Alimentazione

Benché, nel corso degli ultimi decenni, la produzione alimentare sia cresciuta in modo più che proporzionale alla crescita della popolazione (oggi si produce cibo per 12 miliardi di persone contro i più di 8 miliardi che vivono sul pianeta), il problema della malnutrizione di ampie parti del pianeta persiste. Il miglioramento dei sistemi di approvvigionamento e distribuzione ha ridotto in maniera lenta ma costante la piaga della fame: nel 2021 il numero di persone che soffre la fame era di 828 milioni, pari al 9,8 % circa della popolazione mondiale, contro il 19% registrato alla fine degli anni Novanta. Se si calcola che, nello stesso periodo, la mortalità infantile per i bambini al di sotto dei cinque anni si è dimezzata, e così anche la percentuale di persone che vive sotto la soglia di povertà, è evidente che i successi sono troppo lenti.

Al contempo, il problema dell’obesità è diventato un megatrend. Al 2022 erano circa 800 milioni le persone obese, con un tasso di obesità che raggiungerà nel 2030 il 42% della popolazione adulta negli Stati Uniti e il 20% in Europa, dove invece le persone in sovrappeso o in obesità rappresentavano al 2022 il 59% del totale. Secondo l’ ufficio regionale europeo dell’OMS, sovrappeso e obesità sono tra le principali cause di morte e disabilità nella regione europea. Persino in Africa, a causa dell’abbondanza di junk food, più economico del cibo di qualità, 10 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni sono in sovrappeso o obesi, e il totale a livello mondiale supera i 40 milioni.

Il costante incremento della popolazione mondiale richiederà, secondo la FAO, un aumento della domanda mondiale di prodotti agricoli dal 60% rispetto a quella del 2015, e nel 2050 la richiesta di carne crescerà di oltre il 70%. Non sarà tuttavia il consumo dei paesi occidentali a trainare la domanda mondiale di cibo, ma quella dei paesi in via di sviluppo, caratterizzati ancora da alti tassi di crescita demografica e soprattutto da una crescente quota di persone che passa dalla povertà alle fasce di reddito medio, con i conseguenti cambiamenti nelle abitudini alimentari, in particolare relative al consumo di carne.

Il mondo ha già affrontato una crescita importante della richiesta di cibo nel corso di tutto il Novecento e ha dimostrato di saper mantenere la crescita delle rese agricole più alta della crescita demografica grazie all’agricoltura chimica, che ha scongiurato lo spettro di carestie di massa. Rispetto ad allora, tuttavia, il problema è acuito dal fatto che i terreni agricoli continuano a ridursi nei paesi occidentali a causa della cementificazione, mentre l’esigenza di terreni sia per coltivazione che per allevamenti comporta la distruzione di aree boschive essenziali per la mitigazione del cambiamento climatico, si stima che l’allevamento sia responsabile del 91% della deforestazione della foresta amazzonica. Già oggi la produzione agricola emette il 10-15% di CO2 equivalente del totale, mentre l’allevamento zootecnico conta per il 18-20%. In particolare, gli allevamenti sono responsabili del 35-40% della produzione antropogenica di metano. L’aumento della produzione alimentare diventa quindi un problema molto grave per le strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici, spingendo la ricerca verso soluzioni più sostenibili.

Il problema del land grabbing e la sicurezza alimentare

Per andare incontro alle crescenti esigenze alimentari globali, oggi quasi la metà della superficie terrestre è occupata da coltivazioni o allevamenti. Come risultato, l’accaparramento delle terre coltivabili – fenomeno conosciuto internazionalmente come land grabbing – è aumentato in modo esponenziale in anni recenti. Si tratta di un fenomeno niente affatto nuovo nella storia umana, ma la cui dimensione oggi assume dimensioni inquietanti: dal 2000 a oggi sono oltre 200 milioni gli ettari acquistati o affittati per periodi fino a 99 anni (una superficie pari a quella dell’Europa nord-occidentale), con una crescita che, dopo l’inizio della Grande recessione, ha raggiunto il 1000%. Il fenomeno si concentra soprattutto in Africa, con circa 150 milioni di ettari ceduti ad aziende di nazionalità principalmente cinese o indiana, ma anche multinazionali provenienti dai paesi della penisola arabica e della Corea del Sud, tutte nazioni dove l’aumento della domanda alimentare costringe a pratiche di accaparramento selvaggio in quei paesi dove c’è abbondanza di terra a buon mercato. Il 37% di questi ettari è destinato a colture alimentari (food crops), il 21% ai cash crops (colture destinate al commercio internazionale), un ulteriore 21% alla produzione di biocarburanti (biofuels) e un ultimo 21% risulta inutilizzato: si tratta, in quest’ultimo caso, di acquisti di tipo speculativo da parte di società azionarie, fondi pensione, hedge fund, in previsione dell’aumento dei costi del cibo o dei biocarburanti, o per rivendere il terreno al miglior offerente in seguito.

L’aumento dei prezzi del grano e della soia nel 2007-2008 produsse tensioni e rivolte nel 2010-2011, tra cui le Primavere arabe, e convinse la Russia a interrompere il blocco delle esportazioni. Ciò mostra quanto il prezzo del cibo sia sensibile tanto a manovre speculative quanto a tensioni internazionali: prova ne è il fatto che tale prezzo sia aumentato dagli inizi del 2020 a causa della pandemia di Covid-19. Siccità dovute ai cambiamenti climatici comportano inoltre aumenti del prezzo del riso, mentre altri fenomeni patogeni come la peste suina in Cina spinge verso l’alto il prezzo della carne. Come conseguenza, il business del land grabbing non è destinato a ridimensionarsi, anche se l’impatto derivante dal mercato dei biocarburanti è invece in calo: fino a pochi anni fa, la preoccupazione maggiore degli osservatori era infatti legata alla prospettiva, annunciata dall’International Energy Agency, di portare l’utilizzo dei biocarburanti a livello mondiale oltre la soglia del 25% entro il 2050. Più recentemente, il calo dei costi di altre fonti energetiche sostenibili e lo sviluppo di tecnologie non impattanti (in particolare alghe e biomasse cellulosiche, che non richiedono terreni coltivabili per la produzione) ha fatto rientrare l’allarme.

Il tema del land grabbing si associa a quello della sicurezza alimentare, vale a dire la possibilità di assicurare a tutti cibo a sufficienza per il proprio fabbisogno in modo equo, evitando che il mercato alimentare finisca per essere monopolizzato da grandi player internazionali e che il prezzo del cibo sia influenzato da logiche speculative. Secondo uno studio della Campagna di Riforma della Banca Mondiale, appena il 14% dei competitori nel mercato agricolo globale influenza la quasi totalità dei prezzi. Se si considera che le persone al di sotto della soglia di povertà spendono più del 30% delle loro modiche entrate in cibo, è evidente che un aumento anche minimo dei prezzi può spingerle alla fame e alla morte. Molte di queste persone consumano una dieta monoproteica, costituita sempre dallo stesso tipo di alimento, causa di malnutrizione e malattie: assicurare una dieta diversificata e salutare anche ai più poveri è precondizione indispensabile per il contrasto alla fame. Ciò è tanto più urgente se si considera che quasi il 40% della produzione totale di beni agricoli nell’Unione europea viene mandata al macero per esigenze di mercato, a causa principalmente dei sussidi della politica agricola comune.

Verso un’alimentazione più sostenibile?

Esistono diverse strategie per riuscire a ottenere una produzione alimentare più sostenibile per l’ambiente, in grado cioè di andare incontro a esigenze alimentari crescenti della popolazione mondiale senza aumentare il già oneroso impatto in termini di consumo di suolo, impronta ecologica ed emissioni climalteranti. La più nota è l’agricoltura biologica, che fa a meno delle innovazioni introdotte con la “rivoluzione verde” (fertilizzanti chimici, diserbanti, pesticidi ecc.). Tuttavia, per produrre la stessa quantità di cibo con l’agricoltura biologica rispetto a quella convenzione è necessaria più terra coltivabile: in Europa occorrerebbe il 64% di terra in più se l’agricoltura biologica non venisse estesa agli allevamenti (ossia ai mangimi del bestiame), altrimenti bisognerebbe considerare un’ulteriore estensione del 25% degli allevamenti. Si tratterebbe di un danno ambientale enorme in termini di riduzione delle aree boschive e perdita di diversità. Si tratta, quindi, di una strada non percorribile su larga scala. Quanto alla propensione dei consumatori verso il biologico, il mercato è concentrato – per via degli altri costi – nel 90% dei casi in Europa e USA, ma dovrebbe crescere dai 110 miliardi di dollari del 2016 ai 262 miliardi nel 2022. Tuttavia, i trend nei principali paesi europei mostrano che, a fronte di una rapida crescita quando questa tipologia di prodotti viene immessa per la prima volta nel mercato di massa, le quote sul totale dei consumatori si assestano quasi sempre intorno al 10%. La crescita del mercato sarà quindi prevalentemente trainata, in futuro, da altri paesi.

Grazie agli sviluppi tecnologici della produzione di cellule staminali, in anni recenti numerosi laboratori hanno iniziato a lavorare sulla possibilità di ottenere “carne artificiale”, vale a dire una carne non coltivata in allevamento ma in coltura cellulare. Si tratterebbe di una carne del tutto identica a quella da allevamento, ma senza i relativi impatti ambientali. Il primo hamburger realizzato in laboratorio risale al 2013 e il costo si aggirava sui 250.000 euro. A causa degli alti costi di sviluppo, questo tipo di ricerche è stato perlopiù ignorato dai finanziamenti pubblici, mentre le startup che vi lavorano hanno ottenuto finanziamenti per decine di milioni di dollari, da realtà come la Fondazione Gates o dalla Virgin Foundation di Richard Branson, così come grandi catene di ristorazione e fast food. Oggi il costo della carne prodotta da coltura cellulare è intorno ai 9200 euro per poco meno di mezzo chilo attuale, per la stessa quantità nel 2030 il costo potrebbe aggirarsi intorno ai 2,30 euro. Ciò evidenzia quanto velocemente sia stato possibile abbattere i costi di produzione e quanto non sia poi così lontana la reale commercializzazione. C’è comunque da dubitare di un reale successo sul mercato di questo tipo di prodotto, soprattutto nei paesi tradizionalmente ostili a tutto ciò che è vagamente considerato “artificiale” nella produzione alimentare.

Anche per questo motivo la FAO incoraggia a introdurre nelle diete alimentari proteine provenienti da insetti, il cui apporto proteico è comparabile a quello della carne ma con un impatto ambientale pressoché nullo. Gli insetti sono considerati normalmente commestibili da quasi due miliardi di persone, concentrate perlopiù nei paesi asiatici. Nel 2015 l’Unione europea ha avviato un regime di commercializzazione sperimentale e transitorio, che però resta perlopiù limitato a curiosità alimentare e alla produzione di farine per mangimi. L’Italia nel 2018 ha vietato l’introduzione nei nostri mercati di insetti per uso alimentare umano. Come per gli hamburger sintetici, non dobbiamo aspettarci un ingresso sul mercato di massa di prodotti alimentari derivati da insetti in Italia nel prossimo futuro; ragioni culturali scoraggiano questo tipo di mercato in tutto l’Occidente, al di là di una curiosità che potrebbe favorire la nascita di piccole nicchie di mercato. Diverso è il discorso per i paesi africani, dove la disponibilità reddituale più bassa e minori prevenzioni culturali sono fattori destinati a favorire un largo consumo di questi prodotti in futuro come sostituti dalla carne.

Dai cibi transgenici all’editing CRISPR

Lo sviluppo, a partire dal 2013, della rivoluzionaria tecnica di editing genomico denominata CRISPR, che si avvale di una particolare proteina di origine batterica (Cas9) per introdurre sequenze di RNA “corretto” nel genoma di una cellula, ha messo a disposizione dell’ingegneria genetica un metodo semplice, economico e universale per intervenire sul “codice sorgente” degli esseri viventi. Da alcuni anni la CRISPR sta rivoluzionando il settore dell’agroalimentare, promettendo di mandare in soffitta gli alimenti transgenici e tutto il dibattito collegato. Con la CRISPR, infatti, è possibile intervenire nel genoma di un alimento per disattivare l’espressione di un qualsiasi gene, oppure aggiungere un gene mancante in qualsiasi punto del genoma; non c’è dunque più bisogno di inserire nel nucleo cellulare degli organismi dei pezzi di genoma provenienti da altre specie, come finora avviene per gli OGM, con tutte le preoccupazioni ben note legate a questi innesti “transgenici”. Le prime applicazioni di successo si sono registrate nei funghi, in particolare negli champignon, disattivando l’espressione di un enzima che ne causa il tipico annerimento, segno che il fungo è marcio e non commestibile. I nuovi champignon ingegnerizzati restano bianchi e perfetti, semplicemente grazie alla disattivazione di un gene. Nel 2014 ricercatori cinesi hanno dimostrato che la CRISPR può essere usata per rendere il grano resistente all’oidio, un’infezione nota anche come “mal bianco”. Un’équipe di scienziati cinesi e sudcoreani ha usato la stessa tecnica per ottenere maiali con più massa muscolare silenziando un gene detto miostatina.

La multinazionale Monsanto, leader nella produzione di sementi OGM, dopo aver raggiunto un accordo globale di licenza non esclusiva per l’utilizzo della tecnica CRISPR in agricoltura con il Broad Institute del MIT, l’istituto leader mondiale nella ricerca sull’editing genomico, ha iniziato a investire cifre importanti nella produzione di varietà di mais e soia più resistenti a malattie e siccità, così da ottenere l’obiettivo di una maggiore produzione per acro, con vantaggi evidenti sull’ambiente. L’obiettivo dei produttori di OGM è passare alla CRISPR per superare i vincoli legislativi sugli organismi transgenici, dal momento che il Department of Agricolture negli Stati Uniti ha reso noto che i nuovi alimenti ingegnerizzati con questa tecnica di editing non saranno soggetti a etichettatura OGM, trattandosi di interventi fatti sul genoma autoctono della specie senza impianti di geni proveniente da specie diverse. In Europa, tuttavia, nonostante alcune iniziali aperture (per esempio l’agenzia svedese per la sicurezza alimentare aveva reso noto che le mutazioni prodotte con la CRISPR non rientrano nella definizione europea di OGM), la Corte europea nel 2018 ha emesso una sentenza di orientamento opposto, imponendo che anche per i prodotti CRISPR valga la legislazione restrittiva e la relativa etichettatura degli OGM, nonostante il parere contrario della comunità scientifica.

Nel frattempo, nei centri di ricerca di tutto il mondo si lavora per applicare l’editing genomico a una varietà di piante, tra cui – oltre a mais e soia – tabacco, grano, riso, patate, arance e pomodori. Sperimentazioni sono in corso anche su alcune categorie di animali da reddito, in particolare maiali, bovini e salmoni. Tra gli obiettivi c’è l’incremento della sicurezza alimentare, in particolare l’immunità nei confronti di patogeni batterici per ridurre il problema della resistenza antibiotica, che ha importanti conseguenze anche per la salute umana, nonché l’aumento della durata di conservazione degli alimenti e il miglioramento delle proprietà organolettiche.

Il boom del veganesimo

L’obiettivo di una riduzione del consumo di carne nei paesi occidentali potrebbe essere raggiunto non tanto con nuove tecnologie, ma grazie a nuove sensibilità e cambiamenti culturali. Tra il 2014 e il 2018 le vendite di sostituti della carne sono cresciute del 451% in Europa. Nella stessa regione le vendite al dettaglio di alimenti a base vegetale in tutta Europa hanno raggiunto i 5,8 miliardi di euro nel 2022, il 6% in più rispetto al 2021 e il 21% in più rispetto al 2020. mentre Google Trends osserva che tra il 2012 e il 2017 le ricerche collegate al veganesimo sono quadruplicate. Potrebbe esserci quindi un collegamento diretto tra le due cose, come sembra suggerire anche il dato delle vendite di latte, calate negli ultimi cinque anni del 10% nei paesi occidentali: nel 2017, il principale esportatore di latte australiano ha registrato una flessione del 22% delle vendite. A ciò si aggiungono le perdite tra i produttori di uova e l’aumento delle vendite dei prodotti sostitutivi: +7,6% annuo dei formaggi vegani da qui al 2024, +3,1% di latte di soia e altre tipologie sostitutive, +8,4% di crescita annua dei sostituti della carne, il cui mercato toccherà nel 2020 i 5 miliardi di euro. Le sole vendite di carne di origine vegetale hanno rappresentato 2 miliardi di euro nel 2022, in aumento del 19% rispetto al 2020.

A lungo considerato una moda passeggera, associato all’animalismo radicale e militante, il veganesimo mostra da alcuni anni una marcata tendenza ad affermarsi come un cambiamento strutturale e di lungo termine dei comportamenti in materia di scelte alimentari e di etica dell’Occidente contemporaneo. Ben più del vegetarianismo, il veganesimo (termine coniato nel 1944) si basa infatti su una riformulazione dei princìpi dell’etica umana nella sua interazione con l’ambiente, e in particolare con le specie animali. L’antispecismo, che rifiuta la tradizionale visione antropocentrica dell’essere umano e insiste sull’assenza di una gerarchia del regno animale al cui vertice sta l’Uomo, costituisce la base filosofica del veganesimo e propugna la “liberazione” degli animali da allevamento, a partire dal rifiuto di consumare prodotti di origine animale, sulla base dell’assunto che gli animali soffrano quanto noi. Il nuovo orientamento deve molto al successo delle campagne mediatiche che hanno puntato il dito contro gli allevamenti intensivi e a favore del benessere animale, così come alla crescente consapevolezza dei vantaggi ambientali di una dieta vegetariana/vegana. Secondo una ricerca dell’Oxford Martin Programme on the Future of Food, se il mondo adottasse questo tipo di alimentazione entro il 2050 si avrebbe un taglio di due terzi delle emissioni di gas serra e una riduzione del 10% della mortalità globale. Una delle proposte avanzate è quella di una tassa sui prodotti di origine animale, che compensi le esternalità negative degli allevamenti sull’ambiente: se si tenesse conto di questi costi indiretti, infatti, una bistecca dovrebbe costare il 40% in più e il latte il 20% in più.

Non mancano tentativi di contrastare questa tendenza: su pressione di diverse associazioni di categoria europee, nel 2017 la Corte di giustizia UE ha proibito l’uso di parole come “latte” o “formaggio” per indicare prodotti diversi da quelli tradizionali lattiero-caseari, come il latte di soia o il formaggio di tofu, che dovranno trovare altri nomi, mentre in Francia e in Germania sono in discussione analoghe leggi per bandire l’uso di termini come “carne”, “hamburger” o “salsicce” per definire prodotti sostitutivi a base di semi o derivati vegetali. Al tempo stesso, tuttavia, alcuni dei principali produttori di carne mondiale hanno iniziato a investire nei prodotti sostitutivi per coprire anche le nuove nicchie di mercato, così come sono in crescita gli investimenti nelle ricerche per produrre carne in laboratorio, facendo a meno degli allevamenti. Analogamente, Danone ha investito nel 2017 60 milioni di dollari nel mercato dei sostituti dei prodotti lattiero-caseari.

Oltre all’ingresso dei prodotti vegani nella grande distribuzione organizzata, anche le catene della ristorazione hanno iniziato a introdurre menu vegani: è il caso del McVegan Burger nei McDonald in Finlandia e Svezia, delle pizze vegane di Pizza Hut, dei menu vegani di Pret a Manger, degli hamburger vegetali di Fratelli Beretta, della scelta di Guinness di non usare più la colla di pesce nella produzione della birra. In Italia, su 225.490 ristoranti recensiti su TripAdvisor, il 23,4% propone menu vegetariani e il 17,2% menu vegani.