Empowerment
L’empowerment femminile
Il processo di emancipazione e di autodeterminazione delle donne ha rappresentato uno dei più grandi e significativi fenomeni del XX secolo. Nel corso del Novecento il diritto all’elettorato attivo e passivo è stato esteso alle donne nella stragrande maggioranza dei paesi, insieme a tutti i più moderni diritti civili e politici. La legislazione civile (e talvolta anche penale), tradizionalmente ineguale a favore del modello famigliare patriarcale, è stata modificata per uniformarsi all’esigenza di riconoscimento della parità di genere a tutti i livelli. A partire dal Secondo dopoguerra, la partecipazione femminile al lavoro è aumentata progressivamente, consentendo alle donne di occupare anche quei ruoli che tradizionalmente erano riservati agli uomini e contribuendo in modo determinante a cambiare i modelli famigliari.
Questa tendenza è di certo destinata a rafforzarsi nel corso di questo secolo, come evidenziano i cambiamenti, pur graduali e troppo spesso ondivaghi, nei paesi di religione islamica, anche in quelli più retrivi ad accordare maggiori diritti al genere femminile, come l’Arabia Saudita (dove nel 2015 è stato concesso per la prima volta il diritto di voto) e l’Afghanistan (dove, rispetto all’epoca della dominazione talebana, le donne rappresentano il 27% dei parlamentari). A nuovi successi si accompagnano, tuttavia, anche nuovi traguardi da conseguire. Non è pensabile guardare all’empowerment femminile solo in termini di concessione dei diritti politici o civili; il gender gap tra uomini e donne sussiste ancora in moltissimi ambiti, in particolare nelle attività imprenditoriali e di leadership, nelle discriminazioni sul lavoro nei confronti delle donne, nell’accesso ai mezzi economici. Colmare il divario di genere è condizione indispensabile per una società più equa, democratica, inclusiva e armoniosa, a cui l’umanità del XXI secolo aspira.
Oggi, sebbene le donne contribuiscano al 52% della forza lavoro globale, solo il 47% delle donne sono occupate in confronto al 72% degli uomini, e guadagnano in media il 25% in meno rispetto alle controparti maschili. In Europa ancora oggi le donne guadagnano il 12,7% in meno l’ora rispetto agli uomini. Tra le variabili che determinano il divario retributivo di genere in Europa c’è un maggiore svolgimento di lavori non retribuiti (cura dei bambini e lavori domestici) e la maggiore presenza di donne nei settori a bassa retribuzione e conseguente scarsa rappresentanza nelle posizioni di alto profilo: nel 2020 le donne che occupavano posizioni dirigenziali costituivano il 34% dei dirigenti dell’UE; oltre ovviamente ad esserci un divario all’interno dello stesso settore professionale: le donne manager guadagnano il 23% in meno all’ora rispetto ai colleghi maschi. Eppure, anche solo dimezzare il divario tra uomini e donne nel mondo del lavoro porterebbe entro il 2025 a un aumento medio del PIL nei paesi Ocse del 2,5%, mentre secondo Oxfam se i tassi di lavoro retribuito per le donne fossero gli stessi degli uomini, in ben 15 economie in via di sviluppo il reddito pro-capite aumenterebbe del 20% entro il 2030. Negli ultimi anni si è assistito a un rallentamento del trend di partecipazione femminile al mercato del lavoro e a un aumento delle diseguaglianze retributive che non fa ben sperare, soprattutto nei paesi emergenti. Ciò sembra spiegarsi con gli effetti dell’automazione ( 10), che sta riducendo i posti di lavoro più facilmente automatizzabili dov’è maggiore la partecipazione delle donne, mentre nelle occupazioni più qualificate (in particolare quelle ad alta specializzazione tecnologica e digitale) tale partecipazione è ancora troppo bassa. Di questo passo, secondo il Global Gender Gap Report del World Economic Forum, occorreranno ben 100 anni per colmare il divario di genere socio-economico.
È vero però che sul piano sociale, economico e organizzativo negli ultimi venti anni i passi in avanti per garantire un rispetto e una tutela delle differenze di genere sono stati significativi. Non solo in paesi con forti economiche, ma anche e soprattutto in realtà economiche deboli, in via di sviluppo o con politiche fortemente instabili. La forza lavoro femminile tra i 25 e i 54 anni, ad esempio, è aumentata dal 1990 a 2019 del 15% in Italia, del 16% in Nigeria e del 5% in Afghanistan. La percentuale di donne sposate prima dei 18 anni è diminuita in 10 anni del 20% in Mali e del 15% in Sierra Leone, solo per fare alcuni esempi; i dati però mostrano come in concomitanza di crisi sociali, economiche, conflitti e catastrofe naturali il numero di matrimoni precoci può tornare a salire, infatti, nonostante il fenomeno sia in progressiva diminuzione, a causa del Covid-19 ci potrebbero essere 10 milioni di spose bambine in più entro il 2030. La situazione migliora anche per il numero medio di figli per donna. Questo dato viene considerato tra gli indicatori più importanti in riferimento alla eguaglianza di genere e all’empowerment, in quanto predice la percentuale di donne che avranno la possibilità di studiare, lavorare, investire sul proprio sviluppo personale. Il numero di figli per donna è diminuito nel giro di 10 anni da 7 a 5 bambini in Uganda, Tanzania e Zambia. I dati sono molto positivi anche nei paesi con forti economie. La posizione sociale delle donne nel mondo, e di conseguenza il loro empowerment, sta migliorando attraverso un processo lento e per questo spesso invisibile.
Lo stesso vale per il gender gap all’interno di organizzazioni pubbliche e private. La grande crescita socio-economica, l’avvento della globalizzazione, l’aumento della percentuale di donne che hanno accesso all’istruzione, alla sanità, al diritto di voto ha portato a una maggiore sensibilizzazione e attenzione riguardo le differenze di genere. Negli ultimi anni in Europa sono state adottate leggi per promuovere un maggiore equilibrio di genere nei consigli d’amministrazione, dove oggi le donne rappresentano a livello globale appena il 15% dei membri (è comunque un aumento del 54% rispetto al 2010). La percentuale sale al 31,5% per i paesi dell’Unione europea, l’obiettivo posto è quello di raggiungere il 40% di amministratore senza incarichi esecutivi entro il 2026. Di contro, appena il 5% delle posizioni di CEO delle 500 maggiori imprese societarie degli Stati Uniti d’America (Fortune 500) è ricoperta da una donna, il che dimostra che il pregiudizio nei confronti dell’imprenditorialità femminile non è limitato ai soli paesi emergenti, ma radicato anche nelle economie più avanzate.
Sul piano della rappresentanza politica, la percentuale di donne nei corpi legislativi nazionali è del 25% a livello globale (rispetto al 12% del 1997) e nei paesi dell’Unione europea raggiunge il 31%, la più alta al mondo. In Italia, iniziative legislative come la legge 120/2001 hanno permesso di far crescere la percentuale di donne nei consigli di amministrazione delle imprese quotate in Borsa e a partecipazione pubblica al 33,1% nel 2019 (era appena il 4,5% nel 2004), a fine 2022 la quota di donne nei consigli di amministrazione si attestava al 43%, mentre le “quote rosa” nelle liste elettorali hanno aumentato la presenza di donne in Parlamento, salita al 33% nell’attuale legislatura (rispetto ad appena il 5% della prima legislatura). Un leggero calo si è verificato soltanto per quanto riguarda l’ultima legislatura.
Aumentano costantemente anche i paesi che hanno avuto almeno una volta una donna come capo di stato: sono finora 52. Al momento, in 4 paesi dell’UE una donna è a capo del governo (monarchie escluse). La Spagna è l’unico dei più grandi paesi europei dove finora non è ancora stata eletta una donna alle più alte cariche di stato. Negli Stati Uniti, dove solo nel 2016 per la prima volta una donna ha corso per la presidenza, la terza carica più alta dello stato (la presidenza della Camera dei rappresentanti) è stata ricoperta da una donna solo nel 2011 per la prima volta (in Italia nel 1979, mentre la seconda carica dello stato dal 2018). Il World Economic Forum stima comunque che, con questo tasso di empowerment, occorreranno ancora 95 anni per chiudere il divario di genere nella rappresentanza politica.
Verso un’equità sostanziale?
Il prossimo futuro sarà caratterizzato da una crescente sensibilità nei confronti di un rapporto tra i generi equo e rispettoso tanto sui luoghi di lavoro quanto in famiglia, sia nei paesi industrializzati che nelle economie emergenti. In questi ultimi persistono gravissime violazioni dei diritti umani fondamentali per le donne: pratiche fondate sull’estremismo religioso come la mutilazione dei genitali femminili riguarderanno, nel 2030, fino a 86 milioni di vittime potenziali; in 59 paesi del mondo (per un totale di 600 milioni di donne) non esistono ancora leggi contro le molestie sessuali sul luogo di lavoro e in 18 paesi i mariti possono per legge impedire alle proprie mogli di lavorare. Nel 2018 circa 379 milioni di donne nel mondo hanno subìto violenze fisiche o sessuali da parte del proprio partner e il 38% degli omicidi di donne riportati nel 2022 è stato commesso dal partner. Quasi il 35% delle donne ha subito violenza almeno una volta nella vita.
Alla base di questi atteggiamenti c’è un persistente modello discriminatorio che, anche nei paesi occidentali, si basa sulla mortificazione e mercificazione delle donne. Considerando che più del 50% dei bambini e delle bambine con meno di dieci anni vive oggi in paesi con elevati livelli di disparità di genere, questi modelli sono destinati a essere introiettati anche nelle nuove generazioni, in assenza di forti prese di coscienza. Nel 2017, a seguito di diverse denunce di attrici molestate sessualmente dal celebre produttore cinematografico Harvey Weinstein, è stato scoperchiato un sistema di abusi e molestie durato oltre trent’anni di cui una significativa parte delle attrici di Hollywood è stata vittima. Il caso Weinstein ha rappresentato l’inizio di una valanga che ha investito altri nomi eccellenti in settori diversi: non solo il cinema e la televisione, ma anche la moda, lo sport, il giornalismo, la politica. L’hashtag #MeToo lanciato dall’attrice Alyssa Milano per incoraggiare le vittime di stupri e molestie sessuali in generale a denunciare le loro storie sui social network è stato rilanciato da milioni di persone. Non si tratta di fatti isolati: mesi prima che scoppiasse lo scandalo Weinstein, la Women’s March on Washington organizzata all’indomani dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca ha visto una partecipazione di mezzo milione di persone, e altre manifestazioni di appoggio in diverse città americane ed europee. È la spia di un malessere che esplode e che dimostra l’inadeguatezza delle politiche finora messe in campo per ridurre le diseguaglianze di genere.
Il Deloitte Review di Gennaio 2018 presenta in modo chiaro i passaggi logici e concreti che riguardano gli interventi di Diversity&Inclusion. Diversity&Inclusion è una sensibilità e più precisamente un trend in espansione che si pone come priorità il rispetto e la tutela delle diversità e la loro inclusione in organizzazioni che, per abitudine e cultura, si ergono su meccanismi di valutazione, promozione e crescita a favore delle maggioranze etniche, sociali, economiche, religiose e di genere. Le politiche di Diversity & Inclusion, oggigiorno, promuovono l’eguaglianza, ma non l’equità. Le politiche di eguaglianza concedono a tutti gli stessi strumenti, non considerando il punto di partenza di ognuno e quindi non dando le stesse opportunità. Equità vuol dire invece dare ad ognuno strumenti diversi e personalizzati, che tengano conto, rispettino e valorizzino le diversità, consentendo a ogni persona di raggiungere gli stessi obiettivi di accedere alle stesse opportunità. Recentemente alle parole Diversity & Inclusion è stata aggiunta la parola Equity, come testimonianza che un passo in questa direzione sta avvenendo. La Diversity, Equity & Inclusion non è solo un insieme di politiche a sostegno delle minoranze, quanto piuttosto un nuovo mindset e un nuovo approccio culturale. L’inclusione delle diversità genera eterogeneità e quindi promuove l’innovazione, aumenta il tasso di retention e diminuisce il turn over, forma leader più collaborativi e una classe dirigente pronta per le sfide del futuro.
La strada per la meta è ancora lunga, ma tutto dimostra una tendenza verso una radicale trasformazione delle relazioni sociali, a partire dalla ridefinizione dei tradizionali ruoli di genere. Pronunciamenti come quello che ha definito incostituzionale l’obbligo del cognome paterno dei figli e iniziative legislative contro gli omicidi di donne basate sui ruoli di genere (i cosiddetti “femminicidi”), costituiscono segnali importanti, confortati dall’analisi dei risultati e delle variabili socio-politiche che hanno influito nel miglioramento della condizione sociale e lavorativa delle donne.
L’empowerment LGBT
Il processo di emancipazione e riconoscimento dei diritti da parte delle persone con orientamento di genere LGBT è sicuramente più recente, ma destinato a caratterizzare tutto il XXI secolo. Essere gay è ancora illegale in 69 paesi, ma su questo versante, le differenze tra paesi occidentali e resto del mondo sono ancora estremamente ampie. Nei paesi di religione islamica, l’omosessualità è quasi ovunque un reato penale punibile con il carcere e, in nove paesi, con la pena di morte, anche se raramente queste pene vengono applicate (l’Iran rappresenta un’eccezione). In Africa l’omosessualità è proibita per legge in 32 paesi, mentre è riconosciuta in 22. Alcune depenalizzazioni sono molto recenti (Mozambico, 2015; Angola e Botswana, 2019), ma al tempo stesso altri paesi hanno di recente introdotto leggi più restrittive contro le relazioni omosessuali (Uganda, 2013; Nigeria, 2014). In Cina nel 2016 sono stati banditi dalle piattaforme di condivisione di video tutti i filmati a favore dei diritti LGBT, incluse le serie televisive che coinvolgono relazioni omosessuali. Benché l’omosessualità non sia più considerata formalmente una malattia mentale dal 2001, esistono 96 centri nel paese che offrono le cosiddette “terapie riparative” come psicoterapia, farmaci e trattamenti anche gravemente invasivi per “curare” l’omosessualità; questo di tipo di trattamenti sembra in crescita anche negli ospedali pubblici.
A fronte di queste situazioni, a partire dal 2013 il numero di paesi che hanno reso legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso è aumento in modo significativo. Non solo la stragrande maggioranza dei paesi europei (a partire dall’Olanda nel 2001 all’Austria nel 2019, passando per la cattolica Irlanda), ma anche gli Stati Uniti (2015), dopo che solo trent’anni prima il 57% degli americani sosteneva che i rapporti sessuali consensuali tra gay dovessero essere vietati. Oggi il 70% degli americani ritiene che l’omosessualità debba essere accettata. Televisione e cinema hanno favorito questa nuova sensibilità, con moltissime serie televisive che hanno messo in scena la normalità dell’omosessualità anche tra i teenager e relazioni omosessuali rappresentante al cinema in modo simile a quanto in passato veniva fatto per le relazioni eterosessuali. Anche la Chiesa cattolica ha fatto importanti aperture, in particolare durante il pontificato di Francesco, il quale ha chiesto ai sacerdoti di trattare con misericordia e di non giudicare i fedeli omosessuali e di non rifiutare loro i sacramenti (al tempo stesso è stato chiesto ai seminari un giro di vite contro l’ingresso di persone anche solo sospettate di orientamento omosessuale, per i tradizionali timori della Chiesa riguardo il rapporto tra omosessualità e pedofilia, in parte ribadito di recente dal papa emerito Benedetto XVI).
Anche in Europa oggi il 72% delle persone ritiene che non ci sia nulla di male nelle relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso, il 69% è a favore dei matrimoni omosessuali e il 59% è d’accordo che una persona transgender possa chiedere di cambiare i propri dati sui documenti ufficiali in accordo alla sua identità di genere. Sussistono comunque forti diversità, in particolare con un posizioni molto meno aperte in paesi come Ungheria e Polonia, dove si assiste, viceversa, a un ritorno di posizioni omofobe. Di recente in Polonia numerose città e alcune amministrazioni provinciali si sono dichiarate LGBT-free, cioè zone dove le persone omosessuali non sono accettate. Ciò è in linea con l’atteggiamento generalmente più omofobo delle forze politiche sovraniste, che vedono nelle comunità LGBT una minaccia ai “valori di una volta”: la crescita delle forze sovraniste in Europa potrebbe in futuro limitare, ma sicuramente non invertire, il crescente trend di apertura ai diritti omosessuali.
Anche il mercato si sta adeguando alla mutata sensibilità. La moda da tempo promuove un abbigliamento genderless e di recente anche i brand di profumi hanno iniziato a rimuovere le differenze di genere nelle loro fragranze. Il turismo LGBT è in forte crescita e il mercato ricettivo (stimato nel 2016 a 211 miliardi di dollari) si sta adeguando per offrire servizi dedicati e gay-friendly. Il potere d’acquisto della comunità gay è stimato in 917 miliardi di dollari, in crescita soprattutto a causa delle tendenze generazionali: mentre solo l’8% dei baby boomer si dichiara gay, la percentuale sale al 13% per la generazione X, al 20% per i millennial e al 31% per la generazione Z (i nati dopo il 1997). A partire dal 2020, nel Regno Unito i temi LGBT sono stati inseriti obbligatoriamente nei corsi scolastici di educazione sessuale, favorendo così la crescita di generazioni più consapevoli e mature sui temi della diversità di genere. Una recente indagine Ipsos-Mori conferma che, mentre solo il 43% della generazione dei baby boomer è a proprio agio con le relazioni omosessuali, questa percentuale sale al 70% nella generazione Z.
Nuove frontiere dell’etica globale
In un suo celebre libro, La civiltà dell’empatia (2011), Jeremy Rifkin osservava la presenza di una tendenza globale verso una maggiore sensibilità nei confronti degli altri esseri umani, facendo notare come nel corso dei secoli la violenza, la tortura, le esecuzioni di stato si siano man mano ridotte o siano state abolite in molti paesi del mondo a un ritmo sempre più accelerato. La tesi di Rifkin è che grazie alla globalizzazione e successivamente all’avvento di Internet e dei social network, è diventato possibile per le persone provare empatia anche per i propri simili più distanti, impegnandosi spesso in prima persona per alleviare le sofferenze in paesi molto lontani, dalle carestie in Africa alle vittime di terremoti ad Haiti o di tsunami in Indonesia. La Rete starebbe quindi contribuendo a un risveglio etico globale, riducendo i confini e le distanze e aumentando l’empatia delle persone nei confronti dei propri simili in condizione di sofferenza e disagio.
Steven Pinker, nel suo libro Il declino della violenza (2013), ha ricostruito i trend delle vittime di conflitti e violenze individuali sostenendo che l’epoca attuale è la meno violenta della storia dell’umanità. Nonostante le grandi ecatombi del XX secolo, il numero di vittime di guerra si sarebbe ridotto dal 20% medio delle guerre tribali della storia profonda al 3% dei conflitti mondiali, numero più ridotto rispetto ai conflitti del XVII secolo, in cui, a causa del fervore delle guerre di religione, le stragi di massa erano all’ordine del giorno. Anche il tasso di omicidi è significativamente calato, dal 10 morti l’anno ogni 100.000 abitanti del decennio più violento degli Stati Uniti (1970-1980) ai 5 di oggi, comunque molto superiore al tasso dell’Europa occidentale che è di circa 1 ogni 100.000 abitanti.
Innegabilmente, l’introduzione dei diritti umani nelle società occidentali a partire da Inghilterra, Stati Uniti e Francia ha cambiato completamente la mentalità degli esseri umani, sempre più aperta a tolleranza nei confronti delle diversità religiose, etniche, nazionali, di genere. Oggi la tendenza dell’etica globale va nella direzione di nuovi atteggiamenti nei confronti dell’ambiente e delle altre specie viventi. L’antispecismo, l’ideologia secondo cui l’essere umano non dovrebbe considerarsi al vertice del regno animale e trattare le altre specie da pari, si sta diffondendo prepotentemente, con iniziative che hanno portato nel corso degli anni alla fine della vivisezione e a campagne contro la sperimentazione animale, al crollo del mercato delle pellicce, alla diffusione travolgente del veganesimo ( 16). Sono nate persino nuove correnti filosofiche che oggi discutono dell’esigenza di riconoscere diritti ad altre specie animali e a costruire un nuovo tipo di dialogo tra l’Uomo e la Natura. L’accresciuta sensibilità globale nei confronti della crisi ambientale ha comportato l’introduzione di legislazioni molto rigorose: dal bando dei clorofluorocarburi (protocollo di Montreal, 1989) per contrastare il buco nell’ozono, all’introduzione della raccolta differenziata su scala europea (primi anni Novanta), fino a un futuro probabile bando della produzione di plastica.
Fin dai primi anni Novanta gli osservatori hanno iniziato a parlare di una associational revolution (oggetto anche di uno studio pubblicato nel 1994 su Foreign Affairs), che mostrava la crescita esponenziale del non-profit nelle società occidentali. In Italia al 2020 si contavano 363.499 organizzazioni non-profit per un totale di 870.183 dipendenti. Dal 2001 al 2019 il non-profit è passato dal 5,8% all’8% del settore produttivo del nostro paese, nel 2022 l’impatto reale stimato di questi enti è pari a 84 miliardi di euro. Mentre per quanto riguarda l’occupazione si è passati dal 4,8% all’ 8,8% del 2022 sul totale dei dipendenti. I tassi di crescita medi annui continuano a essere superiori rispetto a quelli delle imprese orientate al mercato. Un segnale importante è rappresentato inoltre dalla nascita e della crescita delle benefit corporation (B Corp), caratterizzate da un modello di business che, anziché essere basato sulla redistribuzione degli utili, reinveste gli utili in progetti a finalità sociale o ambientale. Fondate e composte in prevalenza da giovani, le B Corp sembrano risponde a una nuova esigenza da parte delle giovani generazioni nei confronti degli obiettivi professionali, fotografata da un’analisi dell’Intelligence Group secondo cui per il 64% dei millennials la principale priorità nella scelta del proprio lavoro è rendere il mondo migliore, e l’88% ricerca un’integrazione tra lavoro e obiettivi di vita. Il movimento delle B Corp risale al 2006 e oggi conta oltre 8000 aziende in tutto il mondo.
La crescente attenzione verso una finanza etica e sostenibile è dimostrata anche dalla nascita dei fondi SRI (sigla di Sustainable and Responsible Investment): oggi ne disponibili sul mercato oltre mille, di cui il 7% di diritto italiano, con un rischio a tre anni molto basso con rendimenti dei fondi azionari e obbligazionari superiori ai fondi tradizionali. Nel 2018 l’Italia è stato, infine, il primo paese del G7 ad avere introdotto gli indicatori di Benessere equo e sostenibile (Bes) nel documento di programmazione economica: tra i 12 indicatori figurano l’indice di diseguaglianza del reddito disponibile, l’indice di povertà assoluta, la speranza di vita in buona salute alla nascita, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, le emissioni di CO2 e altri gas climalteranti.









