Da Maastricht in poi si sviluppano, quindi, due logiche differenti che si traducono in due modelli di integrazione diversi: nel mercato l’integrazione avviene attraverso le leggi approvate dal Parlamento e dal Consiglio che hanno valore giuridico vincolante per tutti gli stati membri; nelle politiche nuove le decisioni sono soprattutto di carattere politico e l’integrazione va avanti attraverso il coordinamento volontario dei singoli governi. Con il Trattato di Lisbona del 2010, sebbene venga eliminata la distinzione tra i pilastri, resta immutata la distinzione tra questi due differenti regimi decisionali: sovranazionale e intergovernativo.
Ora, osserva il politologo Sergio Fabbrini, quando si parla di crisi dell’UE è bene capire e distinguere dove concretamente le cose non hanno funzionato (Fabbrini, 2018). Certo non si parla di crisi nelle politiche del mercato singolo, dove la Commissione, forte del suo potere sovranazionale, riesce a imporsi sui governi nazionali, garantendo la corretta esecuzione delle disposizioni europee. Si ricordi, in tal senso, quando nel 2016 la Commissione è riuscita a imporre all’Irlanda un’azione sanzionatoria nei confronti della multinazionale californiana Apple per un suo vantaggio fiscale nella competizione sul mercato, oppure, per fare un esempio più attuale, quando il 14 marzo 2020 la Commissione è intervenuta, attraverso un regolamento, per ripristinare la libera circolazione tra gli stati membri delle mascherine e del materiale sanitario che era stata momentaneamente sospesa da Francia e Germania nel pieno dell’emergenza sanitaria del Covid-19.
I limiti del sistema intergovernativo dell’Unione Europea
La crisi dell’UE, quindi, è da rintracciare in quelle politiche che abbiamo sopra definito “sensibili”, dove vige il sistema intergovernativo incapace di prendere decisioni adeguate perché nel Consiglio dei ministri o nel Consiglio europeo il consenso deliberativo si inceppa, a causa dei veti dei singoli governi nazionali che possono bloccare, rallentare o posticipare il processo decisionale. Spesso il risultato è una decisione al ribasso, al “minimo comune denominatore”. Si pensi, ad esempio, quando durante la crisi economica del 2012, per superare il veto della Gran Bretagna, contraria a una maggior integrazione delle politiche fiscali degli stati membri per timore che una regolamentazione fiscale più restrittiva avrebbe potuto danneggiare il distretto finanziario di Londra, l’accordo fu trovato al di fuori del framework legale del Trattato di Lisbona, ossia con un trattato internazionale, il cosiddetto Fiscal Compact (o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance dell’unione economica e monetaria). Sebbene alcuni autori parlino di un rafforzamento del ruolo della Commissione nel sistema di governance economica attraverso la procedura del Semestre Europeo (in un articolo apparso sul Journal of European Integration nel 2014, Bauer e Becker definiscono la Commissione Europea “la vincitrice inaspettata della crisi”), tale rafforzamento è, tuttavia, avvenuto all’interno di parametri definiti da decisioni prese secondo il modello intergovernativo.
Un altro chiaro esempio di quanto il sistema intergovernativo porti a uno stallo o comunque a un rallentamento del processo decisionale nell’UE sono i numerosi vertici che si sono susseguiti durante la crisi sanitaria del Covid-19 per superare le divisioni tra gli Stati e trovare un accordo sulle misure finanziarie da adottare per fronteggiare le conseguenze economiche della pandemia. Il metodo intergovernativo risulta totalmente inadeguato ad affrontare le sfide e i rischi sociali della società contemporanea, che inevitabilmente si acuiscono durante le crisi economiche. La politica sociale europea rientra, infatti, in quell’”Europa dei governi” di cui sopra: a parte alcuni ambiti limitati e definiti dai trattati in cui l’UE ha delle competenze concorrenti con gli Stati (relativi principalmente alla tutela e salute dei lavoratori e dei luoghi di lavoro, in cui l’Ue può adottare strumenti di hard law), i principali ambiti sociali quali la protezione sociale, lotta alla povertà e all’esclusione sociale, sistema pensionistico restano sostanzialmente nelle mani dei singoli Stati membri. L’UE può solo incoraggiare – attraverso il Metodo aperto di coordinamento (MAC) – i Paesi membri a raggiungere, su base volontaria, degli obiettivi che vengono prefissati a livello europeo. Ora, se, come sostenuto nelle premesse, le sfide non sono più di natura domestica o nazionale ma, come è evidente, hanno carattere sovranazionale, è chiaro che questo meccanismo decisionale risulta fallimentare. Di fronte alle conseguenze economiche dell’epidemia in corso di Covid-19, ad esempio, un’indennità di disoccupazione europea, comunemente finanziata, sarebbe risultata probabilmente più efficace e tempestiva rispetto alle singole e svariate risposte messe in campo dai governi nazionali, ciascuno dei quali alle prese con i propri conti pubblici.
Le crisi che si sono susseguite negli ultimi anni hanno, di fatto, messo in luce la debolezza decisionale dell’UE e l’inadeguatezza delle sue istituzioni rispetto alle sfide da affrontare. Soprattutto, hanno evidenziato il fallimento della strategia intergovernativa che, laddove non ha provocato uno stallo decisionale, ha generato quelli che Fabbrini chiama “due dilemmi politici” rilevanti creando logiche gerarchiche tra i governi nazionali e producendo decisioni prive di legittimazione intrinseca (Fabbrini, 2013). Partendo da una ridefinizione del concetto di sovranità, una possibile via d’uscita potrebbe essere quella di “fare un passo” verso una maggiore integrazione politica, in particolare in alcune aree di policy strategiche, quali la sicurezza, la politica fiscale e quella sociale. Il luogo naturale dove potrebbe avvenire tale evoluzione è senza dubbio il “nocciolo duro dell’Europa”, ossia l’eurozona. Tuttavia, l’alta politicità di queste aree implica necessariamente una ridefinizione dell’assetto istituzionale dell’Unione Europea, in quanto decisioni in questi ambiti avrebbero una debole legittimità se fossero prese dal Consiglio dei ministri, senza la partecipazione attiva dei cittadini.
Sarebbe, infine, opportuno rivedere il concetto di solidarietà. Negli ultimi anni l’Europa ha affrontato le crisi che si sono susseguite mettendo in campo una solidarietà incerta o “concessa”. Si pensi, ad esempio, alla gestione della crisi finanziaria dove, in uno scontro aperto fra Paesi “virtuosi” e “peccatori”, gli aiuti agli stati più deboli sono apparsi più come uno strumento per imporre il potere di uno stato su un altro piuttosto che un atto di solidarietà. Si tratta, a nostro avviso, di cambiare la lente attraverso la quale guardare ai problemi che sorgono all’interno dell’UE, iniziare a considerarli europei e, in quanto tali, devono essere trattati dall’Europa evitando la creazione di logiche gerarchiche tra gli stati. Questa solidarietà incerta con cui l’UE ha deciso di trattare le crisi non ha giocato a favore di un rafforzamento dell’Unione, al contrario ha senz’altro contribuito al rinvigorimento di un malinteso sovranismo e favorito chiusure identitarie a tinte populiste e xenofobe.
Per concludere, nonostante i numerosi richiami alla solidarietà degli ultimi mesi (tra cui di particolare rilevanza la dichiarazione del Capo di Stato tedesco, il quale ha affermato: «Trent’anni dopo la riunificazione tedesca, 75 anni dopo la fine della guerra, noi tedeschi non siamo solo chiamati alla solidarietà in Europa, è un nostro dovere»), la via verso una maggiore integrazione politica europea ci appare di difficile realizzazione, soprattutto per mancanza di volontà politica degli stati membri. Al contrario, appare più realistico che il processo di integrazione europea continui a proseguire attraverso quel “funzionalismo silenzioso” che ha certamente consentito un avanzamento del progetto europeo per molti anni ma che, come abbiamo visto, ha mostrato tutta la sua debolezza nei momenti di crisi. Appare, quindi, fortemente plausibile che, nonostante le svariate emergenze degli ultimi decenni, nel prossimo futuro l’UE scelga di andare “avanti così” (si vedano le cinque opzioni delineate nel “Libro bianco sul futuro dell’Europa” della Commissione Europea del 1° marzo 2017), senza avviare un vero e proprio processo di riforma istituzionale, aggiornando periodicamente le sue priorità e affrontando i problemi nel momento in cui, di volta in volta, si presentano.









