Energia
L’accelerazione dei mutamenti sociali, scientifici e tecnologici è stata resa possibile dalla rivoluzione industriale, con la possibilità di accedere a una forma di energia diversa da quella della trazione animale o umana con cui, per tutta la storia umana fino agli ultimi 250 anni circa, è stato compiuto il lavoro. Da allora, cioè a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, con l’invenzione e l’introduzione su larga scala della macchina a vapore, l’energia è diventata la principale motrice del progresso tecnologico e una delle più grandi preoccupazioni della società, rappresentando l’elemento essenziale dell’industrializzazione e, più recentemente, della società elettronica, su cui oggi si basa l’intera nostra civiltà. Come conseguenza, il consumo energetico è andato sempre crescendo a partire dalla rivoluzione industriale, richiedendo nuovi sviluppi tecnologici per sfruttare in modo più efficiente le risorse energetiche, in particolare i combustibili fossili su cui ancora oggi si basa in massima parte l’infrastruttura tecnologica e industriale della civiltà umana. Pur essendo noti fin dai primi del XIX secolo, gli effetti collaterali dello sfruttamento intensivo dei combustibili fossili – il carbone, innanzitutto, poi il petrolio e il gas naturale – sono diventati evidenti solo in tempi molto recenti. Oltre all’inquinamento dell’aria, con importanti ricadute sulla salute umana, i combustibili fossili sono infatti diretti responsabili del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici ( 1) e pertanto minacciano di compromettere in modo significativo il futuro della nostra civiltà sul medio e lungo termine.
Le preoccupazioni riguardo all’esaurimento dei combustibili fossili – fonti di energia di tipo non rinnovabile, essendo legate all’accumulazione su scala geologica di sottoprodotti di processi biologici – hanno iniziato ad assumere rilevanza nel dibattito pubblico a partire dalla crisi petrolifera del 1973, che sembrò avverare le previsioni di un imminente picco della produzione petrolifera, a cui sarebbe seguito un inesorabile calo (picco di Hubbert, dal nome del geofisico americano Marion King Hubbert che per primo lo teorizzò nel 1956). In quegli anni, le previsioni degli autori del rapporto I limiti della crescita e dei successivi rapporti al Club di Roma lanciarono l’allarme sulle conseguenze dell’esaurimento delle risorse non rinnovabili in assenza di un preciso piano di sostituzione con fonti energetiche rinnovabili. Molte di quelle conseguenze si sono sistematicamente avverate: il prezzo del petrolio, soggetto a forti fluttuazioni dovute alla disponibilità di nuovi giacimenti convenientemente sfruttabili e alle vicende geopolitiche, ha raggiunto più volte cifre estremamente elevate, con impatti significativi sull’economia mondiale; la necessità di assicurarsi riserve petrolifere ha spinto gli Stati Uniti a imbarcarsi in un lungo conflitto in due fasi in Iraq (1990-1991 e 2003-2011), in una forte ingerenza in Medio Oriente e in Sud America e in gravi instabilità politiche in tutti i principali paesi produttori di petrolio al di fuori dell’Occidente; l’aumento della domanda di energia ha comportato una crescita della concentrazione di anidride carbonica e altri gas climalteranti in atmosfera, compromettendo la sostenibilità dell’attuale civiltà energetica. Il futuro dell’energia rappresenta pertanto una sfida di natura esistenziale per il progresso dell’umanità.
Il lungo declino dei combustibili fossili
Il mondo dipende ancora dalle fonti energetiche fossili (petrolio, gas e carbone) per l’82% del suo consumo energetico primario. Si prevede che nel 2030 questa percentuale scenderà al 77%: una riduzione minima a causa della perdurante convenienza di queste fonti energetiche rispetto alla produzione di energia rinnovabile. In particolare, mentre in Europa il calo del consumo di fonti fossili sarà più accentuato, anche grazie al risparmio energetico, in Cina e in molti paesi emergenti la crescita economica – qualora proceda ai ritmi previsti nei prossimi anni – continuerà a sostenere la produzione energetica da fonti fossili. Nei prossimi 25 anni la Cina aumenterà del 5,2% il consumo di gas e dell’1,8% il consumo di petrolio, in India tali percentuali saranno rispettivamente del 4,6% e del 3,5%. Proseguirà invece la graduale dismissione della produzione energetica basata sul carbone (estremamente inquinante e sempre più soggetto a limitazioni dovute agli accordi internazionali per la mitigazione dei cambiamenti climatici).
Negli ultimi anni il gas naturale è stata la fonte energetica a maggiore crescita (quasi il 45% dell’aumento totale della domanda energetica mondiale). Cina, Stati Uniti e India rappresentano circa il 70% dell’aumento annuale della domanda energetica negli ultimi anni e spingono verso l’alto sia il gas naturale (crescita annua del 4,6%), sia il petrolio (+1,3% l’anno) e ancora in parte il carbone (+0,7% l’anno). Il risultato è che le emissioni di CO2 continuano ad aumentare: nel 2019 sono salite dell’1,7%. Nel 2020, complice anche la pandemia, si è verificato un calo considerevole delle emissioni, mentre dal 2021 al 2022 le emissioni globali sono aumentate del 5,3%, tornando quasi ai livelli pre-pandemia (-0,36% rispetto al 2019). Cina e altri paesi asiatici inoltre continuano a investire in centrali a carbone. L’India, in particolare, continua ad aumentare la sua domanda di carbone (attualmente +5% l’anno), specialmente per la generazione di elettricità e la produzione di acciaio, di cui è il secondo produttore mondiale dopo la Cina. Analoga situazione si riscontra in Indonesia, Vietnam, Filippine, Malesia, dove la relativa crescita economica spinge verso l’alto la domanda di energia elettrica senza che i governi abbiano pronti solidi piani di investimento per la produzione sostenibile, cosicché l’aumento della domanda viene compensato in via pressoché esclusiva da nuove centrali a carbone.
L’aumento della domanda di petrolio a livello mondiale è legato oggi soprattutto all’aumento del traffico aereo. Gli aerei sono diventati infatti tra i principali consumatori di petrolio, rappresentando circa il 20% della domanda totale globale. Con la crescita del turismo di massa soprattutto proveniente da Cina e India, questa quota è destinata a crescere, mantenendo alta la domanda globale. Conseguentemente, il prezzo del petrolio è crollato nel 2020 con il tracollo del traffico aereo e – in misura minore – di quello automobilistico. La vicenda mostra quanto ormai il petrolio sia strettamente legato ai trasporti, per cui con l’accelerazione dei processi di sostituzione dei veicoli a combustione con veicoli elettrici o a idrogeno e con lo sviluppo di aerei in grado di ridurre significativamente i consumi è lecito attendersi una progressiva diminuzione della domanda e quindi dei costi del petrolio nei prossimi decenni.
Il contenimento del costo del petrolio negli ultimi anni è stato reso possibile, inoltre, dalla sua costante sostituzione con il gas naturale e con lo shale gas. Gli Stati Uniti, puntando sulle nuove tecniche di estrazione dello shale gas, sono riusciti a raggiungere una quasi totale indipendenza energetica nel settore dei combustibili fossili tra il 2018 e il 2019, molto in anticipo rispetto alle previsioni degli inizi dello scorso decennio che ponevano questo traguardo intorno al 2035. Ciò è stato possibile anche grazie all’aumento dell’efficienza energetica e della quota di energia prodotta da rinnovabili; ma il successo di questa strategia è stato trainato dal fatto che i costi molto alti del fracking – la procedura di estrazione del gas di scisto – è resa conveniente dal costo ancora relativamente alto del petrolio. Nel momento in cui il petrolio dovesse scendere e restare stabile sotto un certo prezzo per molti anni (come sostengono diverse previsioni), la convenienza dello shale gas potrebbe venire meno, anche perché l’alto impatto ambientale e i rischi legati alla sismicità potrebbero spingere a una rigorosa regolamentazione dell’estrazione, rendendola ancora meno conveniente.
Il prezzo del petrolio continua a essere il principale responsabile delle scelte di politica energetica a breve termine. Al suo aumentare, aumentano gli investimenti nelle energie rinnovabili e nel gas naturale, ma nei paesi emergenti cresce anche la tentazione di puntare sul carbone. Tra il 2016 e il 2017 Cina e India avevano congelato la costruzione di oltre cento impianti a carbone per un totale di 68 gigawatt (GW) e ridotto dell’85% la concessione di nuovi permessi. Ma tra il 2018 e il 2019 la generazione elettrica da carbone è aumentata in Cina di 43 GW mentre nel resto del mondo la capacità netta installata è scesa di 8 GW. Nel 2019 la Cina ha, da sola, commissionato per i prossimi anni il 64% della nuova capacità di generazione da carbone, seguita da India, Malesia, Indonesia e Pakistan, mentre Stati Uniti e Unione europea continuano a ridurne l’utilizzo. Ma un calo del prezzo del petrolio ha anche importanti conseguenze di natura geopolitica. Il crollo negli ultimi anni rispetto a previsioni che fissavano il prezzo a barile nel 2015 a 150$ ha alimentato la recessione economica in Russia, la crisi economica in Venezuela, l’instabilità in Iraq, le tensioni tra Russia e paesi arabi. Questi ultimi stanno da tempo riconvertendo le loro economie per adeguarsi a un futuro post-fossile (per esempio con la strategia Saudi Vision 2030), ma la loro dipendenza economica dal petrolio è ancora alta e un crollo improvviso potrebbe mettere in crisi il cosiddetto “modello Dubai” a cui tutti i paesi della penisola arabica guardano con l’obiettivo di emanciparsi dal mercato dell’energia. Allo stesso tempo sono anche gli eventi geopolitici a influenzare il prezzo del petrolio. Il conflitto in Ucraina, per esempio, ha portato in un primo momento a un aumento esponenziale del prezzo del greggio in Europa. L’isolamento della Russia a livello geopolitico dovuto alle sanzioni, ha comportato una necessaria interruzione dei rapporti commerciali sull’energia. Questo ha comportato la necessità di provvedere al fabbisogno energetico in modo diverso; le soluzioni adottate sono state varie, in particolare la ricerca di fornitori alternativi ha portato a una riduzione del 50% dei prezzi del petrolio dai picchi del 2022 ai minimi del 2023. Da monitorare anche il recente conflitto scoppiato in Medio Oriente. Al momento il prezzo del petrolio non sembra aver risentito di queste tensioni, maggiori rischi potrebbero verificarsi in caso di allargamento del conflitto. Attualmente nel Medio Oriente ci sono metà delle riserve di petrolio mondiale, se il conflitto dovesse coinvolgere degli stati come Iran e Arabia Saudita potrebbero venire meno passaggi geografici fondamentali per il transito di una gran parte dei barili destinati al mercato mondiale. In questo modo, considerando alcuni scenari specifici, i prezzi potrebbero schizzare a ridosso di quota 100.
È anche importante osservare che, in uno scenario business as usual nell’estrazione e nel consumo di combustibili fossili, entro la fine del secolo la concentrazione di CO2 in atmosfera raggiungerebbe le 700 parti per milione, generando un aumento superiore ai 5°C delle temperature medie del pianeta, con conseguenze catastrofiche per la sopravvivenza della specie umana.
La maratona delle energie rinnovabili
L’obiettivo di lungo termine di qualsiasi scenario energetico sostenibile è la graduale sostituzione delle fonti fossili con energie rinnovabili. Per realizzare gli obiettivi previsti dagli Accordi di Parigi sui cambiamenti climatici, entro fine secolo le fonti rinnovabili dovrebbero essere in grado di generare non meno del 70% dell’energia mondiale; Nel 2021 le fonti di energia rinnovabili hanno generato il 38% della produzione globale di energia elettrica e nello stesso anno hanno coperto quasi l’83% dell’aumento mondiale di capacità di generazione, spinti dalla Cina e, in seconda battuta, dall’Unione europea, con USA e India in posizioni più defilate. Le energie rinnovabili che più contribuiscono alla produzione globale di energia elettrica sono l’energia solare, eolica e idroelettrica; più modesta la crescita delle altre fonti rinnovabili, in cui la parte dominante è rappresentata dalla bioenergia e secondariamente dal geotermico, in crescita in Turchia, Indonesia e Stati Uniti. La crescita dei biocarburanti è legata soprattutto al settore dei trasporti: grazie ai prezzi bassi dello zucchero sul mercato internazionale, molta produzione in Brasile è stata riconvertita in etanolo, con un significativo aumento della produzione. La produzione di etanolo è in crescita anche negli Stati Uniti, Cina e India.
In Europa, nel 2022, le energie rinnovabili rappresentavano la quota più alta della produzione di energia elettrica (39,4 prodotto da fonti rinnovabili contro il 38,7% prodotto da fonti fossili); la prima fonte di energia rinnovabile per quantità di elettricità generata è l’eolico, aumentata di 2,9 volte tra il 2008 e il 2018, nel 2022 l’eolico rappresenta il 15,9% della produzione di energia elettrica totale (prima fonte tra le rinnovabili e seconda solo al gas considerando fonti fossili e rinnovabili). La maggiore crescita si registra però in Asia, destinata a diventare il principale mercato dell’energia eolica nei prossimi anni: si stima che la capacità di generazione dell’eolico in Asia passerà dagli attuali 230 GW a circa 2600 GW nel 2050. In generale, affinché l’eolico possa rappresentare la principale fonte di energia rinnovabile sarebbe necessario aumentare di oltre dieci volte la produzione attuale, con circa 5000 GW generati da impianti eolici onshore e altri 1000 GW dalle turbine offshore. D’altro canto, la spettacolare crescita dell’energia solare negli ultimi anni (solo nella UE la produzione da fotovoltaico è aumentata di 15,5 volte tra il 2008 e il 2018, passando da 7,4 TWh a 115 TWh) lascia immaginare che sarà questa la principale fonte di produzione elettrica a metà del secolo.
Il costo dell’energia solare è crollato negli ultimi quarant’anni di circa 250 volte, a fronte di una crescita esponenziale nella capacità di generazione elettrica del fotovoltaico. Nei paesi del G20 l’elettricità da combustibili fossili costa oggi tra i 5 e i 17 centesimi/kWh mentre il costo medio dell’elettricità da solare è di 10 cent/kWh. Le previsioni sono di un ulteriore dimezzamento dei costi entro il 2030. In Europa Nel 2021 la capacità fotovoltaica totale ha raggiunto quasi 160 GW; nel 2022 si è stabilito un nuovo record di potenza fotovoltaica installata: +41,4 GW rispetto all’anno precedente, più di ogni altra fonte di energia. Entro il 2040 circa il 40% della domanda energetica sarà soddisfatta dall’elettricità, aumentando la possibilità per il solare di rappresentare una fonte preponderante di produzione di energia. Ciò sarà reso possibile dall’aumento dei veicoli elettrici, che gradualmente sostituiranno i veicoli a combustione interna, dal crescente uso di elettricità negli edifici per la climatizzazione e il riscaldamento, e dalla sostituzione degli altiforni tradizionali nell’industria con nuovi forni elettrici; conseguentemente, al petrolio e gas naturale si sostituirà l’energia solare.
Il problema principale diventerà sempre più quello dello stoccaggio dell’energia prodotta e dello sviluppo di batterie decisamente più performanti di quelle attuali, soprattutto nell’ottica di elettrificare l’intero comparto del trasporto su strada. Oggi gli sforzi dell’industria delle batterie si concentrano nel ridurre i costi delle batterie a ioni di litio, in particolare rimuovendo dai catodi il cobalto, particolarmente costoso per la sua rarità e per le esternalità negative dell’estrazione: la maggior parte del cobalto si trova in Congo, dove le miniere distruggono gli habitat naturali e generano condizioni lavorative inaccettabili, tra cui forme di sfruttamento minorile. Al posto del cobalto si cerca di utilizzare il nickel o il manganese, metalli molto più economici, abbondanti e sicuri, ma che hanno lo svantaggio di ridurre la durata delle batterie rispetto al cobalto, che ha proprietà chimiche che favoriscono lo stoccaggio di elettricità. Un’alternativa è offerta dal grafene, materiale innovativo su cui si sta concentrando la ricerca in ambito industriale (la UE ha investito oltre un miliardo di euro nel settore): il grafene, un foglio di carbonio di spessore atomico, potrebbe avvolgere in strati sottilissimi le sostanze chimiche impiegate per i catodi e infiltrati con acqua o altri liquidi conduttivi al fine di ottenere una velocità di ricarica di gran lunga superiore a quella attuale. In tal modo, anziché lavorare sull’aumento della durata, si punta sulla velocità di ricarica.
L’incerto futuro del nucleare
A partire dal secondo dopoguerra, l’energia nucleare è stata considerata la vera fonte di energia del futuro, in grado di assicurare al mondo un approvvigionamento crescente, pulito e tecnologicamente all’avanguardia. Tuttavia, i limiti della fissione nucleare – il processo di scissione dei nuclei atomici di uranio per ricavare energia – hanno successivamente messo in dubbio questa convinzione. Gli incidenti nucleari di Three Mile Island (1979), Chernobyl (1986) e Fukushima (2011) hanno alienato il consenso della società civile nei confronti dell’energia atomica, a causa dei gravi rischi legati alla fuga di radioattività dalle centrali nucleari. Nonostante l’immaginario comune, in particolare nel caso di Chernobyl, in realtà le vittime dovute a inquinamento da combustione fossile o da incidenti prodotti da centrali tradizionali sono decisamente superiori a quelle degli incidenti nucleari. La stragrande maggioranza dei giapponesi dell’area di Fukushima ha assorbito la stessa quantità di radiazioni di quella che produce una TAC. Chernobyl ha prodotto circa 24mila casi di tumori, nella maggior parte dei casi alla tiroide, quindi curabili. Anche l’impatto ambientale di incidenti come quelli delle piattaforme petrolifere è incomparabile con i danni ambientali limitati prodotti da Chernobyl o Fukushima. Oltre 250mila animali morirono nei giorni immediatamente successivi all’incidente della Exxon Valdez, circa 10mila nei giorni successivi all’incidente della Deep Water Horizon. All’interno della zona rossa di Chernobyl, per confronto, è registrata la presenza di un fitto ecosistema.
Ciò non toglie che la radioattività sia senza dubbio letale per la salute umana e gli incidenti delle centrali a fissione nucleare sono eventi che, per quanto rari, comportano comunque un rischio per la nostra salute e per l’ambiente che non va sottovalutato. Ma i reali limiti della fissione nucleare sono legati al trattamento delle scorie e all’esaurimento delle riserve di uranio. Anche se le centrali nucleari non inquinano l’atmosfera, producono pur sempre combustibile esausto altamente radioattivo che non può essere liberato nell’ambiente finché permane la radioattività. Plutonio e uranio hanno tuttavia un tempo di dimezzamento lunghissimo: per il plutonio-239 è di 24mila anni, per l’uranio-235 di 710 milioni di anni e per l’isotopo uranio-238 di ben 4,5 miliardi di anni, quanto l’attuale età della Terra. Le scorie nucleari prodotte dalle centrali come scarto dei propri processi di produzione di energia restano radioattive per tempi “biblici”, cosa che impone politiche di lunghissimo termine per la loro gestione. Solo l’industria nucleare americana ha prodotto finora oltre 70mila tonnellate di scorie radioattive, senza una reale soluzione di stoccaggio di lungo periodo. La costruzione di un deposito definitivo nelle viscere della Yucca Mountain in Nevada, sito considerato sicurissimo dal punto di vista geologico, è stata abbandonata dall’amministrazione Obama. In Italia il processo di individuazione del deposito di scorie delle centrali dismesse è stato secretato e le possibili località candidate non ancora rese note, per via della prevedibile opposizione degli abitanti delle aree limitrofe.
Tuttavia, quello delle scorie è un problema potenzialmente risolvibile, sia perché è comunque possibile seppellirle in luoghi sicuri per centinaia di migliaia di anni senza produrre danni, sia perché nuove generazioni di reattori nucleari sembrano in grado di poter riutilizzare il combustibile radioattivo esausto e, al tempo stesso, produrre meno scorie. Ben diversa è la situazione relativa all’uranio, minerale molto raro: il picco di produzione dell’uranio è stato toccato negli USA nel 1981, in Europa negli anni Novanta. Le stime sul picco mondiale variano (2025-2030), ma in generale non esiste una riserva sufficiente per continuare ad alimentare per tutto il resto del secolo le centrali esistenti e sicuramente non è possibile espandere ulteriormente la produzione di energia atomica. Scenari futuri di sostenibilità dell’industria nucleare includono l’utilizzo del torio come combustibile, dieci volte più abbondante dell’uranio e molto meno radioattivo, con scorie che resterebbero radioattive per poche decine di anni. Anche il torio, tuttavia, è un elemento esauribile. Inoltre, non è mai stato compiuto un reale tentativo di trasformazione dell’industria nucleare dall’alimentazione a uranio a quella al torio, per una serie di limiti tecnologici e di scarsa convenienza economica. Oggi l’energia nucleare produce circa il 13% dell’elettricità totale del mondo, Al 2022 gli impianti funzionanti erano 440 disseminati in 30 paesi; di questi, quasi il 60% ha più di trent’anni di vita e tratta in loco le proprie scorie. Circa 50 impianti sono in diverse fasi del processo di smaltimento, e nel corso della storia solo 17 impianti sono stati chiusi del tutto. Ufficialmente, circa 60 nuovi impianti sono in fase di costruzione in 15 paesi, ma nella maggioranza dei casi si tratta di cantieri fermi o mai aperti. Gli stati che attualmente ospitano più impianti per la produzione di energia nucleare sono Stati Uniti (92), Francia (56) e Cina con 55 (oltre a 21 in costruzione).
L’energia nucleare potrebbe tuttavia tornare a essere l’energia del futuro nel caso in cui i progetti per realizzare la fusione nucleare controllata ottenessero i risultati sperati. La fusione nucleare è un processo alternativo alla fissione, basato sull’energia residua risultante dalla fusione di deuterio e trizio – due isotopi dell’idrogeno – in elio. La fusione non produce scorie ed eventuali incidenti non produrrebbero emissioni di radiazioni. Mentre il deuterio dev’essere prodotto dall’acqua di mare, il trizio è presente in tracce sul pianeta e dev’essere quindi ottenuto nel processo di fusione attraverso le reazioni tra i neutroni e il litio, che invece è abbondante sulla Terra. Dati i valori enormi di temperatura e pressione richiesti per ottenere una fusione controllata, i numerosi tentativi proposti non hanno finora fornito i risultati sperati. Gli sforzi sono oggi principalmente concentrati nella costruzione di un reattore sperimentale, ITER, finanziato da un consorzio di 35 paesi (Unione europea, USA, Russia, Cina, Giappone, India) e attualmente in fase di completamento in Francia. ITER ha l’obiettivo di verificare la capacità della tecnologia proposta di produrre per un tempo continuativo più energia di quanto richiesto per alimentare il processo di fusione; in caso di successo, sarà sostituito dal reattore DEMO che dovrebbe dimostrare la fattibilità di produzione commerciale di energia da fusione e di immissione sulla rete elettrica. Quest’ultimo obiettivo sarà realizzato intorno al 2050, per cui l’eventuale rinascimento nucleare è atteso solo per la seconda metà del secolo.
Esistono diversi altri progetti, molto più modesti in termini di investimenti (i costi di ITER oscillano tra i 20 e i 60 miliardi di euro a seconda delle stime), ma che cercano di impiegare altre soluzioni tecnologiche per ottenere la fusione. Tra queste, Commonwealth Fusion Systems sta sperimentando un reattore (tokamak) a fusione progettato dal MIT di Boston che usa un sistema diverso dal tokamak di ITER, grazie all’impiego di magneti superconduttori ad alta temperatura. Il progetto è finanziato da Breakthrough Energy Ventures di Bill Gates, dal gruppo Eni e da Equinor (la compagnia petrolifera norvegese)
L’obiettivo europeo dell’indipendenza energetica
L’Unione europea è l’area del mondo più attiva nella conversione del proprio bouquet energetico verso le fonti rinnovabili. Quest’ambizione non è motivata solo da una più spiccata preoccupazione per le conseguenze dei cambiamenti climatici, ma anche dal crescente problema della dipendenza dall’estero per il proprio approvvigionamento da fonti fossili. Questa dipendenza è passata dal 46,7% di energia fossile importata nel 2000 al 58% del 2020. Circa il 30% dell’importazione di greggio proveniva dalla Russia, seguita da Iraq (9%), Arabia Saudita, Norvegia, Kazakistan, Nigeria (7% ciascuno). La dipendenza dalla Russia era ancora maggiore per il gas naturale (40% dell’import) e per il carbone (42%). Il conflitto tra Russia e Ucraina ha portato a un’interruzione delle relazioni commerciali sull’energia costringendo i paesi dell’ UE a diversificare le opzioni energetiche e a cercare nuovi partner commerciali su cui fare affidamento per l’importazione di energia fossile. Inoltre l’Europa, da sempre grande importatrice del gas Russo, è passata al GNL ed è riuscita progressivamente a diminuire la sua dipendenza.
Nel corso dell’ultimo decennio, la UE ha perseguito il Piano 20-20-20 con l’obiettivo entro il 2020 di ridurre le emissioni di gas serra del 20% rispetto ai valori del 1990, aumentare del 20% il risparmio energetico rispetto ai valori del 2007 e portare il totale di produzione da rinnovabili al 20%. Nel 2020, le emissioni di gas serra sono state ridotte del 22%, i consumi energetici sono calati del 18,4% (senza contare gli effetti derivanti dalla pandemia Covid-19), il totale di energia prodotta da rinnovabili ha raggiunto il 21%. Sulla base di questi risultati, le proiezioni prevedono per il 2030 un calo del 32% delle emissioni di CO2 rispetto al 1990, una riduzione del 23,9% dei consumi energetici rispetto al 2007, mentre la produzione da rinnovabili sul totale salirà al 24%. Tuttavia, nel 2030 – in assenza di misure radicali – il petrolio continuerà a coprire il 90% del fabbisogno del settore dei trasporti in Europa, con un calo solo marginale fino al 2050 (86%). Una delle principali sfide della UE nei prossimi decenni nella politica energetica riguarda dunque la conversione dei trasporti a nuovi fonti di energia pulita. Tra gli altri progetti rientra l’interconnessione tra infrastruttura tecnologica e mercato unico europeo, attraverso la realizzazione di una super grid europea ed extraeuropea che distribuisca l’energia acquisita da grandi bacini: in aree del Nord Europa per l’eolico e in aree del Mediterraneo europeo e africano per il solare. Diversi progetti prevedono la realizzazione di assi d’interscambio nord-sud ed est-ovest attraverso super grid per accelerare la transizione verso le energie rinnovabili e ridurre la dipendenza energetica.
L’incidenza delle emissioni di gas serra dell’Europa sul totale mondiale è destinata a scendere dall’attuale 10% al 7% nel 2030, diventando pertanto marginale rispetto a Cina, Stati Uniti e India. Il consumo di gas aumenterà nei prossimi anni dello 0,7% annuo mentre i consumi petroliferi dovrebbero toccare nel 2040 il minimo di 8,3 milioni di barili al giorno contro i 12 attuali. Il ruolo dell’energia da fissione nucleare è destinato a calare dal 25% attuale al 22% nel 2030 a causa della dismissione di centrali prossime a superare la loro vita operativa e alla scelta della Germania di abbandonare progressivamente la produzione interna di energia nucleare. Secondo le attuali proiezioni, nel 2050 la produzione da nucleare nella UE scenderà all’11%, mentre la produzione elettrica da rinnovabili ha già raggiunto quasi il 40%, in particolare dall’eolico e dal solare.










