Antropocene

L’effetto serra

Nel 1896 il chimico svedese Svante Arrhenius, futuro premio Nobel, stimò che un raddoppio della quantità di anidride carbonica (CO2) in atmosfera avrebbe aumentato la temperatura media della Terra di cinque gradi centigradi. All’epoca, gli effetti delle due rivoluzioni industriali erano già tali da preoccupare i principali scienziati e intellettuali europei; Arrhenius non poteva però prevedere quanto velocemente la concentrazione di CO2 avrebbe realizzato le sue previsioni: calcolò che sarebbero occorsi 750 anni e si tranquillizzò, ma ora sappiamo che raggiungeremo quel livello intorno al 2050, probabilmente anche prima.

Arrhenius sapeva, come noi, che la temperatura del pianeta deriva da un delicato equilibrio radiativo. La Terra assorbe calore attraverso la radiazione ultravioletta emessa dal Sole, e riscaldandosi emette a sua volta nello spazio calore sotto forma di radiazione infrarossa. Il perfetto equilibrio tra queste due quantità è alterato dalla presenza in atmosfera dei cosiddetti “gas serra”, le cui molecole sono in grado di trattenere la radiazione infrarossa impedendole di disperdersi nello spazio. Grazie a questo meccanismo il nostro pianeta non è, come Marte, un pianeta gelato: in assenza di gas serra, infatti, la temperatura media terrestre sarebbe di -14°C, mentre è in realtà di 18°C. D’altro canto Venere, la cui atmosfera è per il 96% composta da CO2 ha una temperatura al suolo media di 450°C, superiore anche a quella di Mercurio, che è più vicino al Sole. Un’alterazione dell’equilibrio radiativo a causa dei gas serra sarebbe quindi in grado di rendere il pianeta proibitivo per la vita umana. Rispetto all’inizio della prima rivoluzione industriale, intorno al 1750, l’attività antropica ha aumentato del 264% la quantità di metano in atmosfera, del 124% quella del protossido di azoto, del 150% quella di diossido di carbonio (CO2). A ciò vanno aggiunti i clorofluorocarburi emessi dai sistemi di refrigerazione prima della loro messa al bando a causa dell’effetto sullo strato di ozono.

Si tratta di gas che hanno comportamenti diversi, pur se accomunati dalla capacità di trattenere calore in atmosfera. Il metano, in particolare, trattiene una quantità di calore ventiquattro volte superiore all’anidride carbonica, ma resta in atmosfera solo una decina d’anni, mentre la CO2 persiste per secoli. Per questo la comunità scientifica ha deciso di calcolare le quantità di gas serra in atmosfera prendendo come unità di misura la “CO2 equivalente”: una molecola di metano equivale a 23 molecole di CO2 e una di ossido di azoto a 296 molecole di CO2. Inoltre, si tiene conto del numero di molecole CO2 equivalenti presenti per ogni milione di molecole atmosferiche. Questo valore era pari a circa 280 parti per milione (ppm) intorno al 1750. Nel 2013 ha superato per la prima volta il valore di 400 ppm e attualmente è intorno a 415 ppm. Si tratta di valori mai raggiunti sulla Terra negli ultimi tre milioni di anni, periodo in cui la quantità di gas serra in atmosfera è variata – a causa di fenomeni naturali, in particolare le eruzioni vulcaniche – tra le 150 e le 300 ppm. Circa 252 milioni di anni, quando si verificò l’estinzione del Permiano, l’improvviso rilascio in atmosfera di elevati livelli di gas serra (forse causati da massive eruzioni vulcaniche) ebbe come effetto una significativa riduzione dell’ossigeno nei mari, che risultò in un’abnorme emissione di acidi solfidrici in grado di perforare la fascia di ozono ed esporre la Terra alla radiazione ultravioletta del Sole, letale per le specie viventi, portando all’estinzione l’83% delle specie viventi.

Si tratta di scoperte relativamente recenti, che mostrano quanto la vita sul nostro pianeta sia strettamente legata al fragile equilibrio tra atmosfera e oceani.

Il riscaldamento globale

La fase di equilibrio emersa dopo la fine dell’ultima era glaciale, circa 11.000 anni fa, fissata come epoca d’inizio dell’attuale era geologica, l’Olocene, è stata compromessa dai gravi squilibri iniziati con le rivoluzioni industriali e che in anni recenti hanno subito un’inquietante accelerazione. Nei primi 23 anni del XXI secolo, ben 22 anni sono risultati i più caldi mai registrati nel corso della storia. La temperatura globale è aumentata complessivamente di 0,94°C dal 1880, e anche se azzerassimo del tutto le emissioni di gas serra da oggi nulla impedirebbe un aumento di ulteriore 0,6°C a causa dei tempi più lenti di riscaldamento degli oceani, dove finisce una parte significative della CO2 emessa (per la precisione il 46% finisce in atmosfera, il 54% è assorbita da foreste, suolo e mari). Nello stesso periodo, il livello medio dei mari è salito di 25 centimetri e, se l’andamento dovesse restare costante, alla fine del secolo le temperature medie oscilleranno tra i +2,8°C e i +4,8°C con il livello dei mari che supererà il mezzo metro di innalzamento, inondando enormi aree costiere. L’acidità dei mari, infine, aumenterà di più del 150% rispetto ai livelli preindustriali.

L’Accordo di Parigi raggiunto nel 2015 dai Paesi membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si pone come obiettivo quello di contenere l’aumento delle temperature a +1,5°C: si tratta di un obiettivo ambizioso, che minimizzerebbe in buona parte gli effetti dei cambiamenti climatici, i cui impatti diventano catastrofici a parte dai +2°C. Ma si tratta anche di un obiettivo molto difficile da conseguire. In uno scenario in cui l’attuale popolazione mondiale crescerà di altri due miliardi di abitanti entro il 2050 ( 2) e l’economia globale triplicherà, la riduzione delle emissioni di gas serra dovrebbe essere superiore al 50%. Anche così, comunque, molti climatologi ritengono che gli effetti sul lunghissimo termine saranno catastrofici a causa del fenomeno noto come “sensibilità climatica”, il modo cioè un cui il clima risente dell’aumento del livello dei gas serra in atmosfera. L’aumento delle temperature provoca infatti dei feedback d’amplificazione anche molto lenti, come lo scioglimento dei ghiacciai, il rilascio di metano dalla tundra o dai sedimenti oceanici, i cui effetti possono diventare rilevanti solo su scale secolari, riscaldando ulteriormente il pianeta. Pur rispettando i target dell’Accordo di Parigi, entro i prossimi duemila anni le temperature rischiano di arrivare a +5°C con un range compreso tra 3-7°C. Qualora invece le emissioni di CO2 in atmosfera raddoppiassero rispetto ai livelli attuali – lo scenario pessimista calcolato dagli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che implica un livello di 936 ppm per il 2100 – l’aumento delle temperature nei prossimi due millenni sarebbe compreso in un range di 7-13°C.

È importante conoscere le conseguenze a cui la civiltà umana rischia di andare incontro al progressivo aumentare delle temperature. Nel range ottimale stabilito dall’Accordo di Parigi (+1-2°C) difficilmente la situazione risulterà peggiore di quella che già oggi stiamo sperimentando, ossia la scomparsa dei ghiacciai minori in montagna, la riduzione della disponibilità di acqua in diverse regioni, la riduzione delle barriere coralline e possibili incrementi dei raccolti in aree a latitudine elevate, compensati comunque dalla diminuzione dei raccolti in alcune regioni in via di sviluppo, come quelle sub-sahariane. Nel range +2-4°C, che rappresenta lo scenario più verosimile da qui alla fine del secolo, i raccolti agricoli in Africa rischiano di crollare fino al 50%, provocando carestie di massa in assenza di nuove soluzioni per la produzione alimentare ( 16). Nelle aree dell’Africa meridionale e del Mediterraneo la penuria d’acqua raggiungerebbe livelli estremamente gravi, costringendo a esodi di massa, mentre aumenteranno di intensità tempeste, incendi, inondazioni e ondate di calore. Oltre i 4°C la diminuzione dei raccolti interesserebbe buona parte dell’Occidente e l’innalzamento dei mari metterebbe a rischio molte grandi città costiere.

In Italia e in generale nella regione mediterranea le proiezioni indicano un marcato aumento delle temperature sia invernali che estive, con punte fino a +5°C alla fine del secolo, mentre meno omogenee sono le proiezioni relative alle precipitazioni: in estate si prevede un calo generalizzato con aumenti dei periodi di siccità, mentre in inverno le regioni settentrionali saranno caratterizzate da maggiori precipitazioni, soprattutto sul versante alpino, a differenza del Sud Italia e del Mediterraneo centro-orientale dove si verificherà una diminuzione delle precipitazioni. La conseguenza sarà un fenomeno di accentuata desertificazione del Mezzogiorno, con inevitabili impatti sull’agricoltura. Ne beneficerà probabilmente la resa degli ulivi, che sulle coste del Mediterraneo crescerà in media del 4% mentre le infestazioni parassitarie si ridurranno.

Vivere nell’Antropocene

Nel febbraio del 2000, nel corso della conferenza del Programma internazionale geosfera-biosfera in Messico, il chimico premio Nobel Paul Crutzen contestò che si potesse ancora parlare di Olocene per indicare l’attuale era geologica e rilanciò un termine coniato negli anni Ottanta dal biologo Eugene F. Stoermer: Antropocene. D’altronde, i livelli attuali di concentrazione di gas serra in atmosfera sono simili a quelli di un’era geologica precedente, il Miocene (16 milioni di anni fa), e a breve arriveranno a quelli del primo Oligocene (25 milioni di anni fa), quando il clima era completamente diverso e non esistevano grandi mammiferi, men che meno l’Uomo. Inoltre, la concentrazione nel suolo di prodotti industriali come la plastica – presente fin nei più remoti fondali oceanici –, di metalli pesanti, di tracce di radioattività frutto dei test atomici, è tale che un qualsiasi geologo del remoto futuro potrebbe, analizzando i campioni di suolo della nostra epoca, trovare una traccia evidentissima del nostro passaggio nella storia geologica terrestre. In un articolo su Nature pubblicato nel 2002, Crutzen propose di datare l’inizio dell’Antropocene al 1784, anno in cui James Watt depositò il brevetto della macchina a vapore aprendo la prima rivoluzione industriale.

Da allora sono state proposte diverse datazioni per l’inizio dell’Antropocene. Per alcuni bisognerebbe considerare il 1945, anno del primo test atomico. Per altri l’Antropocene inizia con l’introduzione commerciale dei materiali plastici. Altre proposte considerano l’inizio della seconda rivoluzione industriale oppure l’inizio dell’economia mercantile (da cui la proposta di ribattezzare “Capitalocene” l’epoca attuale, sostenendo che il capitalismo sia nella sua essenza incompatibile con la biosfera). È stato anche osservato che il picco di raffreddamento registrato intorno al 1600, al culmine della cosiddetta “piccola era glaciale”, sia strettamente correlato allo sterminio dei nativi americani dopo la riscoperta dell’America da parte degli europei e la conseguente colonizzazione. La scomparsa di oltre il 90% della popolazione amerinda nell’arco di meno di un secolo, riportando allo stato selvatico i campi coltivati e gli allevamenti, avrebbe ridotto le emissioni di metano, con un conseguente raffreddamento atmosferico. Già allora, quindi, la civiltà umana si sarebbe rivelata in grado di modificare il clima terrestre; ma allora bisognerebbe retrodatare l’Antropocene all’inizio dell’agricoltura stanziale, quando l’aumento degli allevamenti e delle superficie coltivate a danno delle foreste iniziò a cambiare il volto del pianeta.

A ogni modo, l’Antropocene sta dispiegando solo ora i suoi effetti più nefasti sulla biosfera terrestre. Nel 2004 un team di ricercatori pubblicò su Nature un calcolo probabilistico sulla percentuale di specie viventi portate all’estinzione a causa degli effetti dei cambiamenti climatici. Lo studio distingueva tra uno scenario di “non dispersione”, in cui cioè le specie viventi non sarebbero riuscite a cambiare habitat per spostarsi verso zone con temperature idonee alla loro sopravvivenza, e uno scenario di “dispersione universale”, in cui invece un maggior numero di specie si sarebbe adattata cambiando habitat. Nel primo caso, con un surriscaldamento minimo entro il 2050 si estingueranno tra il 22 e il 31% delle specie viventi, mentre con un aumento delle temperature superiore ai 2°C si arriverebbe a un range il 38 e il 52%. Nel secondo caso la stima varia da un minimo di 9-13% nell’ipotesi di un riscaldamento minimo, al 21-32% nello scenario peggiore. Ma se si considera che le temperature continueranno ad aumentare ben oltre il 2050, si comprende perché gli studiosi abbiano coniato la definizione di “sesta estinzione di massa” per definire il dramma dell’Antropocene. È possibile che già oggi un quarto delle specie viventi sulla Terra prima dell’era industriale sia scomparso a causa degli impatti antropici. Questa percentuale potrebbe arrivare fino al 75% entro la fine del secolo. Si tratterebbe di un’estinzione di portata paragonabile alle cinque grandi estinzioni che si sono susseguite nel corso della storia della vita sulla Terra, nessuna delle quali ovviamente dovute all’Uomo.

Esistono tuttavia similitudini inquietanti tra l’Antropocene e le precedenti estinzioni di massa. In particolare, sappiamo che l’acidificazione degli oceani ha giocato un ruolo determinante nell’estinzione della fine del Permiano e di quella alla fine del Triassico (200 milioni di anni fa), ma probabilmente fu un fattore determinante anche in quella più recente in cui scomparvero i dinosauri, alla fine del Cretaceo (66 milioni di anni fa). Quando gli oceani assorbono molta CO2 diventa molto difficile realizzare il processo chimico di calcificazione: la scarsità di ioni di carbonato, infatti, riduce le reazioni con gli ioni di calcio che formano il carbonato di calcio, essenziale per i gusci, gli esoscheletri e le placche di molluschi, aragoste, granchi, coralli e per una parte del microplancton. La loro probabile estinzione avrebbe effetti significativi su tutta la catena alimentare, riducendo la biodiversità dei mari e mettendo a repentaglio le riserve ittiche mondiali: già oggi la pesca nel Mediterraneo è sovrasfruttata o completamente sfruttata, mentre l’aumento delle temperature e della sanità favorisce la diffusione di specie invasive provenienti da altri mari più caldi, come il sigano dell’Oceano indiano che potrebbe presto sostituire il sarago nel Mediterraneo. Al tempo stesso specie commercialmente importanti risulteranno indisponibili nel prossimo futuro: è il caso del tonno rosso, che si sta sempre più spostando verso latitudini più alte o acque più profonde. I cambiamenti sulle nostre tavole sono solo la spia di tragiche trasformazioni che stanno interessando le specie viventi nelle profondità marine, dove la biodiversità si sta riducendo a vista d’occhio. Il rischio più grave è che, come 250 milioni di anni fa, la scomparsa del microplancton comporti la perdita di produzione dell’ossigeno nei mari, con conseguenze letali su buona parte delle specie animali incluso l’Uomo.

I segni dell’Antropocene sono diffusi su tutto il pianeta. Enormi isole di plastica galleggiante ricordano il problema irrisolto del trattamento dei rifiuti in un’economia dello scarto che per lungo tempo ha considerato l’ambiente solo una gigantesca pattumiera. Allevamenti sempre più estesi e sempre più intensivi per andare incontro alla crescente domanda di carne hanno effetti devastanti che vanno dalla scomparsa di intere foreste a emissioni massive di metano in atmosfera, dal rilascio di monossido di azoto nell’aria e di urea e nitrati nelle falde acquifere a quasi dieci milioni di tonnellate di fosforo (impiegato come fertilizzante) che ogni anno finiscono negli oceani.  Oggi la massa degli esseri umani e dei loro animali domestici e da allevamento rappresenta il 97% della biomassa totale dei vertebrati terrestri: le altre trentamila specie selvatiche contano solo in modo residuale, e la maggior parte è già a rischio estinzione, stretta in minuscole nicchie ecologiche. L’Antropocene richiede nuovi modelli di convivenza tra l’Homo sapiens e il resto della biosfera, non più fondati sul mero utilitarismo, ma sulla consapevolezza che l’ecosistema terrestre è inesorabilmente integrato e non può esserci futuro per l’umanità senza includere gli altri nostri compagni di viaggio sull’“astronave Terra”.

La geoingegneria

Di fronte a questi scenari e alla reazione sempre troppo lenta dei governi e delle imprese per ridurre le emissioni climalteranti, cresce il pessimismo. La scelta degli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, di ritirarsi dall’Accordo di Parigi, compromette sensibilmente la speranza di realizzarne gli obiettivi, nonostante già nell’ottobre 2016 l’accordo sia stato ratificato da un numero di paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni complessive, livello considerato necessario per l’effettiva entrata in vigore. In questo quadro, il movimento Fridays for the Future lanciato da Greta Thunberg è il segnale di un crescente scollamento tra decisori politici e opinione pubblica, soprattutto nelle giovani generazioni. Negli Stati Uniti un giudice distrettuale ha accolto nel 2017 la richiesta di un gruppo di giovani di vedersi riconosciuto il diritto di citare in giudizio il governo federale, reo di mettere a repentaglio il loro futuro a causa delle politiche in materia di combustibili fossili (gli USA stanno rilanciando la produzione di shale gas per conservare l’indipendenza energetica 15). Azioni legali simili sono state segnalate in Belgio e Nuova Zelanda. Aumentano contestualmente le donazioni a organizzazioni ambientaliste in tutto il mondo.

D’altro canto, negli ultimi anni il negazionismo nei confronti dei cambiamenti climatici sembra essere aumentato nell’opinione pubblica, anche a causa dell’ascesa dei movimenti populisti in America e in Europa. Le conferenze sul clima successive a quella di Parigi si sono finora chiuse senza grandi risultati e con i due maggiori responsabili delle emissioni climalteranti – USA e Cina – che continuano ad aumentare le emissioni (che nel 2019 hanno registrato un nuovo record storico), le speranze di una drastica inversione di rotta per mantenere l’aumento delle temperature globali a +1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali si fanno sempre più remote. L’ultimo rapporto dell’IPCC stima che il 2030 sarà l’anno in cui, in assenza di novità, il clima raggiungerà il punto di non ritorno per sfondare quota +3°C prima della fine del secolo. In questo contesto, il dibattito sulla geoingegneria comincia ad assumere un’inedita centralità.

I primi progetti di controllo del clima risalgono agli anni della Guerra fredda. Nel 1961, in una conferenza a Leningrado, fu proposta per la prima volta la dispersione di aerosol nella stratosfera al fine di ridurre la radiazione solare del 10%, sulla base degli scenari che prevedevano l’alterazione dell’equilibrio radiativo della Terra a causa dell’azione antropica. Nel 1992 l’Accademia delle scienze americane propose per la prima volta l’opzione della geoingegneria per il contrasto ai cambiamenti climatici. La geoingegneria si divide fondamentalmente in due opzioni: la prima, considerata sia negli Accordi di Parigi che nell’ultimo rapporto IPCC, ha per obiettivo la rimozione diretta dell’anidride carbonica dall’atmosfera, mentre la seconda prevede di ridurre l’albedo solare, “schermando” parzialmente la luce del Sole nell’atmosfera per raffreddare le temperature al suolo.

A oggi, il dibattito internazionale su queste tecnologie è ufficialmente limitato solo al primo tipo di soluzione. Per la verità, attualmente non esistono tecnologie davvero efficaci per ridurre la quantità di anidride carbonica in atmosfera; tuttavia, la loro importanza è tale che i climatologi ritengono l’impiego di simili tecnologie non più opzionale, ma essenziale per conseguire il sempre più implausibile obiettivo di contenere l’aumento delle temperature globali a 1,5°C in questo secolo. L’unica opzione finora considerata è quella del rimboschimento: piantare nuovi alberi in tutto il mondo può certamente contribuire all’obiettivo, ma si stima che per raggiungere un risultato apprezzabile la superficie da rimboschire dovrebbe essere grande almeno quanto l’India. In scenari più avveniristici, la vegetazione piantata per sequestrare la CO2 atmosferica viene bruciata in appositi stabilimenti per produrre energia senza nuove emissioni. La soluzione più drastica e potenzialmente più efficace è quella della rimozione diretta della CO2 nell’aria, utilizzando agenti chimici che si combinano con le molecole di anidride carbonica e vengono poi catturate da apposite pompe. Nel 2011 l’American Physical Society stimò che una simile tecnologia avrebbe un costo di circa 600$ per tonnellata di CO2 catturata, pressoché insostenibile. Nel 2015, tuttavia, la compagnia Carbon Engingeering ha realizzato un impianto sperimentale in Canada e nel 2018 ha reso noto che i costi dell’operazione possono essere ridotti a soli 100$ a tonnellata, risultato che potrebbe favorire lo sviluppo di impianti su larga scala nei prossimi anni e decenni. Poiché il prodotto finito della cattura della CO2 dall’aria è nuovo carburante sintetico (petrolio o gasolio), l’industria dei combustibili fossili guarda con grande interesse a questi sviluppi.

L’opzione B, finora rimasta allo stadio di dibattito scientifico, prevede di simulare l’effetto di raffreddamento planetario prodotto da grandi eruzioni vulcaniche iniettando nella stratosfera una certa quantità di solfati sotto forma di aerosol per riflettere maggiormente la luce del Sole riducendo l’irraggiamento al suolo. Diversi studi affermano che questa tecnologia avrebbe però una serie di effetti collaterali disastrosi, aumentando le piogge in determinate aree del pianeta, o riducendo i monsoni con conseguenti rischi di siccità, o alterando in modo significativo e imprevedibile la copertura nuvolosa e le correnti. Inoltre, questa tecnica non ridurrebbe la quantità di CO2 in atmosfera e non mitigherebbe il fenomeno dell’acidificazione degli oceani. Persistono inoltre questioni geopolitiche: realizzare un simile progetto richiederebbe un sistema di governance globale molto difficile da ottenere, e nel mentre alcuni paesi (come USA e Cina) potrebbero decidere di iniziare a fare da soli, benché la geoingegneria atmosferica sia oggetto di una moratoria prevista nel 2010 dalla Convenzione sulla diversità biologica (di cui però gli USA non fanno parte). Al momento sono in programma tre esperimenti per verificare gli impatti dell’aerosol atmosferico su piccola scala, tutti e tre negli Stati Uniti. Testare l’efficacia su larga scala di queste misure richiede invece l’impiego di sofisticate simulazioni. Uno studio recente ha analizzato gli effetti di due eruzioni vulcaniche, in particolare quella del monte Pintaubo (nelle Filippine) nel 1991, simulando le conseguenze mondiali di lungo periodo dell’iniezione di solfati nella stratosfera, concludendo che i danni alle colture principali (mais, soia, riso e grano) causati dalla riduzione della radiazione solare sarebbero pressoché uguali a quelli prodotti da un cambiamento climatico incontrollato, senza contare potenziali effetti collaterali ancora sconosciuti sulla salute umana e l’equilibrio climatico.

Verso un Green New Deal globale?

L’espressione “Green New Deal” è stata coniata per la prima volta nel 2007 da Thomas Friedman, autore del best-seller Caldo, piatto e affollato, in riferimento all’auspicio di varare un ambizioso piano di decarbonizzazione dell’economia globale per contrastare i cambiamenti climatici senza andare a impattare sullo sviluppo e l’occupazione ma anzi, similmente al New Deal americano, promuovendo al tempo stesso la crescita. L’espressione è stata ripresa nel corso del 2019 in seguito alla proposta di alcuni parlamentari americani appartenenti al Partito democratico (in particolare il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandra Ocasio-Cortez) di un ampio pacchetto di misure per attuare l’obiettivo del Green New Deal. Anche la Commissione Europea ha battezzato “European Green Deal” la propria iniziativa sui cambiamenti climatici varata alla fine del 2019.

Si tratta di iniziative diverse per impostazione ideologica, modalità, costi e ambizioni. Il Green New Deal originale americano è decisamente il più costoso: 16mila miliardi di dollari in dieci anni, da coprire attraverso una regolamentazione del mercato energetico, il taglio delle spese militari per la protezione delle infrastrutture petrolifere, un ingente gettito fiscale proveniente dai nuovi posti di lavoro creati e, soprattutto, dall’aumento della tassazione sui redditi più alti. Gli investimenti saranno orientati allo sviluppo e all’adozione di energia rinnovabile e stoccaggio energetico, una nuova smart grid a corrente continua sotterranea, un fondo delle Nazioni Unite per aiutare gli altri paesi del mondo a ridurre le proprie emissioni, un fondo per la “giustizia climatica” per aiutare gruppi svantaggiati che più di altri subiranno gli effetti dei cambiamenti del clima, tra cui anziani, disabili e nativi americani. Il grosso dell’investimento, tuttavia, servirà a creare 20 milioni di posti di lavoro (i disoccupati americani al momento sono 6 milioni, ma il piano tiene conto dell’apporto dell’immigrazione e degli effetti della disoccupazione tecnologica nel corso del decennio). Similmente al Civilian Conservation Corps – il programma di assistenza statale dell’amministrazione Roosevelt per contrastare la disoccupazione giovanile negli anni successivi alla Grande depressione con imponenti opere pubbliche – toccherà allo stato impiegare i 20 milioni di nuovi lavoratori nella mitigazione dei cambiamenti climatici, nella riforestazione e nel contrasto al dissesto idrogeologico. Il piano è stato fortemente criticato per i costi eccessivi e tacciato dai conservatori di “socialismo”, ma ne esistono versioni alternative, come quella presentata dall’influente saggista e consulente Jeremy Rifkin, che, riprendendo tesi già sviluppate in alcuni testi precedenti, propone un Green New Deal gestito dal mercato, in particolare reinvestendo i fondi pensione americani (circa 20mila miliardi di dollari) in programmi di decarbonizzazione dell’infrastruttura energetica.

Lo European Green Deal varato dalla Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen prevede invece di raggiungere entro il 2050 la “neutralità climatica”, rendendo cioè la UE a emissioni nette zero. Più precisamente, entro il 2030 le emissioni saranno tagliate del 50-55% (si tratta di un impegno giuridicamente vincolante per gli Stati membri), e la parte residuale ancora presente nel 2050 sarà compensata da misure di sequestro del carbonio e altri meccanismi di compensazione. Il piano prevede oltre 50 misure, tra cui il più economicamente oneroso è il Just Transition Mechanism da 100 miliardi di euro per la riconversione energetica delle regioni e delle aree produttive più svantaggiate. Introiti proverranno da una carbon tax frontaliera che si applicherà alle merci di quei paesi che non si sono dotati di analoghi piani di decarbonizzazione (un monito a Cina e Stati Uniti in primis), soprattutto per evitare che le industrie europee, per sfuggire ai costi di riconversione energetica, delocalizzino in paesi “inquinanti”. La strategia è stata giudicata credibile dagli osservatori in termini di sostenibilità economica, ma potrebbe rivelarsi inadeguata nei mezzi.

Il tema del Green New Deal è sempre più oggetto di proposte politiche. Di recente il Movimento per la Democrazia in Europa 2025 (DiEM2025), piattaforma di sinistra presente in diversi paesi europei, ha presentato una propria proposta per l’Europa, più vicina a quella americana. L’orientamento emergente che la formula “Green New Deal” suggerisce riguarda la stretta interrelazione tra sviluppo economico e decarbonizzazione: anziché considerare, come si è fatto finora, l’emergenza climatica un problema meramente tecnico-scientifico, cresce l’attenzione sul legame tra modelli insostenibili di crescita economica e devastazione dell’ambiente e del clima, puntando all’adozione di nuove politiche sostenibili.

Scarica il Megatrends Quarterly Report “Italia 2032 – Tendenze del clima e dell’energia”