FUTURI 12 – Il futuro del turismo: sfide tecnologiche e digitali nell’Antropocene

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Il numero 12 di FUTURI è dedicato al tema “Il futuro del turismo. Sfide tecnologiche e digitali nell’Antropocene”. Di fronte alla crescita esponenziale dei viaggiatori, la tecnologia potrà aiutarci a rendere più sostenibile il turismo? La realtà virtuale e aumentata possono offrire nuove modalità di fruizione dei beni culturali? Come cambieranno le professioni turistiche? Come possiamo usare i big data per migliorare l’offerta? Quali effetti provocheranno i cambiamenti climatici sulle destinazioni turistiche? Tra gli altri temi del numero, le sfide della longevità, il golden power, le armi autonome.

Di seguito il sommario e, a seguire, l’editoriale del numero.

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Sommario

EDITORIALE
Il turismo dopo il coronavirus. Tecnologie, fragilità e crescenti responsabilità
Fabio Corbisiero, Roberto Paura, Elisabetta Ruspini

BOLLETTINO IIF

OSSERVATORIO

Le 100 innovazioni radicali del futuro
Bruno Formicola

Tecnologia e futuro del lavoro
Alessandro Mazzi

Lo stato (preoccupante) delle armi autonome
Roberto Paura

IL FUTURO DEL TURISMO. SFIDE TECNOLOGICHE E DIGITALI NELL’ANTROPOCENE

Quale pianificazione turistica per il futuro? Approcci di ricerca e metodologie emergenti
Salvatore Monaco

Scenari di turismo di montagna: una sperimentazione nella formazione professionale
Rocco Scolozzi

Integrazione dei servizi turistici: il modello delle Destination Management Organization
Mauro Coscarello

Per un pensiero climatico. Un viaggio nell’Antropocene del turista spett-attore
Giorgio Cipolletta

La realtà virtuale nel turismo del futuro
Giulio Cremona

L’uso della tecnologia e della narrazione per il turismo paleontologico
Sergio Fadini, Valeria Lamanna

SCENARI

La sfida dell’orologio biologico e la società del futuro
Riccardo Campa

#happy20250! Quale futuro vuoi
Mara Di Berardo

Il Golden Power: studiare futuri preferibili e agire nel contesto del decisore
Michele Lo Re


Editoriale

Il turismo “dopo il coronavirus”. Tecnologie, fragilità e crescenti responsabilità

Fabio Corbisiero (Università di Napoli Federico II), Roberto Paura (Italian Institute for the Future), Elisabetta Ruspini (Università di Milano-Bicocca)

Non è facile scrivere un editoriale sul futuro del turismo in un momento storico caratterizzato da intense criticità. Quando, nella primavera del 2019, abbiamo lanciato la call Il futuro del turismo. Sfide tecnologiche e digitali nell’Antropocene, la situazione era completamente differente. Sino a poche settimane fa, l’imponenza del mercato turistico globale costituiva una delle poche certezze in un mondo denso di imprevisti; al contempo, era pressante la necessità di intercettare nuove tendenze e nuovi bisogni e diversificare l’offerta di servizi turistici. Secondo le stime dell’UNWTO-UN World Tourism Organization risalenti al gennaio di quest’anno, il turismo internazionale avrebbe segnato, nel 2020, una crescita del 3-4% rispetto al 2019, caratterizzato da circa un miliardo e mezzo di arrivi. Sempre UNWTO mostra che la crescita dei flussi turistici è stata costante nell’ultimo decennio a causa di vari fattori: la situazione economica favorevole, l’offerta di voli low cost, le tecnologie digitali, le minori restrizioni alla mobilità internazionale.

Tale crescita, e le aspettative di ulteriore sviluppo, hanno ovviamente sollevato diverse preoccupazioni. Nell’ultimo decennio il dibattito scientifico sul turismo si è andato via via concentrando sulla complessa relazione tra turismo e ambiente al fine di governare l’accelerazione dei flussi turistici globali, contenere le problematiche poste dall’overtourism e incoraggiare pratiche turistiche sostenibili e rispettose di persone, culture, società ed ecosistemi. È della fine del 2019 il Rapporto UNWTO, scritto in collaborazione con l’International Transport Forum, che sottolineava la necessità di rafforzare la cooperazione tra l’industria turistica e i trasporti nell’ottica di una trasformazione efficace del turismo per l’azione climatica.

A fine dicembre 2019, un evento apparentemente lontano e non significativo, inizialmente sottovalutato, cambia radicalmente lo scenario. L’OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità viene informata dalle autorità cinesi di un focolaio di casi di malattia polmonare a eziologia non nota nella città di Wuhan (Cina orientale). Agli inizi di gennaio 2020 l’agente patogeno è identificato: il nuovo virus appartiene alla famiglia dei coronavirus e viene provvisoriamente chiamato “2019-nCoV”. La malattia che ne deriva prende il nome di COVID-19, l’acronimo di Co (corona), Vi (virus), D (disease) e 19 (anno di identificazione). Il 23 febbraio 2020 viene confermato il primo caso in Italia. Nel momento in cui andiamo in stampa (metà marzo 2020) sono più di 130.000 i casi confermati nel mondo dall’inizio dell’epidemia e oltre 5000 i decessi (più di mille solo in Lombardia), nonostante gli enormi sforzi prodigati da istituzioni e strutture sanitarie in tutto il pianeta e le severe misure adottate per rallentare il rapido propagarsi del contagio.

In Italia, paese fortemente colpito dall’epidemia soprattutto nelle regioni del Nord (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto), le decisioni prese dal Governo per arginarne la diffusione ed evitare le occasioni di contagio sono state necessariamente assai severe. Il DPCM dell’8 marzo 2020, recante misure per il contenimento e il contrasto del diffondersi del virus Covid-19 sull’intero territorio nazionale, isola di fatto la Lombardia e altre 14 province del Nord Italia (tra queste Venezia). La raccomandazione è restare a casa evitando ogni spostamento in entrata e uscita da tutti i territori nonché all’interno degli stessi, salvo che per comprovate esigenze lavorative o situazioni di emergenza. Il 9 marzo è stato annunciato un ulteriore inasprimento di tali norme: il provvedimento chiamato “Io resto a casa” fa diventare tutta l’Italia una zona protetta. A livello internazionale, diversi paesi hanno chiuso le frontiere ai turisti provenienti dalle nazioni più colpite dal contagio (ad esempio Cina, Corea del Sud, Iran e Italia); altri impongono un periodo di quarantena; molte compagnie aeree hanno diminuito e cancellato i voli da e per gli aeroporti delle maggiori città facenti parte delle aree a rischio.

Restrizioni e misure precauzionali straordinarie, come è facile immaginare, hanno completamente stravolto la vita quotidiana di persone e famiglie, esercitando un forte impatto anche sui loro comportamenti turistici. In pochi giorni UNWTO ha riveduto le stime di crescita del turismo per il 2020, arrivando a ipotizzare una diminuzione degli arrivi internazionali tra l’1 e il 3%, che può essere tradotta in una perdita di circa 30-50 miliardi di dollari a livello globale. Lo tsunami, sanitario e mediatico che ha colpito il turismo all’epoca del COVID-19 può essere certamente definito una catastrofe globale non soltanto per la vastità e la centralità dell’area colpita, oltre all’altissimo numero delle persone contagiate, ma anche per il suo impatto sull’immaginario collettivo, che riguarda un’area ancora più vasta.

I nuovi mezzi di comunicazione di massa, su tutti i social, hanno assicurato la sua diffusione digitale attraverso una straordinaria copertura planetaria trasformandolo da evento “naturale” a tragedia umanitaria, capace di incidere profondamente sulla possibilità di ripensare ai modi e ai luoghi del turismo. Forza bruta della natura, immediatamente sottoposto a un processo di mitizzazione mediatica e relativa quantificazione dei contagiati e dei morti, la narrazione della pandemia virus ha inquinato il mito del bello per eccellenza: l’Italia. In un simile scenario la paura del contagio travalica l’appeal della cultura e il Bel Paese si svuota.

In Italia, Confturismo-Confcommercio ha stimato in oltre 31 milioni il calo di presenze di turisti italiani e stranieri nel nostro Paese, con una perdita di oltre 7 miliardi di euro per il trimestre 1° marzo-31 maggio 2020. L’andamento negativo interesserà ovviamente una molteplicità di settori quali trasporti, ricettività, alimenti e ristorazione, vendita al dettaglio, cultura e spettacoli. In Italia, imprese, associazioni e federazioni del comparto turistico, in allarme per gli ingenti danni economici che il settore dovrà sostenere, hanno chiesto al Governo interventi mirati.

Le lezioni che stiamo imparando da questo momento storico doloroso sono diverse. Innanzitutto, niente può essere dato per scontato e non basta moltiplicare occasioni, modalità di viaggio e soluzioni tecnologiche per garantire al turismo solide prospettive di crescita. Il turismo, nonostante il sostegno delle nuove tecnologie (app, intelligenza artificiale, realtà aumentata, IoT, big data…), costituisce un sistema complesso e pertanto fragile, in quanto dipendente da molteplici fattori quali il benessere umano e dell’ambiente, la fiducia reciproca, la solidarietà internazionale, la sicurezza, la pace, la salute.

Una seconda lezione è la presa di coscienza dell’appartenenza a una comunità globale: come ha notato il sociologo Domenico De Masi, mentre da più parti si parlava di una crisi della globalizzazione, la globalizzazione è oggi esplosa in tutta la sua forza. Quello che è successo nella città di Wuhan è entrato con prepotenza nelle nostre vite e sta radicalmente cambiando abitudini e stili di consumo. L’“effetto farfalla” teorizzato da Edward Lorenz è stato sperimentato e compreso in tutto il globo.

Una terza lezione è l’innegabile consapevolezza della nostra comune vulnerabilità, per lungo tempo confinata in luoghi, gruppi, etnie, generi ed età specifici (paesi poveri, migranti, disabili, persone con gravi patologie, anziani), considerati particolarmente sfortunati e dunque a rischio “in quanto tali”. Abbiamo anche capito che le regolamentazioni nazionali e sovranazionali sono indispensabili, così come è indispensabile sostenere lo sviluppo di una tecnologia etica che ci aiuti a risignificare il turismo e le sue responsabilità, insieme al nostro essere turiste e turisti nel mondo. La fragilità umana e ambientale e la necessità di garantire un futuro dignitoso alle nuove generazioni e al pianeta sono temi chiave per la riflessione scientifica nell’Antropocene: il dibattito sul ruolo che le nuove tecnologie potranno e dovranno svolgere all’interno del turismo dovrà ripartire proprio da qui.

Sono, infine, innumerevoli le domande, le preoccupazioni e le paure: come sarà il turismo dopo il coronavirus? Sarà possibile viaggiare in aereo, in treno, in autobus rispettando le distanze di sicurezza? Saranno ancora possibili i viaggi di gruppo? E i viaggi di istruzione per i giovani studenti? Quali norme igieniche dovranno essere rispettate? Come cambierà il settore della ristorazione? E il turismo culturale, congressuale, religioso…?

Per chi si occupa di futures studies, quanto sta avvenendo serve a ricordare quanto i megatrend, lungi dall’essere fenomeni inesorabili, siano profondamente suscettibili agli effetti delle cosiddette wild card, eventi molto improbabili ma in grado di dispiegare effetti dirompenti e alterare in modo radicale il cammino di una tendenza che sembrava consolidata. Non si tratta, però, di eventi imponderabili. La prospettiva di una pandemia patogena è sempre stata nel novero delle possibilità di organizzazioni come l’OMS, di epidemiologi e di esperti di rischi globali. Tantissimi indizi andavano verso questo scenario. Eppure, raramente queste incognite vengono considerate nelle analisi previsionali di medio e lungo termine. Analogamente, l’avvento di Internet era stato previsto dai tecnologi decenni prima, ma l’effetto dirompente della disintermediazione digitale sugli operatori turistici non è stato adeguatamente anticipato. Ciò ci spinge a ricordare l’enorme importanza di esplorare i futuri possibili considerando tutte le possibili variabili in gioco, soprattutto quelle esterne al sistema in esame, ed elaborare politiche di anticipazione efficaci in tempo utile.

I contributi della sezione monografica di questo numero di Futuri vanno esattamente in questa direzione e discutono la relazione tra turismo, tecnologie e tematiche di cruciale importanza in questo momento storico: complessità, etica, responsabilità, sostenibilità, condivisione, governance anticipatrice.

Salvatore Monaco apre il percorso di riflessione partendo dai dati: se la rappresentazione statistica dell’andamento turistico è uno dei principali dispositivi utili a orientare la predisposizione e la definizione delle politiche turistiche, la complessità del fenomeno non sempre viene presa in esame in maniera compiuta. Oggi più che mai risulta fondamentale implementare un sistema di monitoraggio delle attività turistiche che fornisca risposte in tempo reale: possibili soluzioni vanno dalla raccolta dei dati che sfruttano le potenzialità del GPS e della georeferenziazione, alla big data analysis sui social media per tener conto delle preferenze dei turisti e della loro valutazione in termini di soddisfazione.

Il contributo di Rocco Scolozzi presenta i risultati del progetto educativo sperimentale “Anticipare future professioni del turismo di montagna”, che ha coinvolto sette classi per un totale di circa 120 studenti di tre istituti di formazione professionale del Trentino. L’esperienza si è sviluppata in quattro tappe: riflessione sui futuri personali, analisi dei cambiamenti, definizione di scenari strategici, condivisione dei risultati con il territorio. L’identificazione degli scenari possibili ha esplorato tre domande: chi sarà il turista nelle Alpi, cosa farà una volta arrivato, come verrà accolto.

Mario Coscarello analizza nel suo saggio il modello delle Destination Management Organization (DMO). L’obiettivo è mettere a sistema i tanti attori che ruotano intorno a una particolare destinazione turistica, per ottimizzare le politiche ricettive grazie all’innovazione digitale e ai social media. Il vantaggio dell’approccio DMO, analizzato attraverso il caso-studio della Rete di Imprese Destinazione Sila in Calabria, consiste nel sostituire al tradizionale processo decisionale gerarchico una relazione di partnership in grado di generare, partendo da maggiore responsabilizzazione e compartecipazione degli attori del territorio, servizi turistici innovativi per offrire ai turisti una vacanza esperienziale.

Giorgio Cipolletta affronta il nesso tra turismo ed Antropocene, diventato ormai un elemento costante nel dibattito contemporaneo. C’è un senso di urgenza imposto dalle sfide che la società contemporanea propone: esse richiedono un nuovo immaginario culturale. Ecco che “l’artista del clima”, inteso qui come operatore della complessità, tenta di unire la pratica artistica con i dati scientifici affinché cittadini e cittadine possano comprenderli e utilizzarli nella loro vita quotidiana. La responsabilità ambientale può essere preparata, insegnata e appresa attraverso l’arte e il turista spett-attore ne partecipa e diviene co-autore, veicolo di un differente “pensiero climatico”.

Il saggio di Giulio Cremona riflette sul tema della realtà virtuale nel turismo del futuro. Ricostruendo il trend che spinge verso una crescente pervasività delle tecnologie immersive di realtà virtuale e aumentata, l’autore ne esplora le potenzialità per l’intrattenimento turistico, per il turismo culturale, per la personalizzazione dell’esperienza turistica, per la mitigazione del problema dell’overtourism. La costruzione di alcuni scenari esplorativi, a valle di un’analisi ambientale dei fattori sociali, scientifico-tecnologici e culturali, consente di immaginare nuove applicazioni futuristiche per diverse tipologie di pubblico, considerando soprattutto i possibili sviluppi delle interfacce neurali.

Infine, Sergio Fadini e Valeria Lamanna discutono del futuro del turismo paleoantropologico. A partire da alcune importanti scoperte degli ultimi decenni fra Altamura (lo scheletro del più antico uomo di Neanderthal fino a oggi ritrovato e un sito con migliaia di orme di almeno cinque specie differenti di dinosauri) e Matera (il fossile di una balenottera preistorica datata un milione di anni), gli autori si chiedono se l’uso della tecnologia, accanto a una buona narrazione che si avvalga degli strumenti del digital storytelling, possa permettere a questi reperti di diventare degli attrattori turistici di livello, e non solo a uso didattico.

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