C’è qualcosa di nuovo nell’aria: la rinascita dei futures studies italiani

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Quasi sessant’anni fa, nel suo best-seller Future Shock, Alvin Toffler scriveva queste parole, che abbiamo ripreso qualche giorno fa sul nostro magazine Futuri: «Il guidatore che percorre un’autostrada a 35 chilometri all’ora può svoltare più facilmente nel raccordo di uscita anche se il cartello che lo indica è molto vicino ad esso. Quanto maggiore è la sua velocità, tuttavia, tanto più indietro deve essere posto il cartello per dargli il tempo necessario di leggerlo e di reagire. Esattamente nello stesso modo, la generale accelerazione della vita ci costringe ad allungare il nostro orizzonte del tempo, se non vogliamo correre il rischio di essere colti di sorpresa e travolti dagli avvenimenti. Quanto più rapidamente muta l’ambiente, tanto più è necessaria una previsione del futuro».

Questa considerazione così in anticipo sui tempi è oggi più valida che mai in un’epoca di accelerazione costante, quella che Douglas Rushkoff in un libro del 2013 ha chiamato Present Shock. Il concetto di “previsione del futuro” nelle sue due diverse accezioni inglesi – forecast e foresight – ha dominato tutti gli anni Settanta, l’età d’oro dei futures studies, la “futurologia”, per poi entrare in crisi a partire dagli anni Ottanta. Sembrò a molti – ed è quello che tanti oggi rimproverano ai “futurologi” – che le loro previsioni non si fossero avverate. Gli scenari da incubo tratteggiati da Paul R. Ehlrich in The Population Bomb non si sono realizzati, sebbene la popolazione continui ad aumentare; il picco del petrolio preconizzato da tanti e reso celebre dal Rapporto sui limiti dello sviluppo commissionato dal Club di Roma, che metteva in guardia dal rapido esaurimento delle risorse naturali, è stato sempre più posposto nel tempo grazie all’innovazione tecnologica; la fine della crescita costante, negli anni Ottanta e Novanta, sembrava solo un’inutile profezia di Cassandra, che destituiva di fondamento tutti gli allarmi dei ricercatori impegnati a immaginare lo sviluppo sul lungo termine in un mondo con risorse finite.

La diffidenza o persino l’irrisione che a lungo hanno accompagnato gli sforzi seri e rilevanti di tanti studiosi, professionisti e organizzazioni in tutto il mondo impegnati negli studi sul futuro ne hanno fortemente limitato l’incisività. Ciò tanto più in Italia, che pure con il Club di Roma è stata la culla di quel grande movimento che ha portato poi negli anni Settanta alla nascita, perlomeno negli Stati Uniti, di realtà importanti come la World Futures Studies Federation, la World Future Society, l’Institute for the Future. Un’Italia che, a partire dagli anni Ottanta, non ha solo iniziato a dimenticare il proprio ricco e glorioso passato, ma ha perso anche la lungimiranza necessaria per pensare al futuro, rischiando più volte di finire fuori strada a furia di guardare solo il volante.

Le cose oggi stanno cambiando. Un segnale importante, forse decisivo, è quello che viene da Trento, dove dal 7 al 9 aprile scorso si è tenuto, presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’università, il workshop “Anticipation, Agency and Complexity” che ha ospitato il primo meeting informale dei professionisti e studiosi italiani del futuro, in collaborazione con l’Italian Institute for the Future e il nodo italiano del Millennium Project. Un primo, piccolo passo che però ha visto la partecipazione di decine di professionisti provenienti dai settori più disparati, tutti con il desiderio di mettere a fattor comune le proprie esperienze e i propri studi per contribuire a rendere l’Italia un paese più attento alle prospettive di lungo termine. C’era un gruppo di ricerca dell’Università di Bologna che sta lavorando a un progetto europeo rivolto agli studenti di scuola superiore per diffondere la conoscenza dei sistemi complessi e l’alfabetizzazione al futuro; funzionari pubblici della Regione Basilicata che si occupano di pensiero laterale e stanno promuovendo iniziative di gamification per la promozione dei beni culturali; funzionari della Regione Emilia Romagna  che lavorano nell’innovazione sociale; ex startupper formatisi alla Singularity University che hanno deciso di mollare tutto dopo un’exit milionaria per portare avanti un progetto no-profit nelle scuole italiane per la formazione critica al futuro; consulenti della NATO e funzionari di grandi imprese come Leonardo o Unipol che si occupano di anticipazione dei rischi emergenti; docenti universitari da Perugia, Parma, Pescara, Bologna, con background diversi (sociologia, scienze politiche, statistica, architettura, ingegneria) che hanno individuato nella capacità anticipante e nella visione di lungo termine il comun denominatore delle loro diverse attività e ricerche; ricercatori del CNR, che da alcuni anni si è dotato di un centro di previsione per la scienza e la tecnologia; e tanti, tanti altri.

“C’è qualcosa nell’aria”, ha riconosciuto Roberto Poli, padrone di casa, che all’Università di Trento occupa la cattedra UNESCO di Anticipazione e dirige il Master in Previsione sociale. Perché mettere insieme, in così poco tempo e senza grandi proclami, un gruppo tanto variegato e di eccellenza nel vasto panorama di coloro che si occupano a vario titolo di studi sul futuro, è il sintomo della volontà di far uscire la “futurologia” dalla clandestinità, di conferirle una dignità e renderla finalmente in grado di incidere sulle scelte pubbliche di un paese che ha disperatamente bisogno di programmazione di lungo periodo. Il convitato di pietra di questo incontro è stato forse l’evento organizzato dell’Associazione Casaleggio a Ivrea l’8 aprile per ricordare la figura di Gianroberto Casaleggio, a suo modo un futurologo prima che padre intellettuale del Movimento Cinque Stelle: “Sum01”, questo il titolo del convegno, aveva l’obiettivo – secondo Davide Casaleggio – di “capire il futuro” per orientare le scelte politiche dei prossimi decenni. Un’iniziativa con un parterre molto illustre che dimostra l’esigenza di colmare un divario tra due anime: quella di chi pratica l’anticipazione del futuro e quella di chi studia i futuri possibili. Non può esserci l’una senza l’altra: è questo il concetto emerso chiaramente dal meeting di Trento, perché è necessario dare ai futures studies una solidità metodologica per poter riuscire laddove, in passato, la “futurologia” ha fallito. Andare insomma oltre una rappresentazione stucchevole del futuro, esclusivamente tecno-ottimista, o irrimediabilmente pessimista e apocalittica; oltre i TEDx e altre iniziative dello stesso stampo che non vanno oltre la scenografia e non costruiscono percorsi articolati, condivisi e di lungo periodo per l’analisi critica degli scenari a venire.

Segnali positivi non mancano: il nodo italiano del Millennium Project, da anni in quiescenza, ha avviato nuove iniziative; sempre a Trento, oltre al Master in Previsione sociale, è nata –skopìa, la prima startup dedicata all’analisi di scenario per aziende ed enti pubblici, sul solco di tante realtà simili che esistono fuori dal nostro paese; l’anno scorso a Roma è nata l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASVIS) che sta mettendo in rete le iniziative nazionali per lo studio e la promozione degli obiettivi espressi nell’Agenda 2030 dell’ONU, anche attraverso l’elaborazione di nuovi, più efficaci indicatori; l’Agenzia per il Digitale, finora eccessivamente schiacciata su un’idea di innovazione limitata alla banda larga e ultraveloce, sta costituendo una task force per capire come favorire l’applicazione dell’intelligenza artificiale nei servizi rivolti ai cittadini; e il già citato progetto Science&Technology Foresight del CNR, lanciato nel 2013, che da allora ha portato avanti una notevole serie di workshop con la partecipazione di esperti per prevedere i principali trend tecnologici nel medio e lungo termine.

Ciò che occorre ora è mettere a sistema queste e tante altre esperienze affinché i professionisti e gli studiosi italiani dell’anticipazione possano conoscere le iniziative condotte da ciascuno, avviare collaborazioni, fare massa critica all’interno del processo decisionale locale e nazionale. Un primo passo sarà quello di avviare percorsi di formazione condivisa, perché per costruire una solida disciplina dell’anticipazione è necessario partire dalle basi, dal framework concettuale e dalle metodologie. Quest’anno sarà pubblicato l’Handbook of Anticipation, frutto del primo convegno internazionale sul tema organizzato sempre a Trento nel 2015: uno strumento importante per consolidare i pilastri su cui l’azione comune degli anticipatori dovrà fondarsi. Successivamente, nella primavera 2018, il percorso avviato negli scorsi giorni giungerà a una tappa importante con un congresso pensato per rispondere a tre esigenze: il networking, la disseminazione di competenze, sperimentazioni e attività formative, e la divulgazione verso il largo pubblico. Un’iniziativa che potrà essere replicata annualmente per favorire la costruzione di un network nazionale consolidato e riconosciuto nell’ambito dell’anticipazione.

Infine, una doverosa precisazione terminologica. Sempre più anche noi dell’Italian Institute for the Future abbonderemo i termini finora impiegati nella nostra attività – futurologia, futures studies, previsione, foresight – per adottare quello di anticipazione. L’elaborazione intellettuale intorno a questo concetto è ormai sufficientemente matura da consentirci di adottarlo come principio-guida della nostra attività di ricerca, formazione e divulgazione. Come ha spiegato con un ottimo esempio Roberto Poli, l’anticipazione è quella predisposizione che ci porta a uscire di casa con un ombrello se le previsioni del tempo portano pioggia; la previsione potrà anche rivelarsi sbagliata, ma intanto ci siamo attrezzati per tempo. L’anticipazione guarda al futuro con gli strumenti propri della previsione sociale, ma senza avere alcuna presunzione di fare della futurologia una scienza; elabora piuttosto strategie per il presente, con lo scopo di favorire il perseguimento degli scenari preferibili ed evitare che quelli peggiori possano realizzarsi. Nel fare ciò non disdegna nemmeno di alimentarsi di utopie (e non a caso al tema delle “utopie del domani” abbiamo dedicato le Conversazioni di Futurologia dello scorso anno), perché l’utopia è un modo di immaginare organizzazioni sociali differenti dall’oggi, un “processo motivazionale” che ci mostra altre possibilità rispetto a quelle esistenti. L’utopia, insomma, come “anticipazione di una storia diversa”, sempre nelle parole di Poli, che – aggiungiamo – tocca a noi contribuire a costruire.

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